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Il camorrista che difese Monza dalle 'ndrine
Peppe 'o curt e i rapporti con Coco Trovato

Calabria

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REGGIO CALABRIA - Si vantava di aver preservato Monza dall’invasione della ‘ndrangheta. Peppe ‘o curt, all’anagrafe Giuseppe Esposito, 60 anni, ex contrabbandiere di Torre Annunziata, nel Napoletano, sin da quando negli anni Ottanta aveva messo radici in Lombardia aveva fatto il bello e il cattivo tempo. «Quando sono venuto qua nel 1985 non c'era un napoletano che comandava - dice in una intercettazione ambientale - Eravamo come i vu' cumprà. Mi sedetti al tavolo con 37 persone e mi presi la mia zona. La calma è la virtù dei forti. Non ho mai detto che appartengo, ho sempre detto: eccomi qua, sono Peppe ‘'’o curto. Anche adesso che ci sono i cani sciolti. Qua a Monza comando io e comanderò sempre io». Monza era l'enclave della camorra. Un impero nell'impero. Intorno comandava la 'ndrangheta, dentro valeva la legge della criminalità napoletana. Quella dei Gionta e dei Mariano. 

Quando c’era da sottolineare il suo peso criminale Peppe ‘o curt sbatteva un concetto chiaro sotto il naso di chi aveva al suo cospetto. «Se non siete sotto il dominio della 'ndrangheta lo dovete a me. Ho preservato la Brianza dai calabresi». La camorra aveva allungato i suoi tentacoli fin dentro il consiglio comunale di Monza. Garantiva i voti in cambio strappava appalti, case, favori e fedeltà di alcuni pezzi delle istituzioni. E tra i 35 arrestati dell’operazione “Briantenopea”, oltre ad Esposito e i suoi fedelissimi, nei giorni scorsi in cella è finito anche l’ex assessore di Monza Giovanni Antonicelli. Il boss della camorra manteneva un patto di non belligeranza dagli anni Ottanta con la ‘ndrangheta di Franco Coco Trovato a Lecco, gli Stagno a Seregno e Salvatore Mancuso a Giussano in Brianza, ma era pronto a fare la guerra se cane sciolto calabrese avesse avuto la pessima idea di chiedere il pizzo nel suo territorio. Lo sostengono i carabinieri di Monza. 
«Esposito ha intrattenuto contatti con i boss, soprattutto della 'ndrangheta, che dagli anni '80 hanno retto le sorti degli affari illeciti in territorio brianzolo e zona limitrofe" sostengono i carabinieri di Monza. E fanno i nomi di Franco Coco Trovato appartenente alla 'ndrangheta operante nel lecchese e già condannato all'ergastolo dopo l'arresto nell’operazione “Wall Street”, quelli degli Stagno, “arrestati quali componenti del “locale” della 'ndrangheta di Seregno" nell'ambito dell’inchiesta “Infinito” e quello di Salvatore Mancuso, pregiudicato di Giussano condannato per un arsenale di armi e per usura, ma mai per associazione di stampo mafioso. Per tanti anni, nonostante avesse a disposizione uomini e risorse, è dovuto rimanere nell'angolo, domato dallo strapotere della ‘ndrangheta e delle famiglie calabresi. Ma ha comunque “preservato” il suo territorio. Ma arriva il grande momento per Esposito. E’ il luglio del 2010 quando la forza della ‘ndrangheta viene indebolita dalla valanga di arresti dell'indagine «Infinito» che ha consentito di smantellare i vertici delle locali di 'ndrangheta in Brianza. A Peppe ‘o curt non sembrava vero di appropriarsi di quello spazio, quantomeno a Monza e negli immediati dintorni, grazie a quella giustizia che lo tallonava da tempo e in ogni suoi movimento. E proprio per una sorta di vuoto di potere generato a seguito dell'operazione “Infinito” Esposito cerca di avanzare ulteriormente nella propria carriera criminale, coltivando quello che ha sempre rappresentato uno dei settori di maggior profitto: la richiesta di pizzo. Ma cerca anche di non urtare la suscettibilità dei calabresi. Giuseppe Esposito, scrivono i magistrati, «non si preoccupa, in tal senso, di prendere direttamente contatti con i massimi esponenti (quei pochi rimasti) delle famiglie calabresi; vuole personalmente far risaltare la propria figura e il proprio carisma». E lo fa con un tentativo di «riappacificazione» tra soggetti calabresi e agganciando, attraverso i suoi collaboratori, alcuni uomini delle locali finiti in carcere a luglio del 2010, alcuni dei quali lo definiscono «un mito» perché li aiuta, facendo avere soldi e appoggi nella cella e alle loro famiglie.

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