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La sanità, le assunzioni e i servizi che mancano

Calabria
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LO sblocco delle assunzioni nel comparto della sanità regionale dopo i decreti emessi qualche giorno fa dal commissario per il piano di rientro, Massimo Scura, è di certo una buona notizia per molti calabresi, e potrebbe esserlo per tutti nella misura in cui i vertici (anche quelli delle aziende sanitarie e ospedaliere) saranno in grado di imprimere una svolta nei livelli di assistenza.

È una buona notizia per chi attende da anni una stabilizzazione, dopo tanti sacrifici. Lo è per le loro famiglie e anche, tutto sommato, per l’economia della Calabria. Lo è anche per chi avrà una chance occupazionale.

Ma il punto non è e non può essere questo, perché se si parla di sanità, la parola “assistenza” viene prima di “occupazione”, e non solo per seguire l’ordine alfabetico. E trasformare questa iniezione di personale, quando sarà attuata, in un livello accettabile di assistenza sanitaria in Calabria non è un passaggio automatico. La questione della sanità è delicata, per l’aspetto – finale – dell’assistenza; è complessa, per l’oggettiva difficoltà nel garantire servizi minimi ad un territorio geograficamente complicato; è grossa, perché si parla della voce di spesa maggiore del bilancio regionale.

Delle polemiche sulla gestione, da molti mesi, le cronache dei giornali sono piene. Il governatore della Calabria, Mario Oliverio, da tempo attende di essere nominato commissario, come accaduto nel caso del suo omologo in Campania. Aspettativa pubblicamente condivisa dal segretario del Pd, Matteo Renzi, qualche settimana fa a Diamante. Fiumi di parole anche sulla gestione del commissario Scura, su qualche pasticcio burocratico che ha ritardato lo sblocco delle assunzioni, sugli interessi (grossi) che nel settore hanno anche le strutture private. Quest’ultimo punto non è secondario. Le ipotesi di favoritismi potrebbero persino appassionare, se non fosse che nei pronto soccorso e negli ospedali la gente oggi continua ad avere grossi problemi.

Si sbaglia anche nell’indicare le cliniche come i demoni del sistema, dato che il regime di convenzione con il sistema sanitario regionale è previsto ed anzi dovrebbe assicurare in maniera organica il completamento dell’assistenza. Se poi imbrogli ci sono stati, sarà bene che la magistratura lo accerti, e anche in tempi brevi.

Ma non si può imputare l’inefficienza del sistema di assistenza sanitaria al sol fatto che esistano strutture private. Salvo che non ci si voglia abbandonare alla chiacchiera da ombrellone (se magari il mare non è proprio pulito per potersi immergere), sarebbe bene avere chiaro che esiste una cartina al tornasole per capire se la sanità in questa regione funziona e se sarà messa in condizione di funzionare meglio. Oggi, per fare un test, basterebbe andare nei pronto soccorso, chiedere di prenotare una visita specialistica in una struttura pubblica, un’ecografia, una risonanza.

Se vai in un pronto soccorso e ci trovi persone anziane sofferenti che attendono da cinque o sei ore per essere visitate (non è che devi arrivare per forza moribondo o a pezzi su una barella per pretendere tempi umani di “risposta”), allora capisci che qualcosa non va. Se un pensionato (non ricco) ha bisogno di un otorino e alla struttura pubblica gli danno appuntamento per quattro o cinque mesi dopo, allora qualcosa non va. E se, invece, non riuscendo ad attendere tanto (perché il fastidio che ha gli provoca molto disagio) deve mettere mano al portafogli e farsi visitare privatamente, allora la cosa appare più schifosa. Più medici e più infermieri, se gestiti in maniera attenta, non possono che portare ad una sostanziale modifica di quello che accade oggi.

I pronto soccorso oggi scoppiano, si dice, oltre che per le carenze in organico, anche perché la rete territoriale che dovrebbe fare da filtro (e quindi in ospedale dovrebbero arrivare solo i casi più urgenti) non funziona. E chi deve farla funzionare? Lasciamo stare le liste d’attesa per altre prestazioni sanitarie (e non sono quelle propedeutiche al rifacimento del naso, ovviamente). Qui la cartina al tornasole si scioglie. Così, oggi, non va. Se uno programma una scampagnata in Calabria e gli viene in mente che in caso di infarto sarebbe probabilmente spacciato perché l’ospedale più vicino è chiuso e quello più vicino funzionante è troppo lontano, ha due sole vie d’uscita: imbottirsi di camomilla per non fare cattivi pensieri o fare il pic-nic nei dintorni di qualche struttura sanitaria attrezzata per le urgenze.

Ma chi l’ha detto che per risanare il buco nei conti della sanità calabrese (che di certo non ha provocato il cittadino, salvo il contributo di tutti quelli che si sono dichiarati poveri per non pagare il ticket) una persona che ha bisogno di essere ricoverato in un reparto deve andare in una città lontana perché in quella più vicina quella specialità è stata soppressa? Se la si legge così, con semplicità, la situazione è vergognosa. Ecco, allora, che insieme alle assunzioni ci si attende un servizio migliore (è evidente che il solo miglioramento dei conti è cosa diversa, giacché sarebbe come se un pensionato riuscisse a risparmiare un gruzzoletto destinandovi quei pochi soldi che avrebbe potuto usare per comprarsi il cibo). Allora, le assunzioni che si prospettano (finalmente) possono essere l’inizio della soluzione. Non lo sono automaticamente. È vero che dal punto di vista occupazionale, in una regione così disastrata, mille posti di lavoro stabili sono mille posti di lavoro. Ma se si parla di sanità, viene prima l’efficienza del sistema di assistenza. Magari tra qualche anno le cose andranno molto meglio, proprio grazie all’aggiornamento degli organici. Ma è bene avere tutti la consapevolezza che il risultato da raggiungere non era e non è l’incremento occupazionale, una bella cosa che attende di essere trasformata in una svolta storica. Rocco Valenti

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