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Don Ciotti contro la giunta regionale
«Sono state fatte delle scelte inopportune»

Calabria

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«INTORNO alle mafie c’è stata nel nostro Paese una “distrazione” e rimozione generalizzata, fatta di silenzi, complicità e anche, come sta venendo sempre più a galla, tanta ipocrisia». Come sempre, don Ciotti va dritto al cuore delle cose. Il fondatore di Libera e del gruppo Abele, in questi giorni caldi di dibattito sul rapporto spesso perverso fra mafia e antimafia, dice la sua e affronta di petto una serie di questioni più strettamente calabresi: dalle recenti intimidazioni al coordinatore regionale di Libera, Mimmo Nasone, alle vicende politiche legate alla composizione della giunta regionale.

Quale la sua valutazione delle dichiarazioni del procuratore della Dna, Franco Roberti, sulle responsabilità della Chiesa nella lotta al crimine organizzato?

«È indubbio che l’atteggiamento della Chiesa sia stato a volte tiepido, ambiguo, reticente. Ci sono state sottovalutazioni e, in certi casi, complicità. Ciò detto, non bisogna dimenticare il positivo: la promozione sociale, l’educazione delle coscienze e anche la denuncia netta delle mafie e delle collusioni a ogni livello. Un positivo incarnato non solo in figure come don Puglisi e don Diana, che hanno pagato con la vita la fedeltà al Vangelo, ma nell’impegno magari silenzioso ma non per questo trascurabile di tanti sacerdoti, suore, comunità, parrocchie. Un impegno che ha radici lontane – basta leggere alcuni documenti di fine ’800 – e che ha permesso a una coscienza nuova di farsi strada, pur con tutte le inevitabili resistenze. Determinanti sono state certo le parole di Francesco – e prima di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI – ma anche l’opera di chi, su mafia, mafiosità diffusa e finta religiosità dei mafiosi, ha parlato e agito con chiarezza. Penso ad esempio a un vostro conterraneo, don Italo Calabrò, che ci ha insegnato a contrastare le mafie anche sotto il profilo educativo e culturale. Dunque Roberti dice una cosa vera: ci sono state responsabilità, così come persistono zone d’ombra. Ma alle colpe della Chiesa vanno anche aggiunte quelle di realtà politiche, economiche, istituzionali».

Alcune settimane fa, ancora intimidazioni a Libera Calabria e al suo responsabile, Mimmo Nasone. Don Ciotti, quanto è difficile la Calabria?

«Sono episodi da non sottovalutare, anche se occorre, come sempre, accertare l’esatta natura di quelle minacce. Ciò detto, le difficoltà non mancano, come è anche vero che ogni difficoltà nasconde una potenziale opportunità. La Calabria è una terra di grandi risorse morali e culturali, con cui sento un legame sin da bambino, quando mio papà – che per un periodo lavorò come muratore tra Caulonia e Pizzo – mi raccontava di luoghi incantevoli e di un’accoglienza calorosa e semplice. Quell’immagine mi è rimasta impressa nel cuore e la ritrovo oggi in quelle realtà che non accettano di piegarsi o rassegnarsi alla violenza mafiosa e al retroterra di corruzione e indifferenza in cui mette radici. E non penso solo a Libera, all’amico Mimmo Nasone, o alle tante persone di valore presenti nella Chiesa, nella magistratura, nell’imprenditoria, nelle associazioni, nelle amministrazioni. Penso a tutti i calabresi onesti che hanno a cuore la libertà della loro terra e che ogni volta che vengo in Calabria m’insegnano qualcosa».

Che cosa si aspetta Libera dal nuovo governo regionale e un giudizio sulle vicende politiche (caso Lanzetta e De Gaetano)?

«Quello che si aspetta da tutti i governi: locali, regionali, nazionali. Un servizio al bene comune, un investimento forte sulle questioni cruciali per la salute di una comunità – il lavoro, la scuola, la sanità – e, più in generale, una riduzione di quelle disuguaglianze che indeboliscono la democrazia e aprono la porta a mafie e corruzione. È quello che abbiamo sempre chiesto alla politica, in piena autonomia ma anche nella disponibilità a collaborare dove ci fossero le condizioni. In questo senso non posso negare che alcune scelte del nuovo governo lasciano perplessi. Va da sé che auguriamo loro ogni bene, ma la scelta di assegnare posti chiave a persone indagate a vario titolo pare quantomeno inopportuna, tanto più in un momento in cui si chiede alla politica la massima trasparenza e intransigenza etica. E questo non vale solo per la Calabria, ma per la politica nazionale, dove i propositi di cambiamento sono spesso smentiti da logiche non di servizio ma di potere». Don Ciotti, da quando è diventato pontefice papa Francesco, si sente in qualche modo meno solo? «Non solo io: meno sola è tutta quella Chiesa che crede – e prima ancora vive – il legame tra il Vangelo, la strada e la periferia. Una Chiesa che, con tutti i suoi limiti, cerca di saldare il cielo e la terra, la dimensione spirituale con l’impegno sociale e civile. E che ha trovato certamente in Francesco non solo un padre ma anche un fratello e un compagno di strada».

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