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Cancellata la Provincia, Reggio sarà città metropolitana dal 1 giugno. Crotone e Sibari alleati per creare la Magna Grecia

Calabria

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REGGIO CALABRIA - Via la Provincia già dal 1 giugno 2013. Così Reggio Calabria si appresta a diventare una delle dieci città metropolitane d'Italia. È quanto prevede una delle bozze più recenti del decreto del Governo in materia di spending review. Il territorio della città metropolitana coinciderà con quello della provincia soppressa. Gli organi delle città metropolitane saranno il consiglio e il sindaco metropolitani. I membri del consiglio sono eletti tra i sindaci dei Comuni dell’area.

Oltre a Reggio Calabria il provvedimento riguarda anche le province di Roma, Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Bari e Napoli. Alle città metropolitane (già previste dalla legge sul federalismo del precedente Governo) sono attribuite le funzioni fondamentali delle province, oltre a: pianificazione territoriale generale e delle reti infrastrutturali; strutturazione di sistemi coordinati di gestione dei servizi pubblici, nonchè organizzazionr dei servizi pubblici di interesse generale e di ambito metropolitano; mobilità e viabilità; promozione e coordinamento dello sviluppo economico e sociale.   Ogni città metropolitana dovrà dotarsi entro sei mesi di uno statuto.

LA PROPOSTA. E se Reggio Calabria perderà la Provincia, tra i territori di Crotone e Cosenza nascono proposte di nuove alleanze. E' il caso dell'idea lanciata dal sindaco di Casabona, Natale Carvello, che proprone un'allenza tra Crotone e Sibari per dare vita alla Provincia della Magna Grecia. «Oggi - scrive il primo cittadino - ci confrontiamo con il problema “Crotone”, provincia che lotta per  non essere cancellata e “Sibari”, che a dispetto dei numeri non può diventare provincia. Due debolezze che devono diventare una forza. Le condizioni per creare una macroprovincia  ci sono tutte:  una popolazione intorno ai 350mila abitanti, 300 chilometri di costa, un notevole patrimonio storico culturale e un potenziale turistico interessantissimo».

LE REAZIONI. Tra tagli e crisi, monta la protesta. Giovedì astensione dalle udienze, indetta dall’Organismo Unitario dell’avvocatura contro la rottamazione della giustizia (demolizione del processo civile, della legge Pinto contro l’eccessiva lunghezza dei processi, l'appello cassatorio, mediaconciliazione obbligatoria), la chiusura di circa 1000 uffici giudiziari, l’aggressione alla professione forense e, quindi, al diritto di difesa. Alla protesta hanno già aderito oltre cento ordini forensi e sono previste manifestazioni in altrettante città.

Ma oltre agli avvocati sono diverse le reazioni al provvedimento del Governo. «Come si fa a dire che 7,2 miliardi di tagli a Regioni, Province e Comuni, non sono una manovra? Altro che spending review, ancora una volta si sceglie la via di fare pagare ai cittadini e agli Enti locali il conto della crisi».  Lo dichiara il Presidente dell’Upi, Giuseppe Castiglione, annunciando per domani una riunione straordinaria dell’Ufficio di Presidenza dell’Upi in cui decidere le iniziative da mettere in campo contro i tagli della manovra.

Duro il commento del segretario generale della Uil, Luigi Angeletti, che a Tgcom 24 ha ribadito che a questo punto «è inevitabile» uno sciopero generale.: «Ci preoccupa l’indeterminatezza che può nascondere la volontà di fare un’operazione di tagli lineari, che dimostrano la mancanza di forza nel compiere delle scelte. Malgrado il nostro tentativo di poter discutere su quali settori intervenire e con quali modalità, il governo ha rifiutato qualsiasi tipo di discussione specifica, facendo solo affermazioni generiche». 

LE PROVINCE. «Esprimiamo e manifestiamo contrarietà alla paventata ipotesi di cancellazione degli enti intermedi rappresentando tale ipotesi una grave lesione alla democrazia ed alla identità culturale delle comunità». E' quanto si afferma in un documento contro la prospettata ipotesi governativa della cancellazione delle piccole province, sottoscritto a Roma dai presidenti delle Province di Benevento, Crotone, Fermo, Isernia, Vibo Valentia e verrà ora condiviso dagli altri enti.   Alla riunione, che si è svolta nella sede dell’Upi, era inoltre presente, tra gli altri, il sindaco di Crotone, Peppino Vallone, insieme al presidente della Provincia, Stano Zurlo.   «L'abolizione delle 42 province, così come individuate – è scritto nel documento – non produrrebbe certo un risparmio di spesa tale da giustificare l’enorme disagio per le popolazioni interessate che si vedrebbero private in un colpo solo dei presidi di legalità e democrazia quali: prefetture, questure, comandi provinciali delle forze dell’ordine, camere di commercio, agenzie delle entrate, vigili del fuoco e corpo forestale dello stato, motorizzazione, genio civile e catasto, ordini professionali, oltre alle sedi provinciali Inps, Inail, provveditorato agli studi, solo per citarne alcuni».   

«Una tale ipotesi – prosegue la nota – produrrebbe solo disagi per i cittadini che si vedrebbero privati dei sopra menzionati servizi ed avrebbe, agli occhi degli stessi, solo un significato: lo stato che abbandona i propri territori. Per questi motivi ci rivolgiamo al signor presidente della Repubblica Giorgio Napolitano quale garante dell’unità nazionale e della sua identità oltre che dei diritti fondamentali dei cittadini affinchè impedisca questo lacerante strappo per le popolazioni locali».   Nel corso della riunione si è deciso inoltre «di dare vita ad un coordinamento delle piccole Province e di impegnare la conferenza Stato-Regioni».

I PARAMETRI DEL GOVERNO. Sono tre i parametri che saranno utilizzati per ridurre il numero delle Province, secondo le ultime indiscrezioni: i 3 mila metri quadri di estensione, i 350 mila abitanti e almeno 50 Comuni al loro interno. Le province che non dovessero superare almeno due dei parametri, verrebbero soppresse.   Su un numero attuale di 107 Province, ne resterebbero 61, comprese le dieci città metropolitane. In una prima bozza, le "sopravvissute" erano solo 42, ma a queste si sono aggiunte le 9 Province delle Regioni a statuto speciale – che però dovranno anch’esse adeguarsi entro sei mesi – e le dieci Province maggiori che dovrebbero diventare città metropolitane (Roma, Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Bari, Napoli e Reggio Calabria).   Queste Province superstiti avrebbero meno funzioni da svolgere rispetto a quelle attuali: si dovrebbero occupare di pianificazione territoriale e ambiente, trasporto pubblico, controllo del trasporto privato, costruzione e gestione delle strade provinciali.   Il decreto prevederebbe inoltre un taglio del 20% dei trasferimenti agli enti, agenzie e organismi che oggi esercitano compiti degli enti locali.

 

 

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