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Sport, Cosenza: Bergamini vent'anni dopo

Calabria

Il 18 novembre del 1989 moriva il calciatore del Cosenza. Un suicidio con molti interrogativi irrisolti. Era scappato dal ritiro prima del match col Messina.

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Il 18 novembre del 1989, nel tardo pomeriggio, sulla Statale 106 nei pressi di Roseto Capo Spulico, moriva Denis Bergamini, centrocampista del Cosenza 1914, all’epoca in serie B. Ventanni addietro, un’eternità vissuta come un lampo nella memoria di chi Bergamini lo ha visto correre come un leone sul tappeto del San Vito e ne apprezzava la mitezza del carattere. La ricostruzione della tragedia che ha reciso la vita di un campione della cadetteria, è un doloroso flash back collettivo.

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Bergamini, 27 anni e gli occhi del Parma di Nevio Scala puntati addosso, era uno dei calciatori più amati tra i tifosi cosentini, artefice della promozione in serie B dei Lupi l’anno prima. Era il classico interno di centrocampo, cuore e tenacia, dotato di buona corsa e tiro, il calciatore moderno che ogni allenatore vorrebbe. Il Cosenza, in quei tempi, era uso frequentare i cinema al sabato prima di ogni gara casalinga, per tenere lontana la noia del ritiro e distendere i nervi dei calciatori. Circostanza che negli successivi non venne più ripetuta. Quella sera, i Lupi, in attesa del match col Messina, si trovavano al cinema Garden di Rende, nell’area urbana del capoluogo. Bergamini era lì, con resto della squadra allenata da Gigi Simoni, quando, durante la proiezione, lasciò il cinema e si diresse a bordo della sua Maserati dalla fidanzata Isabella Internò.

Poi insieme imboccarono l’autostrada Salerno-Reggio Calabria in direzione nord e subito dopo la statale jonica 107. Nessuno saprà mai cosa realmente si sono detti nei 45 minuti o poco più del trasferimento verso il luogo della tragedia. A questo punto, infatti, il racconto della Internò diventa la testimonianza unica sull’epilogo e narra di attimi fatali, con Bergamini che si lanciò sotto un camion in corsa guidato dal camionista Raffaele Pisano di Rosarno. Fu la fine, si parlò di delusione amorosa, di altri problemi connessi alla droga, di ricatti, della volontà del calciatore di scappare in Grecia. La città si strinse alla famiglia. Un pugno allo stomaco per una realtà sportiva che aveva costruito la rinascita a costo di enormi sacrifici e voleva sognare il suo piccolo campione con in mano il destino magari di una seconda promozione, stavolta magari in serie A. Gli amici e i compagni di squadra più stretti di Donato, Gigi Simoni, Michele Padovano, l’allenatore Gigi Simoni brancolavano nel buio senza una spiegazione. Al funerale arrivarono a migliaia, sul sagrato di piazza Loreto. Padre Fedele Bisceglia, monaco vicinissimo alla squadra e agli ultrà del Cosenza 1914 non si dava pace. Le bandiere rossoblù dei fan, la maglia sulla bara, le lacrime attonite della famiglia, del padre Domizio e della madre. Isabella Internò, la bella fidanzata di Denis annichilita dall’evento.

La bara uscì tra gli applausi portata a spalla dai compagni di squadra. I tifosi intonavano il nome del calciatore e fecero un corteo non organizzato fino allo stadio San Vito. Spinte emozionali, dolore lacerante, la città agli onori della cronaca sportiva per un lutto immane. La motivazione ufficiale del decesso, secondo le indagini delle forze dell’ordine, fu il suicidio per una delusione amorosa, una motivazione che non convinse fino in fondo e neanche la famiglia che a distanza di vent’anni vorrebbe che si sentissero le loro ragioni e i loro laceranti dubbi. A loro dire, come riferiamo a parte, Denis non si è suicidato e sulla Statale 107 venne portato già morto. La sorella Donata assieme al padre Domizio, che gestisce un azienda agricola in Romagna, seguì passo passo le indagini della magistratura e il processo. Della vicenda, che ha i contorni del noir, si è parlato negli scorsi anni. In particolar modo dopo l’uscita del libro di Carlo Petrini “Il calciatore suicidato”, nome che già nel titolo esprimeva la tesi di fondo, ndr) e poi con la serie di puntate nella trasmissione “Chi l’ha visto?” Su Rai3. Ventanni dopo, di Denis Bergamini rimangono molte cose. Basta pensare al simbolo del tifo bruzio, alla la curva sud dello stadio San Vito che porta il suo nome e un gigantesco murales campeggia dietro la frangia più calda della tifoseria cosentina. E spesso si ode risuonare il suo nome nei cori.

La memoria di un grande atleta e delle sue scorribande in mediana, vive anche nel calcio ferrarese, il particolare l’Argentana, la squadra nella quale Denis era cresciuto, ha organizzato la seconda edizione del torneo di calcio giovanile riservato alla categoria juniores che porta il suo nome. Si è disputato lo scorso 5 maggio a Boccaleone con la partecipazione di Argentana, Russi e Imolese, le società nelle quali Bergamini aveva militato prima del passaggio in rossoblù. Il giorno dopo la sua morte il Cosenza vinse 2-0 sul Messina in un clima surreale. Ieri come allora la bandiera vera, quella di Denis, sventola alta sullo stadio San Vito.

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