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Il caso Bergamini, anatomia di un mistero

Inchiesta sulla morte del calciatore del Cosenza

Calabria

Capitolo 3 - C’è un corpo sull’asfalto
L’equivoco del trascinamento e le testimonianze discordanti 

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Il corpo di Denis Bergamini e il camion che lo ha investito
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«La ragazza era tranquilla. Il conducente, invece, insisteva per mostrarmi i suoi documenti, pur se non richiesti». Così il brigadiere Francesco Barbuscio ricorderà il controllo effettuato sulla Maserati bianca in transito sulla Ss 106, il pomeriggio del 18 novembre 1989, intorno alle 17. Il «conducente» era Donato Bergamini. Si tratta dello stesso militare che un paio d’ore più tardi effettuerà i rilievi sulla scena del presunto omicidio. Ne verrà fuori un resoconto impreciso, con la Maserati che - secondo Barbuscio - al suo arrivo si sarebbe trovata in due posti differenti. Ciò che è certo, invece, è che dopo il camion, supino sull’asfalto, giace ora il corpo di Bergamini.

«Non sono riuscita a non farlo suicidare», sono queste le prime parole che Isabella rivolge, tra le lacrime, a Pisano. Congedati i carabinieri, la coppia si ferma in una piazzola di sosta per circa un’ora. Qui il racconto della ragazza si fa confuso. A suo dire, Denis scende dall’auto per raggiungere Taranto in autostop. «Voleva lasciare il calcio» spiega l’Internò, indicando ora le Hawaii, ora le Azzorre e persino l’Amazzonia come la meta prescelta dal calciatore. «Mi disse che se nessuna tra le cinque macchine successive si fosse fermata a raccoglierlo, lui sarebbe tornato sui propri passi». Poi, però, arriva il camion di mandarini con Pisano alla guida.

 

 «L’ho sentito dire: ti lascio il mio cuore, ma non il mio corpo. E poi si è tuffato». Nel tempo, cambierà più volte versione riguardo alle ultime parole pronunciate da Bergamini, mantenendo fermo il particolare del tuffo «come in una piscina». Dal canto suo, l’autista firma un verbale in cui sostiene di aver trascinato il corpo «per una sessantina di metri», ma poi si corregge spiegando di essersi «conformato alla versione dei carabinieri».

Sull’asfalto, infatti, è visibile il segno di una frenata che, a caldo, Barbuscio attribuisce al Fiat Iveco di Pisano. Il nodo viene sbrogliato già poche ore dopo con l’ispezione del perito Pasquale Coscarelli che, d’accordo con lo stesso brigadiere, individua la vera frenata del camion – che procedeva a soli 30 km/h – ed esclude che le altre tracce di pneumatici siano da ricondurre alla tragedia.

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Quello del trascinamento, insomma, è solo un equivoco sanato già poche ore dopo i fatti, ma a trent’anni di distanza viene ancora enfatizzato per dimostrare che Pisano mente e che Bergamini fosse già morto prima di essere travolto dal suo camion. Nulla rilevava, in tal senso, l’autopsia svolta un mese dopo la tragedia a seguito di una prima riesumazione. In quel caso, il medico legale Avato osserva «una sofferenza polmonare» che a suo avviso non ha inciso sul decesso; riconduce la causa della morte a «uno schiacciamento del corpo trascinato per un tratto breve» e associa le lesioni all’azione di «un mezzo pesante dotato di moto lento».

Nel corso dell’ultima inchiesta diversi consulenti, arruolati sia dalla Procura che dalla famiglia Bergamini, hanno interpretato le parole di Avato, analizzando anche alcuni vetrini dell’esame autoptico. Sono fiorite così numerose teorie a proposito di un Bergamini colpito con un’arma da taglio oppure soffocato con un sacchetto di plastica, ragion per cui a essere investito sulla Ss 106, quel giorno, sarebbe stato solo un cadavere gettato sull’asfalto e poi fatto attraversare lentamente dal camion per coprire le tracce dell’omicidio.

Tutte ipotesi che il gip ha ritenuto «smentite dalle evidenze» o «prive di fondamento scientifico», valorizzando invece un altro dettaglio relativo alla posizione del corpo: le sue braccia, protese in avanti e ripiegate sulla fronte, fotografano il gesto istintivo di una persona ancora in vita «che prima di essere investita, solleva le mani a protezione del volto». Ne riparleremo, ma ora c’è quella Maserati con il dono “dell’ubiquità”, che per i sostenitori dell’omicidio rappresenta «il cuore del problema».

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