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Scioglimento dei Consigli Comunali per mafia

I presunti colpevoli e la patente di gestione mafiosa

Calabria
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Palazzo Chigi, sede del Governo organo che decide sullo scioglimento dei consigli comunali per mafia
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TRA i tanti danni che le mafie fanno alla società ce n’è uno che non ha direttamente a che fare con le conseguenze delle sue condotte sanguinarie e delle sue ricche razzìe.

È quello di far passare in secondo piano aspetti che attengono a principi e conquiste che stanno anche un po’ più su della pur stringente necessità di combattere le mafie in ogni modo possibile. Lo scioglimento di cinque amministrazioni comunali calabresi (LEGGI LA NOTIZIA), nei giorni scorsi, diversamente dal solito, non è passato quasi del tutto inosservato. Sarà per le lacrime del sindaco di Lamezia, sarà per le parole di fuoco del primo di cittadino di Marina di Gioiosa Jonica, sarà per l’appassionata difesa del sindaco di Cassano, sarà per tutto questo insieme, sta di fatto che sulla decisione del Governo si discute più del consueto. 

Per fortuna.

Senza entrare nel merito delle situazioni specifiche (peraltro non sono ancora note le motivazioni degli scioglimenti), c’è da chiedersi se questo strumento previsto dalla legge sia giusto, efficace o se, piuttosto, non rischi, paradossalmente, di far passare l’idea che lo Stato (in questi frangenti in cui somiglia un pochino ad uno stato di polizia discostandosi dalla sua natura di stato di diritto che, per inciso, non è un regalo che l’Italia s’è trovata sotto l’albero di Natale) abbia le armi spuntate e opti per vie sbrigative senza badare alla sua stessa “autorevolezza”.

A queste domande, risposte univoche fino ad oggi non ce ne sono state, nonostante dibattiti a tratti vivaci. Ovviamente, la procedura di scioglimento dei comuni (o province) per infiltrazioni o condizionamenti di tipo mafioso “o similari” è giusta nel senso che è conforme al diritto vigente (secundum ius). Ma lo è anche secondo una percezione che tenga conto di un contesto – al quale ci stiamo lentamente abituando – in cui esiste il principio che le responsabilità “penali” vanno accertate seguendo un percorso costruito in modo tale che alla fine si raggiunga una ragionevole certezza?

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DEI CONSIGLI COMUNALI PER INFILTRAZIONI MAFIOSE

È vero che nel caso degli scioglimenti per mafia non si è nel campo dell’accertamento penale, che mandare a casa sindaci e consiglieri non è una pena inflitta e che si è, piuttosto, nel campo del diritto amministrativo. È vero che la misura dello scioglimento (che non implica, dunque, formalmente “giudizi” sulle persone) tende a evitare che infiltrazioni e condizionamenti possano determinare, come recita l’art. 143 del Tuel, “un’alterazione del procedimento di formazione della volontà degli organi elettivi ed amministrativi e da compromettere il buon andamento o l'imparzialità delle amministrazioni comunali e provinciali, nonché il regolare funzionamento dei servizi ad esse affidati, ovvero che risultino tali da arrecare grave e perdurante pregiudizio per lo stato della sicurezza pubblica”.

È altresì vero, però, che l’esistenza di infiltrazioni e condizionamenti può essere desunta da “elementi” (benché debbano essere “concreti, univoci e rilevanti”) che non abbiano quella solidità minima richiesta, per esempio, per applicare una misura cautelare. E se un consigliere o un assessore è solo indiziato di un “collegamento” con associazioni mafiose “o similari”, magari tutta l’amministrazione se ne va a casa e, in teoria, alla fine del non breve percorso giudiziario, il consigliere o l’assessore viene riconosciuto estraneo a quegli ambienti, intanto il suo ex sindaco, i suoi ex colleghi di giunta e i consiglieri da tempo sono passati alla storia come quelli del Comune sciolto per mafia.

Si è osservato che se non vi fosse lo strumento dello scioglimento, dovendo attendere i tempi di un accertamento giudiziario, l’amministrazione sospettata avrebbe campo libero per fare porcherie. Concettualmente, e con proporzioni debite, è come dire che siccome non ci sono magistrati a sufficienza per assicurare un processo breve, si potrebbe considerare la possibilità di arrestare tutti i sospettati e tenerli in carcere fino alla sentenza definitiva.

Sì, lo scioglimento è roba di diritto amministrativo, ma il condizionamento mafioso non è un aspetto caratteriale o una peculiarità orografica: è una cosa grave che se c’è porta, evidentemente, alla commissione di reati gravi – in questo caso – contro la pubblica amministrazione (che, se accertati, vanno puniti senza tentennamenti e, possibilmente, evitando il rischio di prescrizione); ma se reati non se ne commettono, sembra un po’ azzardato mandare a casa un’amministrazione. Che idea ricaverebbe il cittadino se alla fine di eventuali processi penali (eventuali perché tranquillamente potrebbe non arrivarsi neanche al processo) fatti sugli “elementi” che avevano anni prima portato allo scioglimento del Comune (difficile pensare che il frutto dei collegamenti e dei condizionamenti di cui parla l’articolo 143 del Tuel si sottragga al penale) dovesse essere accertato che reati non ne erano stati commessi?

Che quell’amministrazione se n’è andata a casa per l’aria mafiosa.

Garantismo? Ma quando mai! Si tratta solo della necessità di scongiurare la retorica – anche a livello istituzionale – dell’antimafia (perché c’è pure questa), che qualche volta ammanta di finto pregio azioni che dovrebbero far rabbrividire, o quantomeno pensare. Non è possibile che gli scioglimenti per mafia dei Comuni sorvolino l’attenzione della gente e il tutto si riduca ad una notizia e ad una classifica di enti sciolti come se si trattasse degli scudetti di calcio. È giusto sottolineare la responsabilità dei partiti politici nel momento in cui non prestano la necessaria attenzione a chi presentano o sponsorizzano nel momento delle elezioni. Anzi, giustissimo. Ma il dubbio su come è concepito oggi lo strumento degli scioglimenti viaggia su un altro piano.

Le riforme e le riformine, ormai da diversi anni, sono numerose e adottate con frequenza impressionante. Nel campo del diritto se ne fanno talmente tante che gli editori dei codici, dovendo offrirli agli operatori aggiornati, oscillano tra pesantissimi stati di ansia a giornate di preghiera perché per un po’ il legislatore stia buono. Tra una norma e l’altra, sarebbe il caso di ragionare sulla necessità di rivedere questa non limpida paginetta sugli scioglimenti.

Se ci sono gravi indizi su un assessore, un consigliere, per presunti reati, anche senza che implichino collusioni con le mafie, ma che possono avere conseguenze sull’andamento della pubblica gestione, li si sospenda subito cautelativamente, li si arresti, ma non si azzeri tutta l’amministrazione. Lo Stato preveda priorità massima di accertamento, nelle scelte di politica giudiziaria, verso questa categoria di situazioni. Una misura disposta da un giudice terzo, seppur nella sua provvisorietà legata alla fase iniziale dell’inchiesta, è pur sempre qualcosa di più di un indizio. E se un singolo consigliere o assessore viene arrestato perché gravemente indiziato di un reato in combutta con la mafia?

Basta questo, in assenza di altri elementi di peso, per estendere il sospetto di mafiosità a tutta l’amministrazione, visto che di questo si tratta? Sì, certo, lo scioglimento degli enti per mafia è un provvedimento di natura amministrativa, e lo abbiamo acquisito, ma la parola mafia puzza di penale e la patente di amministrazione “infiltrata” o “condizionata” dalle organizzazioni mafiose non te la cancella né il Tar, né il Consiglio di Stato. La credibilità della lotta alla mafia (divagando, ma non troppo, ci potremmo aggiungere alla corruzione), che contribuisce alla efficacia stessa dell’azione, si ciba di attenzioni che qualche volta chi legifera non ha (e qualche volta le disattenzioni negli anni hanno suscitato qualche perplessità).

Torniamo agli scioglimenti.

Per il sol fatto che le mafie esistano (e la ‘ndrangheta esiste “di più”), non si può mandare a casa un sindaco perché magari ci sono “elementi” – tutti da verificare – che lascino ipotizzare collegamenti condizionanti tra un consigliere comunale e un suo parente con precedenti penali. Per ora tutti a casa e poi se ne parla. Ancor prima dei mafiosi, c’erano – dicono – degli uomini con le clave che, di fronte ad un torto subito dal vicino di caverna, risolvevano tutto in un batter di ciglia. Tutto quello che si può fare contro le mafie, a tutti i livelli, va fatto e senza indugi, ma sarebbe bene farlo con più lucidità, perché le caverne sono chiuse da un po’ e là dentro non si stava granchè bene.

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