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Pil pro capite calabrese giù di 2.000 euro in 7 anni
Export imbarazzante. E aumenta divario col resto d'Italia

Calabria

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CONTINUA a calare il pil pro capite e continua a crescere il divario territoriale tra Nord e Sud. E il dato calabrese, in particolare, è ancora una volta allarmante: dal 2007 si sono persi oltre duemila euro e se anche si registrasse una crescita dell'1% annuo, al momento lontano, servirebbero almeno 12 anni per tornare ai livelli precedenti alla crisi. I dati emergono dal Rapporto sulle economie regionali realizzato dall’Ufficio Studi Confcommercio e presentato in occasione dell’assemblea annuale. 

LA LOMBARDIA DOPPIA IL SUD - Lo scenario anche quest’anno non lascia prevedere una inversione di tendenza, con Pil a +0,5% e consumi a +0,1% per il 2014, la ripresa si allontana e si conferma più debole e lenta del previsto. Tra il 2007 e il 2013, a livello nazionale, il prodotto pro capite si è ridotto di oltre 3.100 euro e fino al 2015 non ci sarà alcun significativo recupero.

Cresce, sì, la fiducia, ma consumi e investimenti mostrano l’altra faccia del Paese, quella che vede ampliarsi sempre più il divario economico-sociale tra il Nord e il Sud: con oltre 34.000 euro, Valle d’Aosta, Lombardia e Trentino Alto Adige si confermano le regioni con il Pil pro capite più alto. Campania, Calabria e Sicilia, con circa 17.000 euro, quelle con il Pil pro capite più basso. 

E per i consumi la musica non cambia: a livello nazionale occorreranno più di 11 anni per tornare ai livelli pre-crisi e al Sud, nel 2015, si raggiungeranno 12.160 euro pro capite, un livello addirittura inferiore a quello di 20 anni fa (12.195 euro); con poco più di 80mila euro a testa, lo stock di beni strumentali destinati a produrre ricchezza al Sud è inferiore di 1/3 rispetto al Nord-Est (quasi 123mila euro). 

CENERENTOLA NELL'EXPORT - Per quanto riguarda l’export di beni, l’Italia con una quota del 25%, esporta quasi la metà rispetto alla Germania (44%) e quasi un terzo rispetto all’Olanda (70%). A livello regionale, solo il Veneto, l’Emilia Romagna e la Lombardia si avvicinano alla media dell’area euro (35%). Molto inferiore la percentuale del Mezzogiorno (13%), a testimonianza dell’inefficienza delle politiche di industrializzazione attuate dai governi che hanno trascurato il turismo, fonte naturale di export per quelle Regioni. E la Calabria è la cenerentola: nonostante spiagge e prodotti tipici, appena l'1,1% del Pil arriva dalle esportazioni, per un valore di 382 milioni sul livello del Molise. Briciole, se confrontate anche solo con le cifre delle vicine Basilicata (1.168 milioni), Puglia (8.971 milioni), Campania (9.528 milioni) e Sicilia (13.234 milioni)

AL NORD L'OCCUPAZIONE CRESCE - Anche le dinamiche occupazionali confermano la perdita di attrattività e competitività del Mezzogiorno rispetto al resto del Paese: mentre il numero di occupati in Italia dal 1995 al 2013 cresce del 3,6%, al Sud cala del 5,2% con un drammatico meno 8,1% calabrese che segna il dato peggiore della Penisola. Altrettanto critico lo stato di salute delle attività commerciali e dei servizi con oltre 12.000 imprese in meno nei primi tre mesi del 2014. L’80% di queste riguardano settori non alimentari e in particolare l’abbigliamento. 

E in parallelo cambia l’Italia negli ultimi anni dal punto di vista demografico: cresce la popolazione del Nord-Est (+11,3% dal 1995), si spopola il Sud (-0,2%) e, per cercare nuove opportunità di lavoro, ci si sposta dal Sud al Nord e dal Nord Italia verso l’Europa; dal 2007 si fanno meno figli e oggi il tasso di natalità è il più basso dell’ultimo decennio (9 per mille nel 2012, 9,4 per mille nel 2002).

Redazione web

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