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Pasquale, torturato, ucciso, dato in pasto ai cinghiali

La famiglia non si arrende. E l'inchiesta si riapre

Calabria
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Nella foto: 
Pasquale Andreacchi
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VIBO VALENTIA - La chiave per risolvere il caso, probabilmente, è nascosta tra gli indumenti del povero Pasquale. Quelli trovati, un po’ qua e un po’ là, dopo il recupero di ciò che restava del suo corpo vilipeso. Picchiato, forse anche torturato, poi ucciso con un colpo di pistola in fronte, quindi gettato nella boscaglia, dato in pasto agli animali selvatici. Quella chiave, però, non è stata neppure cercata. Bisognava isolare un campione di Dna, individuare un profilo genetico e, poi, compararlo con quello dell'unico sospettato dell'omicidio. Poteva costituire più che un semplice indizio, poteva essere una prova, per arrivare ad un'imputazione, ad un processo in Corte d'assise. E invece nulla. Così la morte di Pasquale Andreacchi continua a gridare verità e giustizia. Verità e giustizia, anche, di fronte all'ingiustizia di un'indagine che ha ammainato bandiera troppo presto, archiviata e ora riaperta grazie alla tenacia della famiglia. Sperando che non sia troppo tardi.

Il fascicolo, dopo un prima archiviazione, adesso è nelle mani del pm Vittorio Gallucci, il quale, unitamente al procuratore Mario Spagnuolo, ha risposto all’istanza dell'avvocato Giovanna Fronte, che assiste i genitori e la sorella del ragazzo brutalmente assassinato e che intende contribuire allo sviluppo delle investigazioni pure con indagini proprie. La famiglia di Andreacchi ha inoltre deciso di affidarsi ad un consulente di parte, ovvero la nota criminologa forense Roberta Bruzzone.

Pasquale Andreacchi, poco più che diciottenne, scomparve da Serra San Bruno la sera dell'11 ottobre del 2009, per un delitto assurdo e brutale, che rischia di rimanere impunito alla luce delle indagini iniziali, naufragate in un clima di diffusa omertà e, poi, di menzogne, contraddizioni e ritrattazioni, tra intercettazioni tanto massicce quanto inefficaci, e accertamenti peritali sbrigativi e lacunosi. Eppure gli inquirenti avevano subito battuto la pista giusta, la più plausibile, che avrebbe ricondotto il movente dell'omicidio ad un debito che il giovane ucciso aveva contratto, quand'era ancora minorenne, con un pregiudicato delle Serre. Pasquale, infatti, aveva acquistato un cavallo, pattuendo il pagamento di circa duemila euro. Lui, ragazzone di quasi due metri, amava i cavalli. Ottenne una dilazione del saldo, in attesa che gli venisse liquidato il premio assicurativo per un infortunio subito. Quell'assegno atteso, però, non arrivò. Le pressioni per il saldo si sarebbero presto trasformate in minacce. Fino alla sera dell'11 ottobre, quando nei pressi del campo di calcetto di Serra San Bruno sarebbe stato brutalmente picchiato e, poi, secondo una prima testimonianza poi non riscontrata, costretto a salire su un'auto con a bordo due uomini mascherati. Quindi sparì. Anzi, lo fecero sparire. C'era, e c'è ancora, un sospettato, che però non avrebbe agito da solo.

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