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Il Sud arranca, Istat mette in evidenza i disagi

In Calabria redditi bassi e salute messa a rischio

Calabria
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CATANZARO - Reddito più basso, giovani "a spasso" senza lavoro né studio, speranza di vita tra le più basse. Il quadro dipinto dall'Istat, con il report sulle "Misure del benessere equo e sostenibile dei territor", non è assolutamente incoraggiante per la Calabria. Le condizioni di vita appaiono molto differenti tra le regioni del Nord e quelle del Sud e sono diversi i settori su cui riflettere.

Vibo ultima per stipendi 

Il primo punto riguarda il reddito medio, per il quale, secondo Istat, «Al Nord, nel 2016 il reddito medio di un lavoratore dipendente è stato di circa 24.400 euro contro i 16.100 euro di un lavoratore del Mezzogiorno», con «una differenza di oltre 8mila euro annui».

Le retribuzioni sono cresciute ma con velocità diverse: «Il divario iniziale, che nel 2009 misurava 6.300 euro a vantaggio del Nord sul Mezzogiorno, si è quindi notevolmente accentuato. Il reddito da lavoro dipendente nella provincia al vertice della classifica, Milano, è circa due volte e mezzo quello della provincia più indietro, Vibo Valentia.

Giovani senza lavoro né studio

Il report di Istat evidenzia anche che «nel 2016, in media il 24,3% dei giovani tra i 15 e i 29 anni non ha lavorato né studiato». I cosiddetti Neet ("not in education, employment or training"), spiega l’Istat, «sono il 17% al Nord, il 20,4% al Centro e il 34,2% nel Mezzogiorno, con evidenti differenze tra le province di tutte le aree geografiche», raggiungendo valori tra i più elevati «nelle città metropolitane di Palermo (41,5%) Catania (40,1%), Messina (38,5%), Napoli (37,7%) e Reggio Calabria (36,8%)».

La speranza di vita dalla nascita

Nel 2016 la speranza di vita alla nascita, tornata a crescere dopo la flessione del 2015, si attesta a 82,8 anni a livello nazionale; la differenza di 1 anno tra Nord e Mezzogiorno si amplifica fino a 3,4 anni tra la provincia di Caserta (80,7) e il territorio della città metropolitana di Firenze (84,1). 

Queste le condizioni delineate dall'Istat che sottolinea come nella parte più alta della distribuzione della speranza di vita alla nascita, rappresentata dal primo 20% dei casi, si trovano prevalentemente province del Nord-est e del Centro, in quella più bassa si concentra la totalità delle province campane e la gran parte di quelle siciliane, ad eccezione di Agrigento e Ragusa.

Il profilo del Nord-ovest è invece più articolato: da una parte Lombardia e Liguria, su livelli medio-alti, dall’altra Piemonte e Valle d’Aosta, dove molte province si collocano nella coda della distribuzione nazionale insieme a quelle più svantaggiate del Mezzogiorno.

Tra il 2004 e il 2016 l’aspettativa di vita in Italia è cresciuta di 2,1 anni. L’incremento ha riguardato tutte le province italiane, ma con diversa intensità: risulta tendenzialmente maggiore in quelle del Nord e più contenuta in quelle del Centro, in particolare dove i livelli iniziali erano già elevati, come ad esempio nella gran parte delle province marchigiane. Fa eccezione Roma che, con 79,9 anni nel 2004 si posizionava nell’ultimo 20% della graduatoria nazionale, nel 2016 ha raggiunto 82,9 anni. Si tratta in assoluto del maggior guadagno ottenuto tra le province italiane. Per i due terzi delle province del Mezzogiorno, invece, bassi livelli di partenza sono associati ad incrementi più bassi.

I principali indicatori di mortalità

Riguardo ai principali indicatori di mortalità per causa, le province italiane dove è maggiore la mortalità per tumori si trovano per lo più in Campania e in Sardegna: a Napoli, con 11,4 decessi per 10mila abitanti, si registra il valore massimo (9 per 10mila la media Italia); seguono Caserta, Benevento, Sassari, Cagliari, Olbia-Tempio e Carbonia-Iglesias, con incidenze superiori ai 10 casi per 10mila abitanti, così come L’Aquila e Crotone. Su valori analoghi si segnalano nel Nord-ovest Vercelli, Biella, Aosta, Pavia.

I più alti tassi di mortalità per demenze e malattie del sistema nervoso si concentrano invece soprattutto nel Nord-ovest, dove nel 2014 in 14 province su 25 si sono registrati oltre 30 decessi per 10mila residenti di 65 anni o più (media Italia 27,9), 38 per 10mila a Cuneo, circa 36 a Cremona e Bergamo.

Il quadro territoriale è comunque piuttosto articolato, con incidenze elevate, oltre 30 decessi per 10mila residenti, anche in alcune province del Nord-est e del Centro. Nel Nord-est il picco massimo si ha a Treviso (38,7 per 10mila) ma si segnalano anche Bolzano, Belluno, Venezia, Reggio nell’Emilia e Modena, e per il Centro Lucca, Ancona e Ascoli Piceno. Nei territori del Mezzogiorno, dove il fenomeno ha generalmente un’incidenza minore (25,9 per 10mila), tassi elevati si registrano nelle province di Pescara (34,5), Trapani (38), Sassari (37,7), Cagliari (34,8) e Carbonia-Iglesias (45,6 decessi per 10mila abitanti).

In 10 anni la mortalità per tumore della popolazione tra i 20 e i 64 anni in Italia si è ridotta complessivamente di 2,2 punti, mentre quella per demenza degli ultrasessantaquattrenni è aumentata di 7,2 punti. In entrambi i casi le differenze territoriali sono notevoli, anche se tendenzialmente le province del Nord hanno registrato i progressi maggiori nel primo caso e gli incrementi più contenuti nel secondo. Nel Mezzogiorno meno della metà delle province ha ridotto di almeno un punto la mortalità per tumore tra il 2004 e il 2014.

 

Alto il tasso di omicidi

Il tasso di omicidi, 0,7 per 100mila abitanti in Italia nel 2016, varia in misura ampia tra le province: i valori più bassi sono particolarmente concentrati nelle province dell’Italia centrale e piuttosto frequenti al Nord.

Il primato negativo assoluto nel 2016 va alla provincia di Rovigo (2,9 omicidi per 100mila abitanti), seguita da numerose province del Mezzogiorno come Foggia (2,2), Napoli, Nuoro, Vibo Valentia e Trapani (1,8).

Per quel che riguarda invece i delitti violenti, tra le province italiane si passa dai 7,7 delitti per 10mila abitanti di Rieti ai 34,7 di Napoli, seguita a distanza da Milano e Rimini (26 in entrambi i casi). Il fenomeno è generalmente più intenso nelle città metropolitane di tutta Italia, con le uniche eccezioni positive di Reggio Calabria (12,1) e Cagliari (13,1). (Redazione web)

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