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Caso Lupi, indagato anche il manager reggino Caridi
Nelle intercettazioni anche Gentile e Bruno Bossio

Calabria

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COSENZA - C’è anche un calabrese nell’inchiesta della Procura di Firenze su grandi opere e tangenti. Si tratta dell’ingegner Angelo Caridi, 68 anni da Reggio Calabria, manager di lungo corso attualmente in forza all’Eni spa. Nell’ambito dell’indagine “Sistema”, il suo nome è associato a quello di Stefano Perotti, il collezionista di incarichi che era riuscito a entrare anche nell’affare Sa-Rc, diventando direttore dei lavori sul Terzo macrolotto dell’autostrada, in provincia di Cosenza: quello del viadotto crollato.

La Procura di Firenze indaga su quello che, se fosse confermata la tesi degli inquirenti, si configura come un un sistema di tantenti e interessi intrecciati che ruotano attorno agli appalti pubblici e che riguarderebbero tante opere pubbliche in tutta Italia. Infatti Perotti, grazie alle sue buone entrature nel ministero delle Infrastrutture e Trasporti – così almeno ritengono gli inquirenti – aveva le mani in pasta anche nella progettazione di grandi opere quali, ad esempio, il nuovo centro direzionale Eni di San Donato Milanese. E a fargli ottenere quell’incarico, secondo la Procura, sarebbe stato proprio l’ingegnere reggino, direttore generale della divisione Marketing del cane a sei zampe. Lo stesso Caridi, poi, a ottobre dello scorso anno, era rimasto coinvolto in un’altra inchiesta della magistratura, stavolta per due milioni di euro sottratti alle tasse e confluiti in un presunto fondo nero dell’Eni. Nella vicenda più attuale, invece, il manager risulta indagato a piede libero per il reato di mediazione illecita in concorso con lo stesso Perotti e con l’immancabile Franco Cavallo, alias “Zio Frank”, considerato dagli inquirenti come l’uomo di Maurizio Lupi. E non a caso, sempre alla vicenda del centro Eni è collegata anche l’assunzione (per 2000 euro al mese più iva) del figlio del ministro, il 29enne Luca Lupi, pure lui ingegnere, entrato a far parte dello staff di Perotti dopo che quest’ultimo aveva ottenuto l’incarico in quel di San Donato Milanese.

A fronte di un calabrese indagato, però, ce ne sono altri due, anche loro molto noti, che fanno una rapida comparsata nell’inchiesta. Si tratta dei parlamentari Enza Bruno Bossio e Antonio Gentile. Nessuno di loro risulta indagato. La deputata del Pd viene citata per una vicenda collegata al principale indagato di “Sistema”: Ettore Incalza, l’uomo più influente del ministero dei Trasporti, il deus ex machina delle Grandi Opere. Per intenderci: uno dei sei uomini più potenti d’Italia, come veniva definito in un servizio del Corriere della Sera accolto con compiacimento dal diretto interessato. A metà del 2014, però, Incalza era preoccupato perché, avendo ormai raggiunto l’età della pensione, avrebbe dovuto lasciare l’incarico a fine anno. «Chiamo subito Enza Bruno Bossio» gli avrebbe detto, rassicurandolo, il sottosegretario ai Trasporti Umberto Del Basso De Caro, in un colloquio telefonico intercettato dagli investigatori. La loro idea era di proporre un emendamento alla legge che avrebbe prorogato l’incarico di Incalza fino a dicembre del 2015. E a presentare la proposta, poi bocciata dalla Camera, fu proprio la Bruno Bossio.

Il nome di Gentile, invece, rimbalza in un paragrafo dell’ordinanza dedicato all’uomo di Lupi. Il giudice, infatti, evidenzia come Franco Cavallo avesse solidi legami con esponenti della politica e delle istituzioni. E tra questi, figurava anche il senatore del Nuovo centrodestra del quale si ricordano i tre giorni da sottosegretario ai Trasporti (28 febbraio – 3 marzo 2014) prima che l’ormai celebre “Discorso del cinghiale” di Umberto De Rose lo inducesse alle dimissioni. Un mesetto prima, però, Gentile avrebbe chiesto e ottenuto da Zio Frank l’assunzione di una persona nella sua cooperativa “La Cascina”, società di ristorazione e pulizie, pluricitata nell’ordinanza per la sua attitudine a calamitare appalti.

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