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Regionali, Bonaccini ammonisce il Pd calabrese
«Perdere vuol dire fallire per la classe dirigente»

Calabria

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FEROLETO ANTICO (CZ) - «Sappiate che se falliscono le elezioni è un’intera classe dirigente che fallisce». Chiaro, secco, diretto, Stefano Bonaccini, responsabile nazionale degli Enti locali del Pd e segretario regionale dell’Emilia Romagna, si è congedato dalla platea calabrese con un ammonimento che non ha lasciato scampo ad alcuna interpretazione. E per non essere frainteso ha detto all’establishment del Pd: «Sentitevi responsabili, Roma non decide per voi ma vi guarda». Con quale soluzione? Non ce n’è una preconfezionata, «Con gli strumenti non si risolvono il problemi». E giù gli esempi virtuosi, uno differente dall’altro ma sempre vincente. «In Sardegna abbiamo presentato 11 liste» (Francesca Barracciu, poi gratificata con un sottosegretariato, lasciò il campo alla candidatura unitaria di Francesco Pagliaru), «In Abruzzo 8 liste e tre candidati alle primarie, uno Pd con il vincente Luciano D’Alfonso, uno Sel e uno Idv», «In Piemonte con Sergio Chiamparino non c’è stato bisogno di fare le primarie». 

Insomma, Bonaccini è stato pedagogico. Con un riferimento al vissuto: «E’ necessario che si vada al voto al più presto. Non è pensabile che si tenga in ostaggio un’intera regione. E dopo quello che è accaduto a Scopelliti ed alla Regione è necessario che si convochino le elezioni perché i calabresi, e non i partiti, hanno l’interesse di avere un nuovo governo, una nuova guida al di là di quale colore politico avrà, ma anche per dare dignità alla classe politica stessa».
Aggiungendo: «bisogna costruire la cornice politica», intendendo la coalizione inclusiva ma senza che nessuno possa fare “ricatti”, magari prenotando qualche posto di assessore. L’ospite, sul punto, ha concluso, che ci può stare una situazione nella quale «si contrappongono personalità». Se non è stato un via libera alle primarie di coalizione poco ci è mancato. D’altra parte cos’è venuto a fare in Calabria l’uomo del Pd che ha il polso elettorale del partito in ogni parte d’Italia? Siccome si è parlato di regolamento delle primarie di coalizione ha voluto fare pesare l’orientamento del Nazareno, già espresso nei giorni scorsi da Lorenzo Guerini. Con una domanda retorica all’uditorio: «Avete consapevolezza e percezione di cosa abbia significato e significhi il 41 per cento raccolto da Matteo Renzi?». 

E’ l’avvio di un ciclo di riforme strutturali.
La riunione di ieri al T Hotel di Feroleto Antico aveva due appuntamenti. Alle 16 la convocazione della direzione regionale per discutere e approvare il regolamento per le primarie. E poi alle 18,30 l’assemblea dei sindaci e degli amministratori. La seconda iniziativa è stata in continuità con la prima dal momento che Bonaccini ha parlato con le porte fatte aprire per consentire a tutti di ascoltare l’ospite. E qualche amministratore c’è rimasto male perché pensava che la convocazione dell’assemblea degli amministratori fosse una cosa a sè. A cose fatte è sembrato un riempitivo. Ma tant’è. I 100 membri della direzione regionale e i membri di diritto con voto consultivo sono stati “chiusi a chiave”, nel senso che gli uomini della security hanno sbarrato la strada ai giornalisti e agli altri dirigenti del partito. Un’autorevole partecipante ha commentato: «Quando le porte sono chiuse non c’è nessun segreto da nascondere». Ed è tanto vero ciò che la gente che entrava e usciva dalla sala raccontava il dibattito come se fosse “Tutto il calcio minuto per minuto”. E gli Ameri e i Ciotti della situazione hanno narrato di una relazione introduttiva di Ernesto Magorno (che non avrebbe mai citato Massimo Canale) improntata al richiamo di una forte unità e di un’accentuata responsabilità. 

Poi la lettura e la spiegazione del regolamento, precedentemente concordato con Nico Stumpo che era presente, da parte di Ciccio Sulla. Qualche proposta di emendamento (rintuzzata) e una decina di interventi. Senza alcun affondo politico. C’erano quasi tutti, non si sono visti Marco Minniti, Doris Lo Moro e Alfredo D’Attorre. Alla fine il presidente dell’assemblea Peppino Vallone ha fatto votare un ordine del giorno a difesa del Tribunale di Rossano. Si è vista anche l’ex deputata Maria Grazia Laganà che ha cercato in un’interlocuzione con Magorno a difesa della memoria di Franco Fortugno dopo la condanna del presunto mandante del delitto da parte della Corte di Cassazione. 

Sullo sfondo e tra bisbigli e occhiate è rimasto il braccio di ferro tra Mario Oliverio e Massimo Canale, entrambi presenti. La vulgata, prima, durante e dopo, era che ci fosse un documento a sostegno di quest’ultimo che si poneva l’esigenza di far convergere la firma di gradimento alla sua candidatura da parte dei parlamentari e dei consiglieri regionali. Chi l’ha letto ha parlato di una paginetta che, però, non si è materializzata tra i disimpegni dell’albergo. E poi non c’era molta voglia di parlare. Tutto rinviato, oggi, quando sarà dato il via libera come ultimo tentativo per scardiare Mario Oliverio.
Per quanto riguarda la data della presentazione delle liste, fissata per il prossimo 23 luglio, slitterà di qualche giorno con il termine massimo del 28.

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