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Omeca Reggio Calabria, impianto a rischio amianto
Gli operai chiedono l'intervento di Asp e ispettorato

Calabria

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REGGIO CALABRIA - Potrebbero esserci quintali di amianto sotto i teloni posti accanto al reparto verniciatura a Torre Lupo, dentro lo stabilimento delle Omeca. Amianto esattamente come reca una delle scritte apposte ad uno dei sacchi accatastati ancora dentro la fabbrica che dal cuore del Meridione produce i treni gioiello più belli del mondo.

Una scoperta quella fatta da operai e sindacalisti ieri mattina nella città dello Stretto da lasciare senza fiato, perché significherebbe che le maestranze dello stabilimento industriale dell’Ansaldo Breda venduto lo scorso febbraio alla multinazionale giapponese Hitachi (LEGGI LA NOTIZIA), solo qualche mese dopo la visita-spot del presidente del consiglio Matteo Renzi (GUARDA LE IMMAGINI DELLA VISITA e LEGGI LA NOTIZIA), avrebbero respirato per decenni veleno purissimo.

Per questo motivo i lavoratori non riprenderanno a lavorare oggi dopo le tre settimane di chiusura mentre sono attesi per la mattinata di oggi i Carabinieri, l’Asl e l’ispettorato del lavoro.

Lo stabilimento resta sempre chiuso nel mese di agosto (mancano gli impianti di aerazione e le temperature dei forni sono insopportabili). Quest’anno però si registra una novità in più. Si sarebbe dovuto smantellare un magazzino per fare posto a nuove postazioni. Così era stato detto agli operai. Si trattava invece di lavori di ristrutturazione del tetto ed eliminazione dei pannelli preesistenti. Lavori che, sembra, siano stati chiesti dalla multinazionale giapponese che ha acquisito lo stabilimento di Reggio Calabria, insieme a quelli di Pistoia e Napoli che voleva essere certa che gli impianti fossero a norma ed avrebbe posto come conditio sine qua non la bonifica ambientale della fabbrica. I lavori sarebbero stati affidati ad una ditta di Enna che avrebbe lasciato accatastato tutto il materiale ben coperto sempre all’interno dello stabilimento ma con le scritte indicanti materiale pericoloso ben visibili. Per ripulire poi l’interno della struttura sarebbe intervenuta l’Avr con spazzoloni ed idranti.

I luoghi di lavoro si presentavano, come denuncia la Fiom Cgil, la Uilm, la Fim Cisl, “con postazioni di lavoro sporche, lampade rotte, computer bagnati ma soprattutto con la assoluta irrespirabilità dell’aria, satura di polveri sospese”. Un’emergenza vera di fronte la quale i sindacati hanno chiesto la chiusura della fabbrica per il tempo necessario alla bonifica, suggerendo il ricorso alla cassa integrazione ma l’azienda ha fatto muro mentre le organizzazioni sindacali hanno convocato gli enti preposti (ispettorato ed Asp) a fare le verifiche del materiale asportato, invitando i lavoratori a recarsi fuori dai capannoni nel caso in cui avvertano problemi e manchino le condizioni ottimali per le attività lavorative.

Oggi sarà l’asl a chiarire cosa c’è dentro quei sacchi che recano la scritta amianto mentre aleggia il dubbio che per anni gli operai si siano potuti intossicare con fibre di eternit nel silenzio generale di chi, invece, avrebbe dovuto, a norma di legge, vigilare.

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