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Il Ponte sullo Stretto non è quello dei miracoli

Ecco perché per la Calabria non può essere una priorità

Calabria
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Il progetto del ponte sullo Stretto
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MA nel tempo Calabria e Sicilia si avvicinano o si allontanano? Purtroppo, due ore di navigazione sul web non sono state sufficienti per sciogliere il dubbio. Troppe teorie e studi geologici, in alcuni casi con conclusioni opposte, non ti danno una risposta univoca. E non trovandoci in contesti scientifici, ma in un terreno di pura curiosità google-dipendente, rimane allora l’affascinante dilemma. Affascinante, appunto, come tutto ciò che ha a che vedere con lo spostamento – lento ma rilevabile – di isole e continenti, ma nulla che ci possa far pensare, per esempio, che siccome tra x anni-decenni-secoli Calabria e Sicilia saranno unite, o molto più distanti, allora costruire un Ponte che le unisca è del tutto inutile.

LE DICHIARAZIONI DI RENZI: IL PONTE COME SIMBOLO

Ponte sì, ponte no: le considerazioni, dunque, si fermano a questo. Il premier Renzi ha ridato fuoco al dibattito qualche giorno fa, rilanciando l’opera come importante per «togliere la Calabria dall’isolamento e far sì che la Sicilia sia più vicina», con la non trascurabile ricaduta di 100.000 posti di lavoro per realizzarlo. Ovviamente si è scatenato il putiferio. Ma poiché non si tratta del pronostico sulla squadra che vincerà il campionato di serie A in corso, ci sono alcuni elementi che si sottraggono alla “semplice” divisione tra favorevoli e contrari. Intanto, la tempistica dell’annuncio – praticamente ad avvio della campagna elettorale per il referendum sulla riforma costituzionale, per la quale il premier ha annunciato e avviato un suo capillare impegno per convincere gli italiani a votare “sì” – lascia un po’ perplessi. I centomila posti di lavoro, inutile sottolinearlo, ricordano un po’ quelli prospettati da Berlusconi (sì, quelli erano un milione, ma la proporzione territoriale ci sta tutta).

Al netto della valutazione politica dell’iniziativa (il Ponte sullo Stretto, il progetto ovviamente, è argomento ricorrente da decenni), e del giudizio che ognuno può farsi, e a prescindere anche dal numero dei posti di lavoro, è cosa nota (e non solo a parte degli studiosi di economia politica) che le opere pubbliche danno opportunità occupazionali e quindi sviluppo. D’altro canto, ammesso che la Sicilia viva come un grossissimo problema l’“isolamento”, e considerando anche che il Ponte non si capisce in che modo possa «togliere la Calabria dall’isolamento» (dato che il problema per i calabresi non è certo arrivare velocemente a Mondello, alle porte di Palermo, per mangiare frutti di mare e granite), ci sta tutto che un Paese che vuole crescere possa puntare ad un’opera importante. Anzi.

Se la Calabria oggi fosse collegata decentemente al resto d’Italia (a Nord, non con la Sicilia), se non avesse strade statali e provinciali che in alcuni tratti sono peggio di mulattiere, se non avesse il piccolo problema del dissesto idrogeologico che di tanto in tanto fa sbriciolare strade e case, se non fosse in zona sismica ad elevatissimo rischio e nel contempo non avesse interi centri abitati – scuole e ospedali compresi – poco sicuri, diciamo così; se, ancora, non avesse tutta una serie di “piccolissime” questioni di sopravvivenza, allora di sicuro applaudirebbe all’idea di ospitare nei suoi confini una sponda di un grande Ponte. Applaudirebbe in coro al proposito di realizzarlo e a Renzi, a prescindere dal referendum ovviamente (là si vota per cose importanti e persino i centomila posti di lavoro possono essere poca cosa).

Qualcuno riesce a quantificare i posti di lavoro che si creerebbero per rimettere in sesto la Calabria “ordinaria”? Se un’affermazione del tipo “usiamo parte di quei soldi per aggiustare le strade e mettere in sicurezza i centri abitati” può suonare come qualunquistica, giacché le risorse europee, per esempio, non si possono usare per quel che più aggrada, d’altra parte non sta certo ai cittadini trovare la soluzione. La politica dovrebbe servire “anche” a questo. Ed è legittimo che i calabresi (o parte di essi) storcano il naso di fronte al miraggio, quando la vita di tutti i giorni (che spesso non prevede di andare a fare shopping a Milano, né a mangiare le cozze a Mondello) è segnata da viaggi estenuanti (in treno, in auto, in pullman) per raggiungere il posto di lavoro che dista sulla carta 40 chilometri e che nella realtà è lontanissimo (parlare di chilometri è effimero, meglio parlare del tempo necessario per percorrerli).

E i sindaci, anche quelli che per appartenenza politica plaudono all’ideona, nel loro intimo sicuramente saranno imbestialiti per il solo sospetto che magari un giorno (forse) il Ponte si farà e loro continueranno a non avere i soldi per mettere in sicurezza il loro territorio, e continueranno a tremare ogni qualvolta piove un po’ di più, terrorizzati che possano assistere a tragedie delle quali poi magari risponderne pure in tribunale. Il governatore Oliverio ha detto di essere favorevole al Ponte (LEGGI LE DICHIARAZIONI) se contestualmente, contestualmente (la ripetizione è voluta) si mette mano all’ammodernamento di autostrada, ferrovie e 106. Appare una posizione di buon senso. E se a Renzi, dopo il referendum, spiegassero bene che la Calabria ha altre priorità, forse qualche altra opera potrebbe sponsorizzarla con la sua solita verve, creando posti di lavoro e restituendo dignità ai calabresi.

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