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Catanzaro, una giornata al Pronto Soccorso
Tra personale insufficiente e pazienti furiosi

Calabria

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CATANZARO - L’emergenza, quando sono le 13 di un giorno di fine settimana di luglio, passa dagli occhi azzurri di una ragazza di Milano in vacanza sulla costa jonica che davanti al pronto soccorso di Catanzaro dell’ospedale Pugliese Ciaccio grida l’indignazione. «Qui c’è qualcosa che non va. A Milano c’è un medico per ogni diverso problema nei reparti. Qui sono davvero in pochi». Non passerà di nuovo le vacanze in Calabria, dopo un’ esperienza così. L’emergenza passa dalle facce dei ragazzi in carrozzina, dalle braccia a penzoloni di tanti pazienti in attesa, i volti stanchi, gli uomini alterati, gli anziani rassegnati, perché intorno alle 15 dello stesso giorno di fine settimana di luglio si contano almeno ottanta persone, tra malati e parenti, che si affollano nei locali d’attesa al reparto, in gruppi sparsi, mentre arrivano le ambulanze, almeno due di seguito a quell’ora. Un altoparlante funziona a singhiozzo. Ognuno agogna il proprio turno. Qualcuno perde la pazienza. «Se non sei malato qua ti fanno ammalare», grida. Perché il più importante reparto di emergenza–urgenza dell’intera regione, quello che da sempre “prende” da tutte le parti, storicamente punto di riferimento anche per la provincia di Crotone e Vibo Valentia, sta letteralmente scoppiando. E non è un problema di oggi, anche se negli ultimi mesi le cose sono andate sempre più peggiorando. Con medici e infermieri allo stremo, distrutti dallo stress e da turni faticosi. 

 
Ma andiamo a ritroso. Sono le 12 dello stesso caldo giorno di fine settimana di luglio quando il display sul muro della sala d’attesa segna gli accessi e le attese. I pazienti in visita e quelli che aspettano. Nessun codice rosso, se ne vedrà solo uno col passare delle ore, quattro codici gialli, undici verdi, dieci codici bianchi. Una mamma col figlio in braccio, il braccio ingessato, si sfoga: «Tutti questi codici bianchi non li potrebbero curare in un’altra struttura dell’ospedale? Come si fa se intanto arriva qualcuno da un incidente stradale, qualcuno in fin di vita? Credo siano problemi organizzativi. Io so solo che mi hanno dato un codice verde ma attendo da ore, non ho nemmeno un numero di riferimento a cui appigliarmi». 
I minuti passano, il display lampeggia. I pazienti in attesa aumentano costantemente e in misura esponenziale. Ore 12.50. Il display segna ventinove persone in visita e nove in attesa. Tredici codici bianchi, nove verdi, sette gialli. Sempre, nelle ore successive, i codici bianchi supereranno gli altri. La struttura del Pronto Soccorso è nuova, fuori il personale che fa le pulizie è attivo, odore acre di disinfettante, l’aria condizionata fa respirare, molti i bambini anche molto piccoli in attesa, una ragazza attende seduta, gli occhi febbricitanti, la madre le tiene la fronte. Al triage infermieri e medici si alternano, non si fermano un solo secondo. Gli accessi al reparto di emergenza urgenza crescono all’ora di pranzo sempre di più, qualcuno è in pantaloncini e zoccoli da spiaggia, sono saliti sui colli dal mare.
Alle 15 la sala d’attesa del Pronto Soccorso è senza dubbio, con un’ottantina di persone sparse fuori, il luogo più frequentato in un giorno di fine settimana di strade vuote di mezza estate. Intere famiglie. Molti gli anziani non autosufficienti, le mamme con i bambini piccoli, famiglie intere ad aspettare mentre sfrecciano le barelle e arrivano le ambulanze. Nelle lunghe ore di attesa qualcuno perde la pazienza, qualcuno racconta di qualche gesto inconsulto, arriva un agente delle forze dell’ordine a sedare gli animi. Niente di grave. Fuori dal reparto si sfoga un operatore sanitario. «La politica c’ha sbattuto la porta in faccia. Sapete cosa c’hanno detto? Se siete in pochi, tra medici, infermieri e operatori, potreste organizzarvi per fare i turni straordinari. Ma qualcuno sa dirmi come dopo un turno notturno in un reparto come questo io possa fare uno straordinario il giorno successivo? Si sono riuniti il primario facente funzioni, il direttore sanitario, il prefetto e il sindaco e questo è quello che è venuto fuori - aggiunge l’operatore sanitario – e pensare che il sindaco aveva convocato un tavolo d’emergenza per il Pronto Soccorso cittadino e che si era parlato di nuove assunzioni. Si sa solo parlare. Ora ci dicono che non ci sono i tempi burocratici per indire concorsi, per assumere personale d’emergenza».
 
Tutti sul piede di guerra, tutti insieme. Medici e pazienti. Infermieri e ausiliari. Uniti. I pazienti non ce l’hanno con i medici. Al di là dei seri disagi, capiscono che il personale è numericamente inadeguato rispetto all’utenza del reparto di emergenza-urgenza del capoluogo di regione. I medici vorrebbero fare molto di più per i malati. «In questo reparto, come si può vedere, la porta è aperta, il personale è amorevole. Non è colpa loro, noi siamo in tanti, loro sono in pochi». Anche un infermiere, fuori dall’ospedale finito il turno di lavoro si sfoga, vuole che di tutto ciò si parli. «Qui i medici sono degli eroi e il loro lavoro passa in sordina. Qui non è giusto che dobbiamo rischiare che qualche paziente esasperato ci aggredisca perché le gravi carenze di personale in seguito anche ai pensionamenti non sono state rimpiazzate da figure nuove. Quel che è certo è che la sanità rimane la solita mucca da mungere in Calabria».

SULL'EDIZIONE CARTACEA DE IL QUOTIDIANO DELLA CALABRIA I SERVIZI INTEGRALI SULLA SITUAZIONE DEL PUGLIESE-CIACCIO

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