Salta al contenuto principale

Banche e usura, rischia di chiudere azienda simbolo
Sindacati schierati in difesa della ditta di De Masi

Calabria

Chiudi
Apri
Tempo di lettura: 
3 minuti 48 secondi

 

GIOIA TAURO – “Difendere la De Masi Costruzioni significa battersi per il lavoro e la legalità”. Lo affermano le segreterie regionali della Fiom Cgil, Fim Cisl e la Uilm Uil, oltre alle rappresentanze sindacali, che si pongono come scudo alla tutela di questa azienda ormai nota in tutta Italia per le lotte antimafia e antiusura del suo amministratore Nino De Masi. 

Il pericolo è stato ribadito ieri nel corso di un’assemblea dei lavoratori per discutere le iniziative da prendere a difesa del lavoro e delle prospettive industriali. Il paradosso della De Masi Costruzioni è che il sindacato, piuttosto che la sua organizzazione di categoria: gli industriali reggini, a avviare iniziative di tutela e di difesa di questa azienda. Una delle poche sopravvissute nell’area industriale di Gioia Tauro che assomiglia sempre più ad un deserto. «Dalle notizie di cui siamo venuti a conoscenza in questi giorni è venuta meno la mediazione del Governo tra la De Masi e le banche tanto da ipotizzarsi drammaticamente l’apertura a fine anno delle procedure di licenziamento dei 40 lavoratori in forza, con conseguenze anche sulle altre aziende». I lavoratori per contrastare questa situazione hanno proclamato lo stato di agitazione e hanno affidato alle Organizzazioni e alle Rsa un pacchetto di 20 ore di sciopero. 

La prima giornata di sciopero con manifestazione è stata fissata per giovedì 13 novembre a Reggio Calabria davanti alla Prefettura. Subito dopo i lavoratori sono persino decisi di promuovere altre iniziative anche a Roma. «Il Governo così come la Regione e le Istituzioni locali devono – dicono i lavoratori - continuare, e non rinunciare a premere sugli Istituti Bancari interessati per risolvere l’annoso e non più tollerabile contenzioso finanziario aperto. La De Masi – aggiungono - è un modello industriale, un’azienda produttiva, in una regione drammaticamente colpita dalla crisi, che non può e non deve chiudere a causa di una pressione inaccettabile delle Banche e dalla oppressione criminale». Se si arrivasse a questa conclusione si offrirebbe in pasto una delle pochissime realtà produttive gioiesi e soprattutto finirebbe un’azienda che si è contraddistinta per le sue coraggiose battaglie antimafia in un’area strategica nello scontro tra legalità e illegalità diffuse. Non si può accettare, infatti che possa correre dei rischi una società che realizza prodotti che hanno mercato e tecnologie moderne. Non una crisi che nasce dalla impossibilità di piazzare sul mercato i prodotti che produce ma una crisi che nasce dalla illegalità e dall’usura applicata da alcuni istituti bancari come hanno certificato numerose sentenza anche della Cassazione. Ci credeva Nino de Masi e continua a crederci sul futuro dei suoi prodotti. Ci ha creduto quando grazie alla legge 488, decide di avviare serie una sere di investimenti. Da artigiani, i De Masi diventano industriali e sbarcano nella zona del porto di Gioia Tauro con uno stabilimento che si estende su un’area di 30mila mq. «Ero giovane e volevo cambiare il mondo, credevo che la realtà fosse fatta solo di bianco e nero e che i confini fossero facilmente rintracciabili: invece, compresi ben presto che il nero è anche dove non te l’aspetti». Anche tra le cifre degli estratti conto bancari. I ritardi e gli intoppi nell’erogazione dei fondi della 488, la cui gestione, tra valutazioni delle pratiche ed emissione delle varie tranche di finanziamento, fu affidata dal Governo proprio agli istituti di credito, hanno costretto la ditta De Masi a ricorrere largamente al credito bancario. Ma i conti, a controllarli bene, non tornano. I tassi di interesse e gli altri “costi” imposti (soprattutto la commissione di massimo scoperto) sembrano superare tutti i limiti previsti dalla legge 108/1996. La legge sull’usura. La ditta De Masi si ritrova a pagare oneri finanziari per 6 milioni di euro su linee di credito di 12, 13 milioni. Nino reagisce seguendo l’esempio del padre Giuseppe, poco importa se davanti ci sono da una parte gli ’ndranghetisti della Piana e dall’altra i colossi bancari italiani: nel 2003 presenta un esposto in Procura. Quattro anni dopo il presidente di Capitalia, Cesare Geronzi, il presidente della Bnl, Luigi Abete, e l’ex presidente della Banca Antonveneta, Dino Marchiorello, vengono rinviati a giudizio. Le sentenze di primo, secondo grado e persino al Cassazione confermano l’usura. Giustizia solo sulla carta perché le banche continuano ancora a negare quanto stabilito dalla sentenze.

 

Ti sei ricordato di condividerlo con i tuoi amici?