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Cannatà: Caro Scalfari, ti fa diventare un altro
quel condizionale sulla trattativa Stato-mafia

Calabria

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CARO Eugenio, nell'editoriale del 29 luglio scrivi – in merito alle telefonate Mancino-Napolitano – di «un'infrazione estremamente grave» da parte della Procura di Palermo «per ignoranza delle norme». Aggiungi: «… mi addolora che alcune persone alle quali sono legato da profonda amicizia e stima abbiano sempre taciuto su questo aspetto…». Pensi certamente a Barbara Spinelli, Stefano Rodotà… (così dicono le mie carte di biografo). Intanto è esplosa la polemica col direttore di MicroMega, Paolo Flores d'Arcais. Cosa sta succedendo? Diranno loro – se riterranno opportuno – qualcosa su questi temi. 

   Intervengo, per un'altra ragione. Perché dopo l'editoriale di domenica non posso ignorare il tuo “condizionale”. Parli di «trattativa Stato-mafia che si sarebbe svolta tra il 1992 e il '94». Ho fatto un salto sulla sedia, credimi, leggendo questa frase. Forse l'hai già usata altre volte, ma adesso, dopo il dibattito di questi mesi, appare insopportabile. Ho curato le notizie sui testi per il Meridiano che uscirà a settembre (“Scalfari. La passione dell'etica”, Mondadori). Dalle pagine emerge – dirai che ti elogio troppo – un'immagine positiva, una nitida coerenza.

   Dunque: sei sicuro che un giornalista con la tua storia, faccia bene a usare il condizionale sulla trattativa Stato-mafia? 

   Pensi davvero che – dopo aver combattuto da protagonista il generale De Lorenzo, la corruzione partitocratica, il malaffare, la mafia, la P2 di Gelli… – tu possa, improvvisamente, diventare “un altro” e suggerirci che la trattativa potrebbe non esserci mai stata? Il condizionale lascia aperta questa possibilità.

   Sei sicuro che lo scontro in atto – che lacera l'area progressista e coinvolge le intelligenze più sottili – sia soltanto giuridico, circoscrivibile nelle norme indicate da Gianluigi Pellegrino (Repubblica, 28 luglio)? 

   Mi hai fatto conoscere, a Lecce, l'avvocato Pellegrino; ne ho apprezzato la cultura e la competenza giuridica, ma gli sfugge che il tema in discussione va oltre i codici e le norme. Lo scontro è politico: tra una visione ideale dello Stato, che non può – non deve – scendere a patti con la mafia; e una concezione opposta, iper-realista, machiavellica, andreottiana (Barbara Spinelli ipotizza, su MicroMega, che «le trattative non siano veramente condannate, visto che sono state condotte per evitare ulteriori stragi»). La ragion di Stato, dunque. Su Repubblica scrivi che non è così. Si può dissentire? In merito alla trattativa (e all'idea che la sostiene), rubo una battuta a Carlo V: «La ragion di Stato non deve opporsi allo stato della ragione».

   Viviamo giorni difficili. 

   Per chi ha una certa idea della Politica – e difende la Procura di Palermo, in prima fila contro il crimine – vederti su una posizione “diversa” comporta, è innegabile, un effetto destabilizzante. 

   Hai criticato Segni, Leone, Cossiga («deve stare molto attento il Capo dello Stato di non esporsi alla critica di predicar bene in campo altrui e razzolar male nel proprio». Di più: «S'indigni di meno Presidente della Repubblica e serva lo Stato come gli fa obbligo la Costituzione» (23 novembre '90). Insomma, non ti sei preoccupato del ruolo che ricopriva Cossiga. 

   Adesso, difendi Napolitano. Giusto: sei convinto che il Presidente abbia parlato con Mancino solo di cose lecite. Ma come fai a non vedere che oggi più di ieri – dopo la morte di D'Ambrosio – è indispensabile che questa “convinzione” diventi, per l'opinione pubblica, una “certezza”?

   Ho sempre pensato che proprio la correttezza di Napolitano – di cui sono convinto – rendesse necessaria la pubblicazione delle telefonate. Avrebbe rafforzato la sua immagine. Oggi tutto è più difficile: il conflitto con la Procura di Palermo è stato formalizzato, l'avvocatura generale dello Stato ha depositato il ricorso della Presidenza della Repubblica presso la Corte Costituzionale. E' un atto che acuisce lo scontro. «Ma cosa ci sarà mai in quelle conversazioni – chiedono in molti – per spingere Napolitano e i suoi consiglieri a tante e così improvvide iniziative?» 

   Insomma, l'affaire “Mancino-Napolitano” e la morte di D'Ambrosio sono casi complessi. Si possono scaricare colpe e responsabilità sui giornali? Napolitano ha parlato di “campagna violenta”. E' corretto? I giornali danno le notizie. Lo sai bene. Dunque: applica, caro Eugenio, i tuoi principi – sulla libertà di stampa – anche al caso “Mancino-Napolitano”; abolisci il “condizionale” e prendi atto che “il patto” Stato-mafia non solo c'è stato, ma forse – come dice Spinelli – c'è ancora. 

   Una sintesi, per gli storici del futuro: nello scontro tra Procura di Palermo e Quirinale, il capo dello Stato e il fondatore di “Repubblica” hanno commesso degli errori. Accade. Non viene meno la loro grandezza. 

   Sarebbe bene, tuttavia, non sottovalutare l'amato Voltaire: «Gli uomini sbagliano, i grandi uomini confessano di essersi sbagliati».

 

Angelo Cannatà*

* Docente di Storia e Filosofia nei Licei

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