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Ebbe contatti telefonici col figlio del boss
Censurato Cisterna, vice di Grasso all'antimafia

Calabria

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ROMA - La Sezione disciplinare del Csm ha condannato alla sanzione della censura il magistrato Antonio Cisterna, vice di Piero Grasso quando il presidente del Senato era procuratore nazionale antimafia. L’accusa, quella di aver violato norme di legge e organizzative per non aver tempestivamente informato il suo diretto superiore di contatti, soprattutto telefonici, avuti per diversi anni con Luciano Lo Giudice, figlio di Giuseppe, capo di una cosca della 'ndrangheta e fratello di Antonino, il boss che in seguito si autoaccusò degli attentati del 2010 contro la sede della Procura generale di Reggio Calabria e l’abitazione del Pg Salvatore Di Landro.

La vicenda disciplinare era scaturita da un procedimento penale a carico di Cisterna, che era stato accusato da Antonino Lo Giudice di aver preso soldi da Luciano per favorire la scarcerazione di un terzo fratello, Maurizio. Sulla base di quell'accusa - da cui Cisterna è stato in seguito prosciolto e che lo stesso boss pentito ha ritrattato- la Sezione disciplinare del Csm tre anni fa trasferì il magistrato dalla procura nazionale antimafia al tribunale di Tivoli. Un provvedimento che il «tribunale delle toghe» ha confermato con la decisione presa oggi. La sezione disciciplinare ha accolto in pieno la richiesta della procura generale della Cassazione.

Il difensore di Cisterna, il pm della procura nazionale antimafia Antonio Patrono, aveva chiesto invece l’assoluzione, ritenendo l’accusa priva di fondamento, per non aver il suo assistito commesso alcun illecito.

Rispetto alla sentenza, è stato precisato che la stessa non riguarda la violazione di norme di legge ma solo di disposizioni organizzative della Procura nazionale antimafia. Il cuore dell’accusa per Cisterna - che ha portato anche alla conferma del suo trasferimento d’ufficio al tribunale di Tivoli - è non aver tempestivamente informato il suo diretto superiore dei contatti avuti per diversi anni con Luciano Lo Giudice, figlio di Giuseppe, capo di una cosca della 'ndrangheta e fratello di Antonino, il boss che in seguito si autoaccusò degli attentati del 2010 contro la sede della Procura generale di Reggio Calabria e l’abitazione del Pg Salvatore Di Landro. La sentenza della Sezione disciplinare è impugnabile davanti alla Sezioni unite civili della Cassazione.

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