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Rende, Cavalcanti dice basta e si dimette da sindaco
«Lasciato solo sulla strada del cambiamento»

Calabria

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RENDE - Vittorio Cavalcanti, sindaco di Rende, oggi confessa che la decisione l’aveva presa da tempo, almeno da sei o sette mesi. E il ciclone giudiziario che ha investito la città, con l’arrivo della commissione d’accesso antimafia al Comune, il sospetto di contaminazioni in una partecipata comunale, le nuove perquisizioni, c’entra ma non è tutto. Cavalcanti oggi dice che se erediti un’amministrazione in cui le buone prassi hanno lasciato spazio al «disordine» e alla «discrezionalità» e con un buco finanziario importante (9 milioni all’atto dell’insediamento, ridotto ora a 6), devi mettere in campo politiche di discontinuità e se in quelle politiche la maggioranza non ti segue «non resta che lasciare e farsi da parte». In altre parole, le dimissioni.

Sindaco, ricapitoliamo. Venti giorni fa è arrivata la richiesta di perquisizione e sequestro della Dda di Catanzaro, nella quale si denunciano casi di parenti di boss che lavorano all’interno di ditte che hanno appalti con il Comune e presunti favoritismi nell’attribuzione di immobili comunali. Da lì parte un periodo di silenzio del sindaco e voci di dimissioni. Cosa è successo?
«Ci sono fatti ed eventi che ti impongono di riflettere non tanto sul merito, quanto sul momento, e ti inducono ad andare oltre lo specifico. Dico subito che la lettura, attraverso i giornali, del contenuto del decreto della Dda suscita tante perplessità, perché non ti è chiaro il senso complessivo: non riesci a capire perché, in altri termini, possa essere un filone d’indagine la presenza di parenti di boss della criminalità organizzata tra i dipendenti di ditte che hanno appalti con il Comune. È difficile ritenere che questo dato possa avere il significato di un indizio di “erogazioni pubbliche in favore di clan della malavita locale”, ma, al di là di ogni tua personale convinzione, resta fermo ed incrollabile il rispetto istituzionale per il ruolo della magistratura, specie in una regione in cui i rischi di infiltrazioni e di condizionamento della mafia sono altissimi. In quel momento, però, ti scorrono come in un film le immagini di questi due anni e, soprattutto, ti domandi se e cosa hai fatto per governare adeguatamente un momento del tutto eccezionale ed inatteso: dunque, non solo cosa hai fatto per l’attuazione del programma, ma anche per operare forme di contrasto verso la criminalità organizzata ed, ovviamente, ti chiedi se ed in che termini ci sei riuscito. Ed il film di questa consiliatura ti trasferisce l’immagine di quel che era il tuo programma e di cosa ti sei trovato a gestire, ma soprattutto ti domandi se ed in che misura quel che hai fatto ha trovato l’appoggio della tua maggioranza».
È su come governare le emergenze, che vi “siete trovati a gestire”, che è saltato il rapporto tra sindaco e maggioranza?
«Sì. Ho avuto la sensazione – che è tanto più che una sensazione — che i tremendi avvenimenti che si sono succeduti in questi due anni siano stati “letti” in una chiave sbagliata, che è andata dal negazionismo puro alla minimizzazione, e che questo ha determinato una lettura fortemente distorta di tutto il resto. In altri termini, si è andati dalla risposta “nessuno tocchi Rende” che è a metà strada tra il negazionismo ed il complotto, alla considerazione minimalista dei fatti, con una valutazione di episodicità che ne riduceva il livello di attenzione necessario. Io penso che questo sia stato un modo sbagliato di reagire e non certo perché non si dovesse esaltare una storia ed una tradizione del territorio straordinarie, che hanno portato Rende ad essere una delle realtà più significative del Mezzogiorno. Penso, però, che chi governa abbia il dovere di chiedersi prima di tutto perché tutto ciò sia avvenuto, ma anche cosa bisogna fare, come amministratori, per dare risposte adeguate e per essere elemento di contrasto ai rischi di infiltrazione e di condizionamento della criminalità organizzata, specie se il messaggio che arriva dalle inchieste giudiziarie è quello della esistenza di elementi di rischio. Certamente non devi andare a chiedere i libri paga delle imprese, ovvero girare per la città come un poliziotto, oppure prendere tutti i fascicoli delle pratiche amministrative ed indagare per vedere se tutto è a posto».
Cosa spetta invece ad un amministratore in questi casi?
«Le faccio un esempio. Uno dei primi problemi che ho dovuto affrontare è stato quello dell’assegnazione dei loculi cimiteriali, perché vigeva una prassi che prevedeva una sorta di potere di deroga nell’assegnazione cronologica. Ho immediatamente dato la direttiva di annullare quella prassi e di osservare rigorosamente l’ordine di arrivo delle richieste, per definire una regola che escludesse quelle pratiche che potevano generare odiosi sospetti di clientelismo. Ecco, io penso di avere operato verso l’obiettivo di creare “buone pratiche amministrative”, perché la mia piena e ferma convinzione – oltre che parametro più volte richiamato dal Ministro dell’Interno nelle proposte di scioglimento —  è che il vero e principale elemento di contrasto di una amministrazione comunale al fenomeno dell’infiltrazione e, vieppiù, del condizionamento mafioso sia l’applicazione rigorosa dell’articolo 97 della Costituzione, vale a dire il principio di buona amministrazione. Con l’ulteriore argomento che quanto più lo scenario “ereditato” è connotato da un grado alto di disordine amministrativo e di discrezionalità, tanto più rispetto a questo dato vanno valutati i comportamento successivi. Ora, io credo che in questi due anni l’amministrazione da me guidata abbia fortemente orientato la sua azione verso il recupero di quelle pratiche di buona amministrazione e di rimodulazione in termini di rigoroso rispetto delle norme, eliminando tutti quegli spazi di una discrezionalità che fossero in qualche modo un passaggio, anche solo un pertugio, per pratiche men che corrette. Questo lo dico in tutta onestà intellettuale, certo, anzi certissimo che, salvo gli errori che ognuno può commettere, sarà difficile ritrovare una sola pratica irregolare o che possa dare sospetti di favoritismi o clientelismi: a costo finanche di attirare le critiche e persino le ire di quanti facevano affidamento su un uso, come dire, “diverso” del potere amministrativo. È chiaro, però, che tutto questo può essere stato interpretato come una sorta di “conflitto con il passato” che, viceversa, non era politicamente nelle intenzioni di chi ha dovuto guidare questa difficile fase».
Lei sta tracciando un bilancio positivo della sua amministrazione. Allora perché le dimissioni?
«Perché non ho avvertito quel livello di condivisione di una linea politica forte, quella che avrebbe dovuto difendere con le unghie e con i denti sia la storia di questa città, sia gli amministratori che hanno operato nel tempo, sia gli attuali amministratori. Ci si sarebbe dovuti liberare dalle timidezze dando una mano a chi, in silenzio e anche a costo di sbagliare per il silenzio, tentava una operazione difficilissima ma giustissima di recupero di una credibilità messa a dura prova. Invece, abbiamo assistito al rituale della politica, alla difesa di una storia che nessuno aveva mai messo in discussione, e giù batoste quotidiane a chi forse troppo timidamente aveva segnalato il rischio che una difesa del recente passato e magari botte da orbi sul presente non fossero la migliore ricetta. Ma è mancata, anche e soprattutto, una visione politica straordinaria per affrontare una fase straordinaria, fuori dalla logica delle liturgie ed all’interno di una strategia che ponesse al centro del dibattito sia la grandezza della storia di Rende, sia l’esigenza di una analisi cruda delle ragioni di un contesto preoccupante, sia la volontà di andare oltre l’esistente, anche a costo di pagare un prezzo sull’altare delle responsabilità politiche che potevano averlo in qualche modo determinato. E magari anche per correggere errori commessi nell’azione amministrativa».
Lei fa riferimento anche a Sandro Principe?
«Guardi, Sandro è stato anche politicamente vittima di quello che è successo perché il cosiddetto “caso Rende” ha influito, a mio avviso, sul diniego della deroga per la candidatura alle Politiche. Le maggiori responsabilità io le attribuisco, senza voler personalizzare, ad un Pd che non ha saputo o voluto “scommettere” su Rende proprio quando questa “scommessa” andava fatta. Creando, a catena, ritrosie e persino sensazioni di preoccupazioni».
Perché lasciare ora e non prima?
«Per portare a termine quel lavoro di rimodulazione della macchina amministrativa verso il sistema delle “buone pratiche”. Io ho la convinzione che questa fase possa dirsi conclusa e che il sigillo alla chiusura di questa fase sia coincisa con la conclusione dei lavori della commissione d’accesso. Sono fermamente convinto che il risultato sarà quello di dichiarare che questa consiliatura ha operato nella consapevolezza che nelle maglie di regole non stringenti può annidarsi la mala pianta del rapporto tra amministrazione e criminalità organizzata. Sono altrettanto convinto di avere agito, nella certezza che non vi fossero nell’amministrazione né infiltrazioni né condizionamenti della criminalità organizzata, per ridurre quegli spazi, anche a costo di dover dire più no che sì ed addirittura di essere tacciati come quelli che, dinanzi ai sì di precedenti stagioni, avevano assunto un atteggiamento quasi di contrasto o di conflitto con le esperienze passate. L’ottima storia e l’ottima tradizione di Rende andavano difese così: riproponendo le buone pratiche amministrative che l’avevano caratterizzate ed intervenendo sulle criticità maturate e su una sorta di bulimia del consenso che non possono assolutamente essere “altra cosa” rispetto allo tsunami che ha colpito la città. ».
Tuttavia, le inchieste giudiziarie della Dda e l’invio della commissione d’accesso qualche altra riflessione forse dovevano sollecitarla.
«Non può certo pretendersi che un’amministrazione possa svolgere ruoli e compiti d’indagine a tutto tondo, anche perché non dispone né di strumenti, né di risorse, né di banche dati, tali da fornire elementi di riferimento. Né è possibile esigere che un’amministrazione debba in  qualche modo “rispondere” anche di assunzioni di lavoratori da parte di ditte che intrattengono rapporti economici con un Comune; ancor meno, si può pensare che un amministratore sia tenuto a conoscere non solo tutti i nominativi di pregiudicati, ma persino dei parenti, affini e quant’altro in servizio presso ditte terze o rapporti contrattuali risalenti. Io sono intimamente convinto che in questi due anni si siano create quelle condizioni e sono altrettanto convinto che questa fatica abbia lasciato sul campo tanti, troppi elementi che ostacoleranno la prosecuzione di questo percorso. Soprattutto perché tante, troppe divaricazioni si sono consumate rispetto al modo di “leggere” questa esperienza amministrativa, al punto da dover prendere atto di quanto si è stati costretti su ognuno dei settori a prendere le distanze, a rimodulare, addirittura a dover assumere posizioni critiche verso le linee amministrative di chi ti ha preceduto. Quando le azioni svolte non ti consentono di sentirti “continuatore” di una esperienza amministrativa, sulla quale, però, si è fondato un programma di sostanziale “continuità” e soprattutto quando questa fase di apparente discontinuità devi governarla in solitudine, senza poter avere persino una sede di discussione e di confronto, vuol dire registrare con rammarico che sono venute meno le condizioni per una prosecuzione dell’azione amministrativa. Se oggi, dopo due anni di governo, si è obbligati a rappresentare che sulla gestione della Rende Servizi, sulla gestione dei lavori pubblici, degli affari legali, dell’edilizia, del sociale, del personale la linea che ha caratterizzato la tua azione diverge in modo significativo con quella di chi ti ha preceduto e se su questa enorme divaricazione registri una posizione della maggioranza quantomeno timida e scarsamente disponibile alla discussione, non resta che prenderne atto e lasciare, anche nella speranza che sulla tua decisione possa aprirsi una discussione pubblica serena, onesta e propositiva».

Cosa è successo?

«Ci sono fatti ed eventi che ti impongono di riflettere non tanto sul merito, quanto sul momento, e ti inducono ad andare oltre lo specifico. Dico subito che la lettura, attraverso i giornali, del contenuto del decreto della Dda suscita tante perplessità, perché non ti è chiaro il senso complessivo: non riesci a capire perché, in altri termini, possa essere un filone d’indagine la presenza di parenti di boss della criminalità organizzata tra i dipendenti di ditte che hanno appalti con il Comune. È difficile ritenere che questo dato possa avere il significato di un indizio di “erogazioni pubbliche in favore di clan della malavita locale”, ma, al di là di ogni tua personale convinzione, resta fermo ed incrollabile il rispetto istituzionale per il ruolo della magistratura, specie in una regione in cui i rischi di infiltrazioni e di condizionamento della mafia sono altissimi. In quel momento, però, ti scorrono come in un film le immagini di questi due anni e, soprattutto, ti domandi se e cosa hai fatto per governare adeguatamente un momento del tutto eccezionale ed inatteso: dunque, non solo cosa hai fatto per l’attuazione del programma, ma anche per operare forme di contrasto verso la criminalità organizzata ed, ovviamente, ti chiedi se ed in che termini ci sei riuscito. Ed il film di questa consiliatura ti trasferisce l’immagine di quel che era il tuo programma e di cosa ti sei trovato a gestire, ma soprattutto ti domandi se ed in che misura quel che hai fatto ha trovato l’appoggio della tua maggioranza».

È su come governare le emergenze, che vi “siete trovati a gestire”, che è saltato il rapporto tra sindaco e maggioranza?

«Sì. Ho avuto la sensazione – che è tanto più che una sensazione — che i tremendi avvenimenti che si sono succeduti in questi due anni siano stati “letti” in una chiave sbagliata, che è andata dal negazionismo puro alla minimizzazione, e che questo ha determinato una lettura fortemente distorta di tutto il resto. In altri termini, si è andati dalla risposta “nessuno tocchi Rende” che è a metà strada tra il negazionismo ed il complotto, alla considerazione minimalista dei fatti, con una valutazione di episodicità che ne riduceva il livello di attenzione necessario. Io penso che questo sia stato un modo sbagliato di reagire e non certo perché non si dovesse esaltare una storia ed una tradizione del territorio straordinarie, che hanno portato Rende ad essere una delle realtà più significative del Mezzogiorno. Penso, però, che chi governa abbia il dovere di chiedersi prima di tutto perché tutto ciò sia avvenuto, ma anche cosa bisogna fare, come amministratori, per dare risposte adeguate e per essere elemento di contrasto ai rischi di infiltrazione e di condizionamento della criminalità organizzata, specie se il messaggio che arriva dalle inchieste giudiziarie è quello della esistenza di elementi di rischio. Certamente non devi andare a chiedere i libri paga delle imprese, ovvero girare per la città come un poliziotto, oppure prendere tutti i fascicoli delle pratiche amministrative ed indagare per vedere se tutto è a posto».

Cosa spetta invece ad un amministratore in questi casi?

«Le faccio un esempio. Uno dei primi problemi che ho dovuto affrontare è stato quello dell’assegnazione dei loculi cimiteriali, perché vigeva una prassi che prevedeva una sorta di potere di deroga nell’assegnazione cronologica. Ho immediatamente dato la direttiva di annullare quella prassi e di osservare rigorosamente l’ordine di arrivo delle richieste, per definire una regola che escludesse quelle pratiche che potevano generare odiosi sospetti di clientelismo. Ecco, io penso di avere operato verso l’obiettivo di creare “buone pratiche amministrative”, perché la mia piena e ferma convinzione – oltre che parametro più volte richiamato dal Ministro dell’Interno nelle proposte di scioglimento —  è che il vero e principale elemento di contrasto di una amministrazione comunale al fenomeno dell’infiltrazione e, vieppiù, del condizionamento mafioso sia l’applicazione rigorosa dell’articolo 97 della Costituzione, vale a dire il principio di buona amministrazione. Con l’ulteriore argomento che quanto più lo scenario “ereditato” è connotato da un grado alto di disordine amministrativo e di discrezionalità, tanto più rispetto a questo dato vanno valutati i comportamento successivi. Ora, io credo che in questi due anni l’amministrazione da me guidata abbia fortemente orientato la sua azione verso il recupero di quelle pratiche di buona amministrazione e di rimodulazione in termini di rigoroso rispetto delle norme, eliminando tutti quegli spazi di una discrezionalità che fossero in qualche modo un passaggio, anche solo un pertugio, per pratiche men che corrette. Questo lo dico in tutta onestà intellettuale, certo, anzi certissimo che, salvo gli errori che ognuno può commettere, sarà difficile ritrovare una sola pratica irregolare o che possa dare sospetti di favoritismi o clientelismi: a costo finanche di attirare le critiche e persino le ire di quanti facevano affidamento su un uso, come dire, “diverso” del potere amministrativo. È chiaro, però, che tutto questo può essere stato interpretato come una sorta di “conflitto con il passato” che, viceversa, non era politicamente nelle intenzioni di chi ha dovuto guidare questa difficile fase».

Lei sta tracciando un bilancio positivo della sua amministrazione. Allora perché le dimissioni?

«Perché non ho avvertito quel livello di condivisione di una linea politica forte, quella che avrebbe dovuto difendere con le unghie e con i denti sia la storia di questa città, sia gli amministratori che hanno operato nel tempo, sia gli attuali amministratori. Ci si sarebbe dovuti liberare dalle timidezze dando una mano a chi, in silenzio e anche a costo di sbagliare per il silenzio, tentava una operazione difficilissima ma giustissima di recupero di una credibilità messa a dura prova. Invece, abbiamo assistito al rituale della politica, alla difesa di una storia che nessuno aveva mai messo in discussione, e giù batoste quotidiane a chi forse troppo timidamente aveva segnalato il rischio che una difesa del recente passato e magari botte da orbi sul presente non fossero la migliore ricetta. Ma è mancata, anche e soprattutto, una visione politica straordinaria per affrontare una fase straordinaria, fuori dalla logica delle liturgie ed all’interno di una strategia che ponesse al centro del dibattito sia la grandezza della storia di Rende, sia l’esigenza di una analisi cruda delle ragioni di un contesto preoccupante, sia la volontà di andare oltre l’esistente, anche a costo di pagare un prezzo sull’altare delle responsabilità politiche che potevano averlo in qualche modo determinato. E magari anche per correggere errori commessi nell’azione amministrativa».

Lei fa riferimento anche a Sandro Principe?

«Guardi, Sandro è stato anche politicamente vittima di quello che è successo perché il cosiddetto “caso Rende” ha influito, a mio avviso, sul diniego della deroga per la candidatura alle Politiche. Le maggiori responsabilità io le attribuisco, senza voler personalizzare, ad un Pd che non ha saputo o voluto “scommettere” su Rende proprio quando questa “scommessa” andava fatta. Creando, a catena, ritrosie e persino sensazioni di preoccupazioni».

Perché lasciare ora e non prima?

«Per portare a termine quel lavoro di rimodulazione della macchina amministrativa verso il sistema delle “buone pratiche”. Io ho la convinzione che questa fase possa dirsi conclusa e che il sigillo alla chiusura di questa fase sia coincisa con la conclusione dei lavori della commissione d’accesso. Sono fermamente convinto che il risultato sarà quello di dichiarare che questa consiliatura ha operato nella consapevolezza che nelle maglie di regole non stringenti può annidarsi la mala pianta del rapporto tra amministrazione e criminalità organizzata. Sono altrettanto convinto di avere agito, nella certezza che non vi fossero nell’amministrazione né infiltrazioni né condizionamenti della criminalità organizzata, per ridurre quegli spazi, anche a costo di dover dire più no che sì ed addirittura di essere tacciati come quelli che, dinanzi ai sì di precedenti stagioni, avevano assunto un atteggiamento quasi di contrasto o di conflitto con le esperienze passate. L’ottima storia e l’ottima tradizione di Rende andavano difese così: riproponendo le buone pratiche amministrative che l’avevano caratterizzate ed intervenendo sulle criticità maturate e su una sorta di bulimia del consenso che non possono assolutamente essere “altra cosa” rispetto allo tsunami che ha colpito la città».

Tuttavia, le inchieste giudiziarie della Dda e l’invio della commissione d’accesso qualche altra riflessione forse dovevano sollecitarla.

«Non può certo pretendersi che un’amministrazione possa svolgere ruoli e compiti d’indagine a tutto tondo, anche perché non dispone né di strumenti, né di risorse, né di banche dati, tali da fornire elementi di riferimento. Né è possibile esigere che un’amministrazione debba in  qualche modo “rispondere” anche di assunzioni di lavoratori da parte di ditte che intrattengono rapporti economici con un Comune; ancor meno, si può pensare che un amministratore sia tenuto a conoscere non solo tutti i nominativi di pregiudicati, ma persino dei parenti, affini e quant’altro in servizio presso ditte terze o rapporti contrattuali risalenti. Io sono intimamente convinto che in questi due anni si siano create quelle condizioni e sono altrettanto convinto che questa fatica abbia lasciato sul campo tanti, troppi elementi che ostacoleranno la prosecuzione di questo percorso. Soprattutto perché tante, troppe divaricazioni si sono consumate rispetto al modo di “leggere” questa esperienza amministrativa, al punto da dover prendere atto di quanto si è stati costretti su ognuno dei settori a prendere le distanze, a rimodulare, addirittura a dover assumere posizioni critiche verso le linee amministrative di chi ti ha preceduto. Quando le azioni svolte non ti consentono di sentirti “continuatore” di una esperienza amministrativa, sulla quale, però, si è fondato un programma di sostanziale “continuità” e soprattutto quando questa fase di apparente discontinuità devi governarla in solitudine, senza poter avere persino una sede di discussione e di confronto, vuol dire registrare con rammarico che sono venute meno le condizioni per una prosecuzione dell’azione amministrativa. Se oggi, dopo due anni di governo, si è obbligati a rappresentare che sulla gestione della Rende Servizi, sulla gestione dei lavori pubblici, degli affari legali, dell’edilizia, del sociale, del personale la linea che ha caratterizzato la tua azione diverge in modo significativo con quella di chi ti ha preceduto e se su questa enorme divaricazione registri una posizione della maggioranza quantomeno timida e scarsamente disponibile alla discussione, non resta che prenderne atto e lasciare, anche nella speranza che sulla tua decisione possa aprirsi una discussione pubblica serena, onesta e propositiva».

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