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Scavi di Sibari riaperti
ma abbandonati a se stessi

Calabria

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CASSANO ALLO JONIO - Anche se aperta parzialmente, l'area archeologica di Sibari, dopo i primi interventi, sembra essere abbandonata a se stessa. Come se un velo di oblio si fosse poggiato sulla sciagura subita dal Parco archeologico di Sibari con l'esondazione del fiume Crati del 18 gennaio scorso. Nessuno ne parla più. Nessuna delle istituzioni preposte, a quanto ci risulta, fa sentire la sua voce per ottenere quegli interventi e, soprattutto, quei finanziamenti necessari per proseguire nei lavori e riportare il Parco archeologico nelle condizioni in cui si trovava prima dell'esondazione del fiume Crati. Al momento, dopo i primi interventi effettuati grazie a un finanziamento di 300 mila euro messo a disposizione dal ministero dei Beni Culturali, tutto è fermo. Nulla, a quanto ci risulta, si sa. Non si sa, per esempio, se i lavori, terminati il 4 aprile scorso, riprenderanno e quando riprenderanno. L'esondazione del Crati, a causa della rottura degli argini, fece arrivare nell'area archeologica circa 200mila metri cubi di acqua e detriti che ne allagarono completamente cinque ettari. Una sciagura, quella verificatasi al parco archeologico sibarita, che nei primi tempi ha richiamato, grazie soprattutto all'appello lanciato dalle colonne de “Il Quotidiano” e sottoscritto da centinaia di studiosi, storici e intellettuali di tutto il mondo, l'attenzione della politica e delle Istituzioni. L'ex ministro della Coesione Territoriale, Fabrizio Barca, per ben due volte visitò i luoghi e il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano mosse alcuni passi per far porre la giusta considerazione a quel dramma che aveva interessato il sito sibarita. Da quel fatale 18 gennaio sono trascorsi più di cento giorni e la situazione che si registra nell'area archeologica sibarita non è per niente ottimale. Cosa, peraltro, che ci viene confermata dall'archeologa Silvana Luppino, responsabile dei siti archeologici sibariti. La dottoressa Luppino, sentita telefonicamente, ci ha informato che, a partire dallo scorso primo maggio, il Parco archeologico di Sibari è stato riaperto, anche se solo parzialmente, al pubblico. L'area archeologica sibarita torna a essere usufruibile, tutti i giorni, tranne il lunedì, dalle 9 alle 18, ai visitatori anche se solo esternamente. «Dal primo maggio abbiamo riaperto il Parco ai visitatori ma non è possibile addentrarsi nell'area archeologica, - ci spiega la dottoressa Luppino - perché ancora mancano le idonee misure di sicurezza. E' possibile visitare il Parco solo attraverso i vialetti esterni con percorsi molto limitati». La dottoressa Luppino, nel corso della conversazione, ci dice, con un pizzico di amarezza mista a delusione, che i lavori interrotti il 4 aprile scorso non sono ancora ripresi e che, al momento, non si sa se riprenderanno e quando riprenderanno. «Non abbiamo, al momento, - ci confida - alcuna notizia su eventuali nuovi finanziamenti necessari per riprendere i lavori interrotti e riportare il Parco Archeologico, almeno, alle condizioni del 17 gennaio scorso». Per rendere del tutto usufruibile il Parco archeologico bisogna risistemare le passerelle, pulire dal fango i circa 180 metri di “Strada” e, soprattutto, pulire e restaurare l'area del Teatro, delle Terme e delle Case Romane. Interventi, ci spiega la dottoressa Luppino, che possono e devono essere eseguiti con manodopera altamente specializzata. «Non c'è più bisogno - ci dice, infatti, Silvana Luppino - dei macchinari che aspirano il fango. Oramai il fango si è incrostato e la crosta si può togliere anche manualmente. Adesso necessità - sottolinea - una manodopera altamente specializzata e che questa sia seguita da archeologici e da specialisti che conoscano bene l'area archeologica sibarita». Il Parco Archeologico di Sibari, un patrimonio di ingente valore storico - archeologico, deve essere restituito in tutto il suo splendore, al più presto, all'umanità. Non si può più aspettare. Chi ha veramente a cuore Sibari e la sua storia faccia sentire la sua voce verso chi non può continuare a ignorare la tragedia che si è abbattuta su una delle più importanti aree archeologiche.

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