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L'aula bunker di Catanzaro pagata dai contribuenti
e da anni abbandonata e sepolta dalla polvere

Calabria

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CATANZARO - Soldi pubblici dispersi nella polvere di un’aula abbandonata; per motivi, fino ad oggi rimasti, a loro volta, seppelliti sotto la coltre dei calcinacci caduti a ritmo incalzante. Nella distrazione generale di una giustizia in affanno che, per sette lunghi anni, in quell’aula bunker, annessa al grande carcere di Siano, ha celebrato tra i più imponenti processi alla ‘ndrangheta calabrese, ospitando, di volta in volta, decine e decine di boss e picciotti dei clan sgominati dalla Dda di Catanzaro. La Procura di Catanzaro ha già aperto un fascicolo; lo farà anche la Procura regionale della Corte dei conti, al cui indirizzo, quanto prima, saranno spedite tutte le carte già messe insieme dal sostituto procuratore della Repubblica di Catanzaro, Carlo Villani. 

È sulla scrivania di quest’ultimo, infatti, che è appena approdata una voluminosa perizia stilata da due docenti universitari, i professori Nicola Augenti (firmatario della perizia sul crollo della scuola di San Giuliano di Puglia) e Alessandro Mandolini, ai quali il magistrato aveva conferito l’incarico di Ctu, formulando dei quesiti ben precisi e finalizzati a verificare i motivi che hanno portato, nel 2003, all’improvvisa interdizione dell’aula bunker in questione. Nessuna spiegazione ufficiale risulta agli atti. Solo ipotesi e congetture su un sistema giudiziario “malato”, nel cui contesto trova posto anche questo: un’aula inaugurata nel 1996 con tutti i crismi e promossa a pieni voti dagli addetti ai lavori. Una struttura nata per il regolare svolgimento dei maxi processi e realizzata «secondo canoni di assoluta efficienza, sicurezza, ampia recettività e con un impegno economico non indifferente» e poi “dimenticata”. Tanto che ad imputati, giudici e avvocati, non era rimasto che ripiegare su un’altra improbabile aula bunker, quella di via Paglia, fatta di piccoli gabbiotti, dietro le cui sbarre hanno trovato posto fino a venti imputati, e barcollanti infissi, con finestre e porte divelte, che, nelle rigide giornate invernali, costringono magistrati e avvocati ad affrontare le udienze con cappotto e sciarpa intorno al collo.
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