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Sibari diventa l'emblema
di una politica incerta

Calabria

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NON è certo di buon auspicio che il periodo cruciale del passaggio tra un anno e l’altro sia segnato da eventi dolorosi come quelli segnalati dalla stampa a proposito delle tristi condizioni nelle quali versano l’area area archeologica ed il museo di Sibari. La prima, alluvionata quasi un anno fa, è ancora per gran parte ricoperta di fango; nel secondo, la mancanza di manutenzione ordinaria ha provocato infiltrazioni d’acqua piovana dal tetto, mettendo in pericolo la conservazione dei preziosi reperti archeologici lì conservati. Sembra che un destino contrario avvolga le vicende di Sibari: nell’antichità ed ancora nel presente. Sulla città vinta, i Crotoniati deviarono le acque del fiume Crati: a decretarne la fine e la volontà che mai più risorgesse. 

Oggi, di nuovo il Crati, ma per ben più volgari motivi, si è di nuovo riversato su quanto gli archeologi, con fatica e tenacia, avevano riportato alla luce. E così, sempre all’acqua si deve il pericolo che corrono i reperti del museo. E dire che gli antichi scrittori lodavano la scelta dei fondatori di Sibari di porre la loro città fra due fiumi: così da avere sia facilità di difesa sia abbondanza di acqua per i necessari usi della vita associata. Continuare a trovare paralleli tra l’antico ed il moderno non vale a scongiurare l’attuale criticità nella quale versa uno dei più importanti parchi archeologici non solo della Calabria ma dell’intera Magna Grecia. E l’unico che permette di constatare, nonostante la distruzione operata dai Crotoniati, come la vita associata, dopo la distruzione avvenuta nel 510 a. C., sia continuata con la nuova fondazione di Thurii e proseguita con la colonia latina di Copia fino al VII secolo d. C., quando la città era sede vescovile. Nessun altra città di Magna Grecia conserva evidenza del genere in maniera altrettanto evidente anche all’occhio di chi non è archeologo. 

Chi abbia a cuore la conservazione del patrimonio archeologico e culturale deve rivolgersi all’oggi: e riflettere sul modo nel quale le antichità e gli altri beni culturali, compreso il paesaggio, sono gestiti, dai supremi decisori politici a Roma e da quelli calabresi. La riflessione si impone solamente sul livello culturale e storico (e sarebbe già molto, per una nazione civile!), ma anche su quello imprenditoriale. Come molti ricorderanno, gli scavi archeologici di Sibari sono stati iniziati e condotti, tra il 1969 ed il 1975, in contrapposizione al progetto di impiantare un’estesa area industriale nella piana del Crati. Solamente la centrale termoelettrica di Santa Irene di Rossano ed il porto di Corigliano-Schiavonea sono oggi a testimoniare di quel progetto: mai realizzato per intero. Così, altrettanto parzialmente, si è condotto lo scavo archeologico: delle tre città antiche sovrapposte fra loro ed in vita per un millennio e mezzo la superficie ricostruita equivale a circa 500 ettari: di questi solamente 5, divisi in quattro diversi cantieri di scavo sono stati riportati alla luce. La conduzione dello scavo archeologico ha comportato un impiego di manodopera per circa sei anni; in seguito, l’amministrazione dell’area archeologica e, ancora successivamente, del museo hanno offerto impiego a personale dipendente dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali. L’una e l’altra realizzazione costituiscono non secondario richiamo turistico: dal quale, se la gestione del territorio e l’impostazione di attività produttive congrue fossero ben condotte, si potrebbe ricavare ulteriore produttività. 

La piana di Sibari può essere assunta ad emblema dell’incertezza con la quale è stata condotta la politica economica nel nostro Paese durante l’ultima generazione: lo sviluppo industriale è stato iniziato, ma non portato a compimento; quello agricolo permane, ma con sempre maggiori difficoltà; quello turistico, e per esso quello culturale, rimane soffocato da incuria e retorica. Il patrimonio archeologico è fragile per sua natura: cominciamo a riflettere che si tratta di manufatti che hanno una venerabile età: più di 2000 anni! Che si trovano esposti alle intemperie, le quali ne inducono un ulteriore peggioramento di conservazione con la pioggia e l’alternanza dei valori del clima. Che anche i reperti conservati nei museo sono altrettanti antichi, e che quindi hanno bisogno di condizioni di conservazione tali da garantirne il rallentamento del degrado: anch’essi sono soggetti alle pericolose sollecitazioni del clima, sia pure in ambiente coperto, ed alle variazioni di umidità. Non solo l’attività dello scavo archeologico costa: anche la conservazione di quanto si è scavato e riportato alla luce. Ci si deve chiedere il motivo per il quale, terminato lo scavo, i finanziamenti destinati all’area archeologica ed al museo di Sibari, fin allora assai generosi, si siano ridotti ad una miseria tale da causare le infiltrazioni di acqua piovana che sono state denunciate. Da un lato è probabile che la causa risieda nella già segnalata incertezza circa la direzione che deve seguire la politica generale del Paese. Dall’altro è sicuro che la spesa generale rivolta alla conservazione del patrimonio culturale è la più bassa di tutti gli altri Paesi che compongono l’Unione Europea. Inoltre, è da lamentare che la professionalizzazione del personale responsabile di questo patrimonio è troppo sovente carente: l’osservanza burocratica, tanto più in questi ultimi anni dopo la riforma del Ministero voluta dall’allora Ministro Rutelli, supera la coscienza critica che deriva a molti, se non a tutti, responsabili dagli studi compiuti in gioventù, troppo spesso non più rinverditi da periodi di congedo destinato all’aggiornamento. 

La gestione finanziaria è ristretta in poche mani: le quali di frequente non hanno la benché minima idea del valore del patrimonio del quale sono responsabili, in quanto i loro studi sono stati di natura diversa e la loro attenzione è più rivolta a rendersi accetti al potente di turno che a condurre azioni concrete e programmate di conservazione, tutela e valorizzazione. La destinazione dei finanziamenti, sempre di molto inferiori alle necessità, è rivolta ad opera di facciata, che tendano a costruire consenso: l’esempio più vicino è la ristrutturazione del Museo di Reggio, avvenuta in due tempi. Manca ogni attenzione alla manutenzione ordinaria: proprio perché le risorse finanziarie a disposizione vengo rivolte ad opere di facciata e non di sostanza. E la carenza di manutenzione ordinaria non si fa sentire dolorosamente solamente a Sibari: anche a Pompei, e in numerosi altri siti di interesse archeologico, crolli e perdite sono dovuti alla mancanza di pazienti, oscuri lavori ordinari, che solamente tecnici amanti del proprio lavoro e non invece assatanati di consenso sono in grado di programmare, condurre e portare lodevolmente a termine. Riflettere sullo stato miserando denunciato per Sibari ci ha portato lontani: ma nessuna delle considerazioni fin qui svolte non ha attinenza con il magico sito calabrese nel quale si incontrano la storia, il paesaggio, la memoria ed il sogno.

* già soprintendente archeologo della Calabria e di Pompei 

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