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Il caso Cutrì e il solito compitino già scritto
con i luoghi comuni sui calabresi e la 'ndrangheta

Calabria

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atto uccidere un fratello, arrestare altri suoi parenti e poi è stato alla fine arrestato egli stesso dai gruppi speciali dei carabinieri. Tutto in pochi giorni e tutto nella operosa e laboriosa Lombardia, dove Cutrì è nato e dove i genitori si erano trasferiti tanti anni fa dalla Calabria, da Melicuccà per la precisione.
Meno male che è finita perché altrimenti ci saremmo dovuti sorbire un’altra paccata di idiozie sulla grande stampa nazionale che – tranne rare eccezioni (Ruotolo e Gangemi sulla Stampa e Carlotto su Repubblica) – ha dato il peggio di sé, sfiorando il ridicolo e andando anche oltre. Questo Cutrì è stato, infatti, dipinto prima come un boss di prima grandezza della ’ndrangheta, poi come uno dei capisaldi dell’organizzazione mafiosa in Lombardia e in tutto il Nord. Poi visto che la cosa faceva un po’ acqua hanno calato l’asso con la sociologia d’accatto sulle dichiarazioni sciagurate della madre di Cutrì, simbolo – è stato detto e scritto – della mentalità mafiosa che alberga in quella famiglia e, dato che c’eravamo, in tutti i calabresi. Anche se sono nati magari – è il caso appunto dei Cutrì, di tutti i fratelli vivi o morti - alle porte di Milano, anche se con la ’ndrangheta non hanno nulla a che fare, anche se a Melicuccà di cosche mafiose non se ne conoscono.
La verità è che questo Nino Cutrì era ed è un volgare bandito e bastava vedere come erano andati i fatti per capire che non aveva svolto alcun ruolo né la ’ndrangheta, né Cosa Nostra, né i marsigliesi, né i corsi, né la mafia cinese e nemmeno quella russa e che i messicani erano rimasti, una volta tanto, a casa loro. Un’azione da disperati finita come doveva finire, nel sangue e nell’orrore cioè.
Il punto è che ancora una volta si ragiona e si scrive per luoghi comuni, per sentito dire, per frasi fatte e dato che Cutrì era nato da persone che erano nate in Calabria il compitino era già scritto, non c’era da sforzarsi molto. Qualche cosina già scritta in passato, una ripassata delle puntate precedenti e il gioco era fatto e confezionato. Come al solito.  
In una trama – va detto con assoluta nettezza e serietà – che fa il gioco della ’ndrangheta in maniera perfetta, perché – come diceva uno che qualcosa ne capiva a proposito – quando tutto è mafia è come se si dicesse che niente è mafia e alla fine la vera ’ndrangheta - che noi sappiamo che esiste (eccome, se esiste!) - se ne sta bella acquattata e gode come un riccio. Se tutti gli ’ndranghetisti erano come Cutrì ne avevi voglia a dire che era la più grande organizzazione criminale del mondo! Da morire del ridere, appunto.

MENO male che è finita tutto sommato in fretta la storiaccia di Mimmo Cutrì, l’ergastolano che voleva la libertà, che ha fatto uccidere un fratello, arrestare altri suoi parenti e poi è stato alla fine arrestato egli stesso dai gruppi speciali dei carabinieri (LEGGI). Tutto in pochi giorni e tutto nella operosa e laboriosa Lombardia, dove Cutrì è nato e dove i genitori si erano trasferiti tanti anni fa dalla Calabria, da Melicuccà per la precisione.

Meno male che è finita perché altrimenti ci saremmo dovuti sorbire un’altra paccata di idiozie sulla grande stampa nazionale che – tranne rare eccezioni (Ruotolo e Gangemi sulla Stampa e Carlotto su Repubblica) – ha dato il peggio di sé, sfiorando il ridicolo e andando anche oltre. Questo Cutrì è stato, infatti, dipinto prima come un boss di prima grandezza della ’ndrangheta, poi come uno dei capisaldi dell’organizzazione mafiosa in Lombardia e in tutto il Nord. Poi visto che la cosa faceva un po’ acqua hanno calato l’asso con la sociologia d’accatto sulle dichiarazioni sciagurate della madre di Cutrì, simbolo – è stato detto e scritto – della mentalità mafiosa che alberga in quella famiglia e, dato che c’eravamo, in tutti i calabresi. Anche se sono nati magari – è il caso appunto dei Cutrì, di tutti i fratelli vivi o morti - alle porte di Milano, anche se con la ’ndrangheta non hanno nulla a che fare, anche se a Melicuccà di cosche mafiose non se ne conoscono.

La verità è che questo Nino Cutrì era ed è un volgare bandito e bastava vedere come erano andati i fatti per capire che non aveva svolto alcun ruolo né la ’ndrangheta, né Cosa Nostra, né i marsigliesi, né i corsi, né la mafia cinese e nemmeno quella russa e che i messicani erano rimasti, una volta tanto, a casa loro. Un’azione da disperati finita come doveva finire, nel sangue e nell’orrore cioè. Il punto è che ancora una volta si ragiona e si scrive per luoghi comuni, per sentito dire, per frasi fatte e dato che Cutrì era nato da persone che erano nate in Calabria il compitino era già scritto, non c’era da sforzarsi molto. Qualche cosina già scritta in passato, una ripassata delle puntate precedenti e il gioco era fatto e confezionato. Come al solito.  In una trama – va detto con assoluta nettezza e serietà – che fa il gioco della ’ndrangheta in maniera perfetta, perché – come diceva uno che qualcosa ne capiva a proposito – quando tutto è mafia è come se si dicesse che niente è mafia e alla fine la vera ’ndrangheta - che noi sappiamo che esiste (eccome, se esiste!) - se ne sta bella acquattata e gode come un riccio. Se tutti gli ’ndranghetisti erano come Cutrì ne avevi voglia a dire che era la più grande organizzazione criminale del mondo! Da morire del ridere, appunto.

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