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La 'ndrangheta in Piemonte non è morta, parola di Cassazione

Nuove cosche si sono formate sulle ceneri di quelle smantellate

Calabria
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Nella foto: 
La corte di Cassazione
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TORINO - Se c'era qualcuno che aveva potuto pensare che dopo le grandi inchieste Minotauro e Colpo di Coda la 'ndrangheta fosse stata sconfitta a sgomberare il campo da ogni dubbio è giunta la Cassazione.

Secondo i supremi giudici in provincia di Torino nuove cosche di 'ndrangheta potrebbero essersi formate sulle ceneri di quelle smantellate.

Questa tesi si ricava da una sentenza emessa dalla Cassazione relativa alla posizione di Domenico Gioffrè, 38 anni, originario di Taurianova, arrestato lo scorso marzo dai carabinieri insieme ad altre persone.

L’indagine riguarda una serie di episodi avvenuti a partire dal 2012. Gli Ermellini, accogliendo un ricorso della procura di Torino, hanno annullato l’ordinanza con cui il tribunale del riesame aveva escluso l’associazione di stampo mafioso (e pure quella di associazione per delinquere) restituendo gli atti ai giudici piemontesi per una nuova pronuncia.

Secondo l’impostazione accusatoria, Gioffrè (insieme ad altri sei presunti complici) avrebbe fatto parte di una articolazione della 'ndrangheta operante fra Settimo Torinese, Chivasso, Leini e dintorni: una propaggine territoriale che in gergo viene chiamata 'bastardà ma che, secondo gli inquirenti, avrebbe i connotati dell’associazione mafiosa.

«Non pare logica - si legge nella sentenza - la deduzione del tribunale circa l’assenza di spazi, a Chivasso, per una ulteriore cosca di 'ndrangheta rispetto a quelle già smantellate con le operazioni Minotauro e Colpo di Coda, posto che proprio gli arresti hanno liberato spazi per nuovi gruppi». 

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