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Caso Monteleone, Laudonio sospeso dal Csm

Calabria

L’ex procuratore di Vibo collocato fuori dall’organico della magistratura. Contestato l’operato del giudice nella prima fase degli accertamenti sulla morte della giovane Federica

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Sospensione dalle funzioni e dallo stipendio, con collocamento fuori dal ruolo organico della magistratura. Questa la decisione presa, in via cautelare, dalla sezione disciplinare del Csm nei confronti dell'ex-procuratore della Repubblica di Vibo Valentia, Alfredo Laudonio. Il cosiddetto Tribunale delle toghe, presieduto da Nicola Mancino, ha così sciolto la riserva sulla decisione dopo l'udienza di sabato scorso. Nell'occasione Laudonio aveva presentato una lunga memoria difensiva, sostenuto dal consigliere di cassazione, Massimo Vecchio. Alla fine sono prevalse le ragioni dell'accusa, che erano state avanzate dal procuratore generale della Cassazione, Vitaliano Esposito. Al momento non si conoscono le motivazioni della decisione e, di conseguenza gli avvocati Anello e Proto, chiamati a tutelare le ragioni di Laudonio, non hanno inteso pronunciarsi. Hanno soltanto sottolineato che si tratta pur sempre di una misura cautelare, anche se grave, e come tale può essere modificata nella procedura difensiva che sarà attuata davanti alla Corte di Cassazione. Dire che c'era un'attesa spasmodica per questa decisione è dire veramente poco. Giustificata peraltro dalla notorietà del personaggio, avendo Laudonio ricoperto l'incarico di capo della procura vibonese da 14 anni, dal 1994 sino alla scorsa estate, con oltre 33 anni di servizio nella magistratura, carriera iniziata come pretore di Vibo Valentia, dove Laudonio è nato 58 anni fa. Nello scorso luglio, la direzione dell'Ufficio è stata assunta da Mario Spagnuolo, proveniente dalla Dda di Catanzato. Attesa giustificata ancora dal fatto che al centro della vicenda, che per il momento si conclude con la pesante sanzione, è legata all'inchiesta sulla morte di Federica Monteleone, la sedicenne deceduta a Cosenza il 26 gennaio 2007, in conseguenza ad un'operazione di appendicite eseguita presso l'ospedale Jazzolino di Vibo Valentia una settimana prima. A Laudonio l'accusa avrebbe contestato, tra l'altro, di non aver fatto chiudere la sala operatoria in cui fu eseguito l'intervento, consentendo la manomissione della struttura al fine di cancellare le tracce avrebbero potuto accertare le responsabilità della morte della sedicenne. A mettere in movimento l'inchiesta contro Alfredo Laudonio è stata una denuncia fatta dal sostituto, Fabrizio Garofalo fatta alla Procura di Salerno. Nella sua denuncia, contrariamente a quanto affermato nella sua difesa da Laudonio, Fabrizio Garofalo, quale pm di turno, seppe quanto era accaduto quel maledetto 19 gennaio 2007, solo dopo che era stato informato il suo diretto superiore. Così agendo avrebbe precluso la possibilità di stabilire appunto eventuali responsabilità, anche se Laudonio ha sempre sostenuto che la decisione di non chiudere la sala operatoria era stata fatta concordemente con Garofalo e solo dopo che un tecnico incaricato dalla procura aveva relazionato che la struttura «non presentava evidenti problemi che ne imponessero la disattivazione». La mancata chiusura avrebbe consentito ad estranei di entrare all'interno della sala operatoria inquinando così le prove, per come chiesto a sostegno delle sue accuse dal pg della Cassazione. Una circostanza questa degli estranei comprovata pare da alcune testimonianze. Un altro punto della denuncia di Garofalo riguarda il fatto che il procuratore gli avrebbe ordinato di non interrogare i medici da lui convocati in procura per essere interrogati su quanto accaduto in sala operatoria. Un circostanza questa ammessa dalla stesso Laudonio, che riferisce solo di avergli consigliato di evitare l'interrogatorio senza la presenza dei loro avvocati potendo gli stessi soggetti essere potenziali indagati. Domenico Mobilio

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