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La politica si copra il capo di cenere

Calabria
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Uno dei tantissimi incendi di questa estate
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PER chi ha la fortuna di vivere in paesi e città risparmiati quest'estate dalle centinaia di incendi che stanno riducendo in cenere vastissime aree di bosco e macchia mediterranea in Calabria il problema non esiste. Non dovrebbe essere così, ma, presumibilmente, la percezione è questa. Se, invece, sei stato svegliato di notte e fatto allontanare da casa perché le fiamme si erano pericolosamente avvicinate all’abitato, se hai visto andare in fumo – insieme all’uliveto che con tanti sacrifici eri riuscito ad avere – l’idea di dare a un progetto di una vita la forma di un agriturismo, se solo sei stato sfiorato dal rogo mentre passavi in auto sulla strada di sempre e ti sei sentito miracolato, allora la percezione dell’emergenza è diversa: incredulità, dolore, terrore.

Eppure tutti, sia chi da questi incendi non ha avuto pericoli o danni, sia coloro che invece ne porteranno un ricordo comunque amaro, passeggiando su un colle carbonizzato (e forse anche guardandone solo una fotografia) forse proveranno un senso di smarrimento alimentato da troppi interrogativi.

Non è la prima estate in cui la Calabria ha dovuto convivere con l’emergenza incendi. Da decenni è stato così. Quest’anno, però, si è tornati, per frequenza e dimensione dei roghi, ad almeno 15 o 20 anni fa. Perché questo scempio? La siccità, le altissime temperature e il vento hanno – da soli o tutti insieme combinati – alimentato i roghi da una cicca di sigaretta buttata ai bordi della strada? Qualcuno ha dato fuoco volontariamente? Lo ha fatto per quell’ossessione patologica che fa di un uomo un piromane o per trarne quali benefici? C’è un disegno criminale? E per quale scopo?

È davvero difficile pensare che, data la particolarità degli eventi (centinaia, spesso concomitanti), le Procure arriveranno ad una conclusione nelle indagini, che comunque non possono non disporre e coltivare (il codice penale ne tratta specificamente e in questi casi non può passare inosservato che oltre ad aver messo a repentaglio la vita di numerose persone, i roghi hanno provocato danni molto rilevanti). È una considerazione amara, ma è così. Tutti piromani? Mah, sembra incredibile: gli anni scorsi erano in vacanza? Nei vortici di informazioni circolate nelle ultime settimane (e non solo in Calabria, considerato che quest’anno la piaga ha interessato molte regioni) si è fatta anche l’ipotesi che dietro molti incendi ci possano essere gli interessi di chi potrebbe lucrare sulle attività di spegnimento. E, a scanso di equivoci, non possono essere ovviamente i vigili del fuoco, e non solo perché sugli incendi di bosco hanno competenze ristrette, ma anche perché il corpo dei vigili del fuoco è una delle poche cose di cui l’Italia, in questa fase storica, può andar tranquillamente fiera.

Uno spunto per la politica calabrese: al rientro dalle vacanze (non interrotte neanche per l’emergenza), dopo essersi cosparsa il capo di cenere, cerchi un sussulto e faccia di tutto per togliere ossigeno ai dubbi, pretenda, per esempio, che il servizio antincendio sia assicurato solo da organismi pubblici. E predisponga provvedimenti precisi (direttamente o sollecitando i livelli competenti, fino al Parlamento) perché nessuno possa trarre alcun beneficio da questa carbonaia. A parte i roghi nei boschi (la Sila non ha ancora la tregua necessaria per leccarsi le ferite), quelli che hanno circondato città e paesi danno spazio anche ad altre riflessioni. Come si possono lasciare le strade con sterpaglie alte due metri sui bordi? Perché non ci si assicura che anche i privati tengano in ordine i propri terreni? Lo scempio non è solo adesso che è tutto nero carbone. Lo era anche due mesi fa, ma a questi paesaggi malgovernati siamo talmente abituati che quasi siamo arrivati a credere che la macchia mediterranea sia costituita dalle piccole selve che accompagnano le nostre strade e dall’erbaccia rigogliosa che occupa tutto ciò che è incolto.

Eppure, se non sei stato svegliato di notte o (per fortuna) non hai avuto danni diretti dagli incendi, allora la vera percezione di cosa voglia dire questo disastro non ce l’hai. Anzi, dopo aver smaltito il fastidio di qualche coda in strada perché a qualche chilometro da te c’era un rogo che lambiva delle abitazioni (ma non la tua), magari approfitti di questi ultimi giorni di vacanza, e, di ritorno dalla gita al mare, lanci dal finestrino dell’auto il sacchetto dell’immondizia in cui ci sono i resti del meritato relax. Le strade della Calabria sono piene di sacchetti di spazzatura, che, notoriamente, non camminano da soli. Gli incendi, quest’anno, hanno seminato terrore e hanno lasciato tristezza. Non è cosa nuova, ma questo 2017 è stato particolarmente brutto.

Qualche settimana fa, il Quotidiano ha pubblicato un articolo scritto nel 1971 da Mario La Cava sugli incendi. “Il destino dei boschi, in Calabria, è che siano distrutti dal fuoco… Chi ha passato l’infanzia in Calabria, ricorda le vampate di fuoco alzantisi sulle montagne nelle notti estive e il soffio sterminatore dei venti accaldati, sulle pianure inaridite”, scriveva lo scrittore di Bovalino, citando poi pagine di Alvaro per descrivere il cambiamento sociale dall’epoca in cui gli incendi non interessavano i beni dei contadini (“I campi coltivati, però, i campi delle colline e delle pianure, si salvavano sempre. Li salvavano i contadini coi loro lavori continui, con le loro arature che distruggevano le erbe secche e gli arbusti che avrebbero potuto dare alimento al fuoco, appena si fosse presentato: lo fermavano subito con la loro vigilante attenzione”) a quella in cui “lo stato di abbandono delle campagne diventate preda della sterpaglia, lo spopolamento dei poderi, l’indifferenza dei contadini, hanno reso possibile l’estensione degli incendi dove prima accadeva che fossero subito spenti”. E poi, in quello scritto, esprimeva la malinconia che lo assalì quando un suo piccolo uliveto fu divorato dalle fiamme e rifletteva “sul comportamento di coloro che avevano assistito all’incendio. Perché non mi avevano aiutato? Non per odio di classe… Semplicemente perché la proprietà fondiaria aveva perduto per essi il valore attribuitale un tempo, e non era quindi il caso di preoccuparsi tanto, se fosse stata divorata dal fuoco”.

Oggi che il valore della terra coltivata per i più non esiste, tra una partita di campionato da vedere in tv in diretta bivaccando in soggiorno e una stronzata da novelli intellettuali da sparare sui social, chi ha il tempo di pensare al valore di questa terra se non ne possiedi neanche un ettaro e, quindi, non hai nemmeno l’incentivo di poter aspirare a qualche contributo dall’Unione europea? Eppure una passeggiata su queste radure carbonizzate sarebbe salutare.

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