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Mafia e politica, 120 indagati a Crotone

Calabria

Notificati gli avvisi di conclusione dell'inchiesta dopo le operazioni Herakles e Perseus. I clan all'assalto del palazzo. Sotto accusa politici e altri importanti dirigenti

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Ben 120 indagati. Presunti affiliati alle cosche crotonesi e colletti bianchi, a dimostrazione delle pesanti infiltrazioni dei clan nella vita politica e istituzionale della città. Sono i destinatari di un voluminoso avviso di conclusione delle indagini preliminari firmato dai pm Antimafia Pierpaolo Bruni e Sandro Dolce al termine dell’inchiesta che ha portato a tre operazioni antimafia condotte dalla Squadra Mobile di Crotone. I blitz denominati Herakles 1 e Herakles 2 dello scorso aprile e Perseus dello scorso 25 novembre, quello che ha portato anche a perquisizioni a carico di indagati eccellenti, accusati a vario titolo di concorso esterno in associazione mafiosa e corruzione in relazione al progetto del megavillaggio turistico Europaradisotra, tra cui funzionari ministeriali e Ue, il presidente della Camera di commercio di Crotone, Fortunato Roberto Salerno (a suo carico anche un’ipotesi di tentata estorsione), l’ex reggente del Comune Armando Riganello, l’ex consigliere comunale del Pd Giuseppe Mercurio dimessosi in seguito al clamore suscitato dall’inchiesta.

Ma dal calderone delle accuse di associazione mafiosa a carico del clan dei papaniciari spunta anche il dipendente della Provincia Salvatore De Marco, originario di Cerenzia ma residente a Cutro, detto il “dottore”. Avrebbe fatto«parte dell’associazione mafiosa dei Papaniciari, con i quali gestiva degli esercizi pubblici di ristorazione “Casa Cantoniera” e “Ristorante Florida”, ponendosi quale intermediario e ambasciatore tra la cosca del Russelli e la cosca Farao Marincola di Cirò in particolare con Giuseppe Spagnolo intrattenendo con gli stessi rapporti di natura illecita trafficando anche in sostanze stupefacenti».

Poi bisogna aggiungere gli arresti (a cui oggi seguono gli avvisi) del presunto boss Leo Russelli di Papanice e di alcuni presunti affiliati al suo clan risalenti al luglio scorso, a conclusione di un periodo di latitanza finita a Imola, per il capocosca, dopo sette mesi. Si prospetta pertanto una maxirichiesta di rinvio a giudizio che porterà, con ogni probabilità, a un processone. Ma andiamo con ordine. L’operazione Herakles, che è già sfociata in sequestri patrimoniali a carico dei presunti affiliati alle cosche Vrenna, Bonaventura e Corigliano, era la risposta dello Stato alla guerra di mafia che, a partire dalla vigilia di Pasqua, ha fatto tre morti e ha causato il ferimento gravissimo di una bimba di cinque anni, in coma vegetativo con un proiettile nella testa. E’ la figlia di Luca Megna, il boss ucciso e ritenuto il rivale di Russelli, che per quel delitto è indagato in un altro procedimento.

Furono 39 i fermati.

Altri sedici indagati, che non erano destinatari del provvedimento di fermo, sono finiti in carcere tre settimane dopo, quando i fermi si sono tramutati in ordinanza. In tutto sono 55 le persone cui fu notificato il provvedimento restrittivo anche se resta uccel di bosco il presunto boss Pino Vrenna. I fatti oggetto dell'indagine? Si tratta di due omicidi risalenti al 2000 e maturati nel microcoscmo della droga, traffici di stupefacenti e armi, numerose estorsioni a imprenditori e commercianti di Crotone. Mafia e estorsione sono le accuse poi contestate anche a Russelli e altri tre del suo clan. Ma veniamo all’operazione Perseus che ha fatto luce anche sui progetti delle cosche di eliminazione del magistrato scomodo Bruni e sull’assalto ai palazzi di potere. Grazie alla compiacenza di funzionari infiltrati ovunque. Anche negli uffici del Ministero dell’Ambiente e dell’Ue. Vicini al clan emergente dei papaniciari.

In carcere sono finiti in 22 e anche in questo caso i fermi sono diventati ordinanze. Ma contestualmente al blitz scattarono le perquisizioni ai colletti bianchi che facevano da sponda al clan che aveva fiutato l’affaire Europaradiso. Un capitolo a parte dell’inchiesta che vede indagati, tra gli altri, i dirigenti ministeriali Aldo Cosentino (direttore generale del ministero dell’Ambiente) e Guido Brogi (capo di gabinetto del ministro) e il funzionario Ue Riccardo Menghi. Associazione mafiosa, per reati fine che vanno dalla detenzione di arsenali di armi da fuoco alle estorsioni e danneggiamenti contro imprenditori locali, al traffico di eroina, cocaina, hashish e marijuana, le accuse formulate a vario titolo dai magistrati.

E tra gli indagati c’è il referente locale del magnate israeliano Appel, l’imprenditore Salvatore Aracri, di Papanice. Indagato anche il fratello Francesco. Uno scenario inquietante a far emergere il quale hanno contribuito anche i nuovi collaboratori di giustizia gestiti dai pm Bruni e Dolce e dagli uomini del vicequestore Angelo Morabito. Un fenomeno, quello dei pentimenti, che segna un’inversione di tendenza per la ‘ndrangheta, come rilevato dalla commissione parlamentare antimafia. Antonio Anastasi

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