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Il pentito: «La 'ndrangheta pronta a cambiare pelle
Stesse regole ma nuovo nome e modus operandi»

Calabria

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«COME un serpente che cambia la muta…». “Tito”, padrino passato al collaborazionismo, usa una metafora per provare a sorprendere il pm antimafia di Catanzaro Pierpaolo Bruni. Dice che la 'ndrangheta, per come sin qui è stata conosciuta, tra qualche anno non esisterà più. «Sta cambiando pelle», racconta la gola profonda. E aggiunge: «Sono già tre anni che è in atto questo mutamento». “Tito”, al secolo Antonino Belnome, già capo del locale di Seregno e Giussano nonchè delfino del superboss di Guardavalle Vincenzo Gallace, ha ancora molto da dire. Esecutore materiale - assieme all'altro killer pentito Michael Panajia - dell'omicidio del mammasantissima Carmelo Novella, si è autoaccusato ed ha accusato, acquisendo, grazie ai verdetti giudiziari emessi anche sulla scorta delle sue dichiarazioni, una patente di attendibilità. Belnome, in pratica, è uno che per i magistrati non parla a vanvera, non inventa. E' il 24 novembre del 2011, carcere di Rebibbia. Il pm Bruni, assieme a poliziotti, carabinieri e finanzieri, lo mette sotto torchio nell'ambito dell'indagine “Libra” sul clan Tripodi di Vibo Marina e Porto Salvo. Il pentito spazia e tocca un argomento che dice di aver accennato, in un interrogatorio precedente, anche al procuratore aggiunto di Reggio Calabria Nicola Gratteri. «E' una cosa importante - premette -. Perché ormai è sputtanata la 'ndrangheta, quindi adesso sta diventando a grosso livello». Racconta che a lui e Vincenzo Gallace (lo scorso 4 febbraio condannato in primo grado all'ergastolo in qualità di mandante dello storico delitto Novella) era arrivata una «'mbasciata» dai Pesce. Le regole interne, in sostanza, dovevano restare immutate, doveva invece «cambiare pelle» nella struttura e nel modus operandi: meno riti e affiliazioni, salto di qualità nell'organizzazione, nell’autonomia delle società maggiori, nella segretezza e nei rapporti col potere. D'altronde, prosegue Belnome, «noi non abbiamo aderito perché questo discorso lo stavamo già facendo». E ancora: «Sta mutando a livello grosso. Io già ho parlato anche col dottor Gratteri di questa circostanza. Importantissima perché è già in atto…». Anzi, «è in atto da tre anni». Un riscontro a queste dichiarazioni la Dda di Catanzaro l'ha già ottenuto dalla viva voce di un capomafia di uno dei casati storici, ovviamente ben lontano dal collaborazionismo, intercettato il 7 ottobre del 2011 all'interno di un casolare. Era Pantaleone Mancuso, alias “Vetrinetta”: «Loro - diceva ad un interlocutore - parlano di 'ndrangheta… ma non sanno nemmeno cos'è la 'ndrangheta… Loro parlano di 'ndragheta quando la 'ndrangheta non esiste più… Una volta c'era la 'ndrangheta…». E oggi? «La 'ndrangheta fa parte della massoneria». Anzi: «E' sotto della massoneria, però hanno le stesse regole e le stesse cose…».

LEGGI IL SERVIZIO INTEGRALE A FIRMA DI PIETRO COMITO CON LE DICHIARAZIONI DEL PENTITO ANTONINO BELNOME SULL'EDIZIONE ODIERNA DE IL QUOTIDIANO DELLA CALABRIA

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