Salta al contenuto principale

Pasquale, torturato, ucciso, dato in pasto ai cinghiali
La famiglia non si arrende. E l'inchiesta si riapre

Calabria

Tempo di lettura: 
7 minuti 23 secondi

 

VIBO VALENTIA - La chiave per risolvere il caso, probabilmente, è nascosta tra gli indumenti del povero Pasquale. Quelli trovati, un po’ qua e un po’ là, dopo il recupero di ciò che restava del suo corpo vilipeso. Picchiato, forse anche torturato, poi ucciso con un colpo di pistola in fronte, quindi gettato nella boscaglia, dato in pasto agli animali selvatici. Quella chiave, però, non è stata neppure cercata. Bisognava isolare un campione di Dna, individuare un profilo genetico e, poi, compararlo con quello dell'unico sospettato dell'omicidio. Poteva costituire più che un semplice indizio, poteva essere una prova, per arrivare ad un'imputazione, ad un processo in Corte d'assise. E invece nulla. Così la morte di Pasquale Andreacchi continua a gridare verità e giustizia. Verità e giustizia, anche, di fronte all'ingiustizia di un'indagine che ha ammainato bandiera troppo presto, archiviata e ora riaperta grazie alla tenacia della famiglia. Sperando che non sia troppo tardi. 
Il fascicolo, dopo un prima archiviazione, adesso è nelle mani del pm Vittorio Gallucci, il quale, unitamente al procuratore Mario Spagnuolo, ha risposto all’istanza dell'avvocato Giovanna Fronte, che assiste i genitori e la sorella del ragazzo brutalmente assassinato e che intende contribuire allo sviluppo delle investigazioni pure con indagini proprie. La famiglia di Andreacchi ha inoltre deciso di affidarsi ad un consulente di parte, ovvero la nota criminologa forense Roberta Bruzzone, a cui è stata già trasmessa la discovery degli atti sin qui acquisiti dall’avvocato Fronte, la quale ha richiesto pure che siano riesumati i resti affinché si proceda a più approfondite indagini tecnico-scientifiche. 
Il giovane, poco più che diciottenne, scomparve da Serra San Bruno la sera dell'11 ottobre del 2009. Fu rapito, dopo essere stato pestato a sangue. Poi condotto in un luogo isolato e assassinato. Il suo corpo, quindi, fu nascosto e, poi, scarnificato dai cinghiali. Un delitto assurdo e brutale, che rischia di rimanere impunito alla luce delle indagini iniziali, naufragate in un clima di diffusa omertà e, poi, di menzogne, contraddizioni e ritrattazioni, tra intercettazioni tanto massicce quanto inefficaci, e accertamenti peritali sbrigativi e lacunosi. 
Eppure gli inquirenti avevano subito battuto la pista giusta, la più plausibile, che avrebbe ricondotto il movente dell'omicidio ad un debito che il giovane ucciso aveva contratto, quand'era ancora minorenne, con un pregiudicato delle Serre. Pasquale, infatti, aveva acquistato un cavallo, pattuendo il pagamento di circa duemila euro. Lui, ragazzone di quasi due metri, amava i cavalli. Ottenne una dilazione del saldo, in attesa che gli venisse liquidato il premio assicurativo per un infortunio subito. Quell'assegno atteso, però, non arrivò e, ad un certo punto, non sapeva più dove prendere i soldi e quali scuse accampare. Le pressioni per il saldo si sarebbero presto trasformate in minacce, così veementi e continue da farlo precipitare in un incubo. Ciò fino alla sera dell'11 ottobre, quando nei pressi del campo di calcetto di Serra San Bruno sarebbe stato brutalmente picchiato e, poi, secondo una prima testimonianza poi non riscontrata, costretto a salire su un'auto con a bordo due uomini mascherati. Quindi sparì. Anzi, lo fecero sparire. C'era, e c'è ancora, un sospettato, che però non avrebbe agito da solo. Perché al campo di calcetto sarebbero stati in due a picchiarlo. 
Le indagini sembravano destinate ad una svolta quando due mesi dopo, la mattina del 9 dicembre, in un cassonetto fuori dal centro abitato, alcuni operai segnalarono la presenza di resti umani. Qualche giorno dopo, nelle vicinanze, furono ritrovati altri resti, gli indumenti, gli effetti personali. Un consulente medico-legale fu incaricato di effettuare i rilievi e, comparando il Dna del materiale osseo con quello di Salvatore Andreacchi e Maria Rosa Miraglia, i genitori, giunse alla conclusione che quelli erano i resti del ragazzo. E gli indumenti erano pressoché integri, tanto da indurre lo stesso perito della Procura ad ipotizzare che il giovane fosse stato addirittura costretto a spogliarsi. Integri sì, ma non furono analizzati. Non fu cercato alcun campione di Dna di terze persone che, toccando quegli indumenti, in un modo o nell'altro, potevano aver lasciato tracce biologiche. 
D'altronde l'inchiesta mostra anche altre falle. Una, particolarmente significativa, tra le altre: il presunto testimone - addirittura forse oculare, secondo un altro teste sentito a sommarie informazioni dalla polizia giudiziaria delegata - sparito. E allora bisogna tornare alla sera del 29 dicembre del 2009, a due mesi e mezzo dalla scomparsa di Pasquale e a quasi tre settimane dal ritrovamento dei resti del giovane. Alle 20.30, al Commissariato di Serra San Bruno, veniva interrogato un ragazzo polacco. Si definì un «amico» di Pasquale Andreacchi, che incontrava in sala giochi, trascorrendo qualche serata. Avrebbero più volte cenato assieme in casa di uno zio della vittima. Partecipò, coi familiari, alle prime inutili ricerche. Il giovane straniero sosteneva, quindi, che un suo connazionale, che lavorava in un negozio di ortofrutta assieme al pregiudicato principale sospettato dell'omicidio, «potrebbe sapere molto sulla vicenda». In particolare, davanti ai poliziotti di Serra che verbalizzavano le sommarie informazioni acquisite, sostenne che il connazionale «dopo la scomparsa dell'Andreacchi assumeva un atteggiamento molto preoccupato ed intimorito sia dall'espressione del volto che dal modo di parlare evitando di affrontare l'argomento. Credo che lo stesso - disse ai poliziotti - pur non partecipando direttamente all'eliminazione dell'Andreacchi, essendo amico di […] potrebbe aver assistito alla sua eliminazione e che quindi ha paura di riferire il tutto alla polizia per timore di rappresaglie. Infatti, pochi giorni fa, ha fatto rientro in Polonia e di questa decisione mi aveva informato pochi giorni addietro». Del presunto testimone oculare dell'eliminazione non v'è traccia. Non è chiaro cosa davvero sappia e dove sia. Anzi, non è chiaro neppure se gli inquirenti lo abbiano cercato. 
Ora è tardi, sì, ma non troppo per tappare le falle di un'inchiesta partita male e poi archiviata. Un'inchiesta ora riaperta e sulla quale la famiglia continuerà a battersi affinché la morte di Pasquale, il ragazzo che amava i cavalli, non rimanga impunita. 

VIBO VALENTIA - La chiave per risolvere il caso, probabilmente, è nascosta tra gli indumenti del povero Pasquale. Quelli trovati, un po’ qua e un po’ là, dopo il recupero di ciò che restava del suo corpo vilipeso. Picchiato, forse anche torturato, poi ucciso con un colpo di pistola in fronte, quindi gettato nella boscaglia, dato in pasto agli animali selvatici. Quella chiave, però, non è stata neppure cercata. Bisognava isolare un campione di Dna, individuare un profilo genetico e, poi, compararlo con quello dell'unico sospettato dell'omicidio. Poteva costituire più che un semplice indizio, poteva essere una prova, per arrivare ad un'imputazione, ad un processo in Corte d'assise. E invece nulla. Così la morte di Pasquale Andreacchi continua a gridare verità e giustizia. Verità e giustizia, anche, di fronte all'ingiustizia di un'indagine che ha ammainato bandiera troppo presto, archiviata e ora riaperta grazie alla tenacia della famiglia. Sperando che non sia troppo tardi. 

 

Il fascicolo, dopo un prima archiviazione, adesso è nelle mani del pm Vittorio Gallucci, il quale, unitamente al procuratore Mario Spagnuolo, ha risposto all’istanza dell'avvocato Giovanna Fronte, che assiste i genitori e la sorella del ragazzo brutalmente assassinato e che intende contribuire allo sviluppo delle investigazioni pure con indagini proprie. La famiglia di Andreacchi ha inoltre deciso di affidarsi ad un consulente di parte, ovvero la nota criminologa forense Roberta Bruzzone. 

Pasquale Andreacchi, poco più che diciottenne, scomparve da Serra San Bruno la sera dell'11 ottobre del 2009, per un delitto assurdo e brutale, che rischia di rimanere impunito alla luce delle indagini iniziali, naufragate in un clima di diffusa omertà e, poi, di menzogne, contraddizioni e ritrattazioni, tra intercettazioni tanto massicce quanto inefficaci, e accertamenti peritali sbrigativi e lacunosi. Eppure gli inquirenti avevano subito battuto la pista giusta, la più plausibile, che avrebbe ricondotto il movente dell'omicidio ad un debito che il giovane ucciso aveva contratto, quand'era ancora minorenne, con un pregiudicato delle Serre. Pasquale, infatti, aveva acquistato un cavallo, pattuendo il pagamento di circa duemila euro. Lui, ragazzone di quasi due metri, amava i cavalli. Ottenne una dilazione del saldo, in attesa che gli venisse liquidato il premio assicurativo per un infortunio subito. Quell'assegno atteso, però, non arrivò. Le pressioni per il saldo si sarebbero presto trasformate in minacce. Fino alla sera dell'11 ottobre, quando nei pressi del campo di calcetto di Serra San Bruno sarebbe stato brutalmente picchiato e, poi, secondo una prima testimonianza poi non riscontrata, costretto a salire su un'auto con a bordo due uomini mascherati. Quindi sparì. Anzi, lo fecero sparire. C'era, e c'è ancora, un sospettato, che però non avrebbe agito da solo.

 

Ti sei ricordato di condividerlo con i tuoi amici?