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Il vittimismo e il pregiudizio nazionale

Calabria

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INNANZITUTTO, vorrei complimentarmi con Roberto Losso per la scoperta e la pubblicazione della corrispondenza tra Pier Paolo Pasolini ed il dottore Pasquale Nicolini. Sono due lettere di grande interesse che vorrei sintetizzare così. Pasolini s’indigna per l’estrema miseria e squallore della Calabria alla fine degli anni ‘50 del secolo scorso ed invita i calabresi «a non fare come gli struzzi». Il dottore Nicolini, con garbo e determinazione, mette in evidenza che il viaggio di Pasolini è avvenuto con un “turboreattore” , troppo veloce e superficiale per ammirare le bellezze della nostra terra e conoscere più da vicino i calabresi, che non sono tutti ladri e miseri. Roberto Losso riporta pure la reazione inviperita della stampa locale contro questa denigrazione della Calabria e dei calabresi. Questa reazione la conosciamo bene: è  un cliché che ritorna da cinquant’anni, un déjà vu che si ripete fino alla noia. Ogni volta che un giornalista/scrittore ha denunciato la criminalità o il degrado ambientale e sociale della Calabria si è levato un coro di scudi in difesa dell’onore ferito. 

È quella che Vito Teti, su questo giornale, ha definito con geometrica eleganza «la psicologia della persecuzione, che spesse volte si trasforma in psicologia degli assediati e che si traduce nella difesa, comunque, di un “noi“ che tende ad assegnare le colpe di quello che accade sempre agli altri». Ne abbiamo un inquietante ritorno in tutto il Mezzogiorno dove, negli ultimi anni, si moltiplicano i comitati neoborbonici e gli scritti contro l’Unità d’Italia, sulla scia del successo del volume “Terroni” di Pino Aprile.  Vorrei aggiungere, per inciso, che grazie ai Quaderni Calabresi ed agli scritti di Francesco Tassone e Nicola Zitara ho preso coscienza fin da giovanissimo dei danni perpetrati dalla monarchia sabauda nel territorio meridionale, dello scippo di denaro e apparati produttivi, per non parlare della repressione del brigantaggio, degno di una delle più spietate potenze coloniali del tempo (vedi N. Zitara, Unità d’Italia: nascita di una colonia, Jaka Book, 1972). Detto questo trovo oggi decisamente pericoloso addebitare tutte le colpe  del disastro territoriale, sociale e culturale del nostro Sud  a fatti ricadenti a 150 anni fa. Non a caso è la vecchia classe politica meridionale - quella che ha sperperato e divorato i fondi europei, che ha reso ipertrofica ed inefficiente la pubblica amministrazione - che sta cavalcando questo rigurgito antiunitario e la lotta “contro il nord” sfruttatore e baro (valga per tutti il caso del presidente Lombardo). Nel momento più difficile e delicato della storia della nostra Repubblica, ci manca solo un'alleanza tra Lega Nord e Movimenti Neo - Borbonici (Mpa, “forconi” et all.) per dare un colpo di grazia a quello che resta di questo paese.

Da un’altra angolazione, non si può negare che esistano ormai cliché consolidati che penalizzano il Mezzogiorno e la Calabria.   Basti solo pensare che fino a quando giudici coraggiosi del lombardo-veneto non hanno denunciato e dimostrato la presenza capillare delle mafie nel nord-Italia , la classe politica ed i giornalisti del centro-nord hanno sempre negato o sminuito il pericolo delle infiltrazioni mafiose e la presenza di una vera e propria “borghesia criminale” che comanda anche nelle aree forti dello sviluppo economico italiano.  Basti ricordare quante volte si è giocato sull’equazione Sud=Mafia, riducendo la complessità della “questione meridionale” a “questione criminale”.  Basti, infine, ricordare quanto sia difficile far passare sui mass media nazionali un’altra immagine del  Mezzogiorno, e soprattutto della Calabria, anche in presenza di “buone pratiche”, di movimenti civici che hanno cambiato il modo di operare di alcune amministrazioni locali, di imprenditori che si sono ribellati all’usura ed alla ‘ndrangheta. Sono rimasto colpito dalle testimonianze di una decina tra imprenditori, giovani e donne che si sono ribellate al potere mafioso e che Giuseppe Trimarchi ha raccolto in un bel testo “Calabria Ribelle” che esce in questi giorni per i tipi della Città del Sole. Nessuna di queste storie ha avuto lo spazio che meritava sulla scena nazionale.

Chi scrive si è scontrato più volte con questo muro che si alza ogni volta che si deve parlare bene di una “buona pratica” nel Mezzogiorno, per non dire in Calabria. Non perché ci sia un complotto, ma perché così funziona il mercato dell’informazione.   Vorrei citare solo due casi tra i tanti di cui ho fatto esperienza diretta.

Nel  1987 il C.R.I.C. (una ong calabrese) organizzò, con il patrocinio della Regione Calabria, il festival “Vivere il Mediterraneo” nei locali della Fiera di Reggio Calabria dall’11 al 25 Luglio (nove conferenze internazionali, 45 gruppi di teatro e musica, le cucine e l’artigianato del Mediterraneo, ecc.). Un evento straordinario che apriva, per la prima volta in Italia, un dibattito intenso e di spessore sul futuro del Mediterraneo e sul nostro ruolo. Bene, malgrado una qualificata promozione e pubblicità, la stampa nazionale (ad esclusione del Mattino di Napoli e del “Manifesto”) ignorò l’evento fin al terzo giorno in cui un maresciallo dei carabinieri bloccò il concerto di un gruppo di Zagabria che cantava “bandiera rossa”, con evidenti intenti dissacratori. Ma, il maresciallo dei carabinieri bloccò il concerto dicendo «questa città ha sofferto troppo… e non può accettare che si canti “bandiera rossa”, visto che i comunisti hanno svenduto Reggio capoluogo». Vi sembrerà incredibile, ma questa notizia - e non quella del primo meeting sul Mediterraneo - fece il giro di tutta la stampa nazionale, fino all’Eco di Bergamo ed alla Gazzetta di Verona. 

Un altro esempio. Quando ero presidente del Parco Nazionale dell’Aspromonte introdussi il sistema dei “contratti di responsabilità territoriale”, impegnando le associazioni ambientaliste e le cooperative sociali nello spegnimento, a terra, degli incendi. I risultati, certificati dal Corpo Forestale dello Stato, sono stati immediati e sono durati per tutto il periodo del mio mandato. Nell’estate del 2001 ed in quella del 2003 di fronte ad un paese in fiamme la riduzione in Aspromonte di circa l’80% della superficie bruciata sulla media anni ‘90, divenne un caso nazionale. Ne parlarono i principali Tg nazionali, settimanali a grande diffusione ed i principali giornali nazionali. Gramellini nel suo editoriale sulla Stampa titolò: Mangiafuoco in Aspromonte. E spiegò: «il presidente del Parco ha trovato un modo geniale per combattere gli incendi: pagare per non fare bruciare». Ancora più pesante un giornalista del Tg2 mi chiese: «ma, in questo modo non si danno i soldi alla ’ndrangheta?». È difficile esprimere la rabbia di fronte a tanta ignoranza e pregiudizi. Bastava andare a leggersi i dati ufficiali del Corpo Forestale dello Stato e scoprire che in quegli anni in Aspromonte il numero dei “fuochi” era aumentato, mentre si era drasticamente ridotta la superficie bruciata. C’erano stati tanti incendi - e quindi nessuno aveva pagato per non accendere i fuochi - ma grazie al pronto intervento dei giovani delle associazioni/cooperative erano stati immediatamente spenti.

E potrei continuare con tanti altri esempi che dimostrano chiaramente quanto sia difficile rompere il “pregiudizio nazionale” nei confronti di questa terra.  Ma, non se ne esce negando i disastri sociali ed ambientali che sono in gran parte nostra responsabilità. Prendiamo il caso del progetto di centrale a carbone a Saline.  È vero che c’è una società svizzera (anche se i capitali potrebbero essere molto “locali”) che vuole costruire una grande centrale a carbone in una località ad alta vocazione turistica ed in un momento in cui in tutto il mondo si chiudono le centrali esistenti e si blocca qualunque nuova costruzione. Ma, se questo scellerato investimento si farà la colpa sarà ancora nostra, a partire dalle istituzioni locali e regionali, così come fu per merito delle associazioni ambientaliste e dei 32 sindaci della piana di Gioia Tauro, guidati da Mommo Tripodi, se fu bloccata, negli anni ‘80,  la costruzione di ben 4 centrali a carbone che l’Enel voleva impiantare accanto al porto di Gioia Tauro. Come si vede, ci dibattiamo in una morsa:  da una parte un vittimismo che scarica tutte le colpe all’esterno e ci ha trasformato in struzzi -come diceva Pasolini - dall’altra un pregiudizio, un marchio di negatività assoluta - l’Inferno, come definì maldestramente Giorgio Bocca il Mezzogiorno nel 1990 -  che non è più sopportabile. Non ci resta che andare oltre.  E solo noi lo possiamo fare, in alleanza/cooperazione con le migliori forze culturali, sociali ed economiche del resto del nostro paese e di quelli che si affacciano sul bacino del Mediterraneo.

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