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Il caso Benestare una sconfitta per tutta la Calabria
Non è il negazionismo che aiuta a battere la 'ndrangheta

Calabria

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MALAFFARE, burocrazia autoreferenziale, 'ndrangheta.  Amministrare un Comune avendo di fronte nemici così potenti è un'opera titanica. Se poi ti arrivano avvertimenti e minacce, se attorno a te senti montare un clima ostile, fatto di omertà e complicità, e se poi diventi, non solo tu ma anche i tuoi familiari, bersaglio diretto dei prepotenti, dei vili delinquenti che si muovono nell'ombra, incominci a chiederti se davvero ne valga la pena. E, dopo le auto bruciate del parroco e di tua sorella e la distruzione di un automezzo del Comune, ti ritrovi anche con la tua vettura distrutta in pieno centro dalle fiamme, e senti solo solidarietà rituali e parole di circostanza, forse persino da chi ti vuole male se non ha addirittura agito per colpirti, la decisione di mollare è comprensibile. 

Rosario Rocca ha gettato la spugna. Era venuto nel suo paese, Benestare, dal Nord dove aveva lavoro e rispetto, per dare una mano ai suoi conterranei. Ieri, dopo l'ennesimo attentato, ha scritto poche righe per rassegnare le sue dimissioni da sindaco, e sul social network lo ha accompagnato con l'immagine del tricolore. Una resa che suona come monito, se non condanna, ad una società che tollera e sopporta, guarda e tace, attende e calcola sulla base del proprio interesse. Poi, come fa lo stesso sindaco dimissionario, che vuole scappare e tornarsene al Nord, se la prende con lo Stato “sordo e assente” o distratto, debole o impotente. 

Non è sbagliato criticare lo Stato, che fa poco e spesso appare inadeguato a debellare un cancro tanto vasto e radicato. Ma bisogna mettersi d'accordo con se stessi. Perché poi, quando lo Stato manda le commissioni di accesso nei Comuni – e qualche volta alla fine non trova conforto alle motivazioni che hanno determinato quelle decisioni precauzionali –, si grida alla criminalizzazione delle nostre comunità, dimenticando in un sol colpo le condizioni in cui si vive e il peso asfissiante dell'illegalità e della sopraffazione. E si dice prontamente che “la Calabria non è solo 'ndrangheta”. Meno male! Se fosse solo 'ndrangheta sarebbe davvero un luogo da cui fuggire senza voltarsi indietro, una terra senza speranza. Ma quanto pesano la 'ndrangheta e la cultura 'ndranghetosa, che non è meno grave sebbene non abbia i crismi della delinquenza organizzata, nella vita calabrese? 

Quelli che dicono – compreso qualche scrittore che fa dimenticare Corrado Alvaro o Saverio Strati, ma anche Carmine Abate, che si inscrive a pieno titolo in quella straordinaria tradizione – che non è solo o tutto 'ndrangheta, sanno benissimo che le cose non stanno così. Saranno pure una minoranza, ma gli uomini della 'ndrangheta in servizio effettivo o in doppiopetto, in prima fila o nelle retrovie variamente camuffate, infestano la società e in alcune aree le devastano capillarmente. Il negazionismo o la sottovalutazione, non si sa quanto compiacente, sono modi per mistificare la realtà, alla fine anche stupidi perché la stessa realtà poi ritorna in primo piano quotidianamente con i fatti e le storie che anche un cieco vede e un sordo sente. 

Lo Stato, dunque, faccia fino in fondo la sua parte, aiuti i calabresi onesti a vivere e operare in libertà e senza l'angoscia di trovarsi in piena solitudine a contrastare “il malaffare, la burocrazia autoreferenziale e la 'ndrangheta”. Non si chiederà mai abbastanza questo impegno a chi deve garantire serenità e sicurezza. Ma, detto questo, vogliamo chiederci se non tocca ai calabresi fare qualcosa, individualmente e tutti insieme, per cambiare finalmente atteggiamenti e comportamenti e togliere l'acqua nella quale la 'ndrangheta nuota da padrona. Sarebbe già un primo passo far sentire il calore e la solidarietà – ma non di un solo momento, quello d'occasione – al sindaco dimissionario di Benestare. Se Rocca molla e lascia la Calabria, la sconfitta non è sua ma dello Stato e, se permettete, di tutti noi.

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