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Sentenza Scopelliti, la Calabria azzoppata
e l'analisi del sangue per chi vuole governare

Calabria

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VIENE da pensare a Berlusconi quando, nei momenti di splendore, durante una manifestazione del Pdl teneva la mano sulla spalla di Scopelliti. Era un po’ invidioso dell’altezza e, forse, anche dell’età del prossimo Governatore della Calabria, ma non lo dava a vedere perché ci scherzava su e quasi voleva far dimenticare i tacchi, che non gli hanno mai donato l’altezza desiderata. Strano destino parallelo. Silvio travolto dai guai giudiziari, Scopelliti  affondato da una sentenza pesantissima. E ora quella differenza di età suona a svantaggio del secondo perché la sua carriera politica viene travolta quando poteva aspirare (forse) a traguardi ancora più importanti. Certo, l’idillio con il già Cavaliere è finito quando Scopelliti ha sostenuto in maniera determinante la decisione di Angelino Alfano di abbandonare la casa madre e il padre politico. 

Ma proprio questo rapporto privilegiato con il leader del Nuovo Centro Destra sembrava essere una opportunità straordinaria, che poteva essere oscurata solo dall’insuccesso elettorale, annunciato dai sondaggi, della formazione politica nata dalla costola del partito di Berlusconi. Il sogno finisce qui. E il risveglio da questo sogno è la materializzazione del fantasma che lo ha inseguito in questi anni. Un incubo lunghissimo, sicuramente i quattro anni di guida della Regione ma anche di più, a partire dal suicidio della sua amica di scuola, Orsola Fallara, oppressa da una vicenda e da errori che non era più capace di padroneggiare. 

Lei, la funzionaria più sicura e potente del Comune di Reggio, si accorse che ormai la situazione le era sfuggita di mano. E ne scaturì una tragedia. Che ha inseguito il sindaco tanto amato dai suoi cittadini e che dominava il Comune come un signore incontrastato. Forse anche per questo in pochi hanno creduto – sicuramente non i giudici che lo hanno condannato – che lui non sapeva quello che combinava la Fallara. 

Sono tante le città male amministrate in Calabria e in Italia, sicuramente Reggio non è sola. Ma lì il fallimento amministrativo, sancito e certificato dallo Stato, è apparso ancora più grave sia per il contesto ambientale sia perché quel modo di governare la città fu assunto come un modello impareggiabile che doveva essere esportato altrove. E dopo i reggini, gli hanno creduto anche i calabresi che gli hanno affidato plebiscitariamente il compito di attuare alla Regione un Modello che eguagliasse le faville della sua città. Una città che è in ginocchio e che non ha ancora cancellato piaghe antiche, due fra tutte: la puzza di fogne e l’acqua non potabile che sgorga dai rubinetti di casa.

Ora si apre una fase complicata. I partiti stanno facendo i conti sui possibili esiti. Intanto, il centrodestra è azzoppato, ha perso il suo leader, quello che marciava verso la vittoria e che un anno dopo l’insediamento alla Regione fu alla testa di una massiccia marcia su Cosenza, che doveva suggellare il predominio elettorale e popolare del centrodestra. E oggi non ha leader immediatamente spendibili per un risultato come quello del 2010 ma anche più modesto. Il centrosinistra ha interesse a fare presto, ma il naufragio della Regione targata Scopelliti lo coglie in mezzo al guado: da un lato c’è una nuova leadership, che è in sintonia con i fasti nazionali del Pd, dall’altro c’è la vecchia e sempre potente nomenclatura. Circolano nomi di possibili candidati, ma di novità, almeno come qualcuna di quelle nazionali, non se ne vedono ancora. 

In mezzo c’è il destino della Regione. Condannata, si può dire da sempre, ad essere costretta, per motivi diversi e responsabilità trasversali, a non svolgere un ruolo propulsivo e innovativo di governo della Calabria. Il mancato sviluppo, i ritardi, i soldi mal spesi, gli scandali, le inchieste, gli arresti, anche omicidi eccellenti, tanto assistenzialismo e un clientelismo dilagante sono mali antichi, che assumono ancora più rilievo in una realtà avvilita e asfissiata dalla presenza della ’ndrangheta.
Ma è solo colpa di chi governa? I plebisciti elettorali dovrebbero far riflettere. 

Con troppa disinvoltura si evita di fare l’analisi del sangue a chi si propone di governare. Prevale la regola della delega se non la prenotazione per un favore. A futura memoria. Con i risultati che si vedono. Ecco, la visita di Renzi a Scalea, variamente giudicabile, ha avuto un aspetto positivo: non ha promesso nulla ma ha semplicemente richiamato i calabresi a fare la loro parte e a non aspettare miracolosi interventi dall’alto. 

Può essere anche deludente per chi lamenta il tradimento delle attese e dei bisogni della Calabria da parte dei governi nazionali. Ma Renzi, in qualche modo lavandosene le mani, ha messo i calabresi di fronte alle loro responsabilità. Che non sono più eludibili specie dopo la sentenza di ieri che in un colpo solo azzoppa la Regione e la Calabria.

 

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