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Loiero pensa al ritorno in politica: «La Calabria? È sempre più isolata»

Calabria
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Agazio Loiero
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COSENZA - La situazione politica in Italia e in Calabria è particolarmente fluida e segnata dalle incertezze. Ne abbiamo parlato con Agazio Loiero, ex Governatore, già deputato, senatore e Ministro, fra i fondatori del Pd.

Loiero è da tempo che non la si sente. Ha appeso le famose scarpette al chiodo?

«Per qualche anno ho pensato che sarebbe stato giusto consegnare la scena ai nuovi attori del centrosinistra. Specie in Calabria. Oggi però continuare su questa strada diventa un errore. Faccio una premessa. Dopo aver votato Bersani nel 2009, che sfiorò in Calabria l’80% dei consensi, a partire da una certa data ho sempre votato per Renzi e per la parte politica che Renzi rappresentava nella mia regione. Di conseguenza ho votato per Magorno segretario regionale. Credevo che quel voto a favore dell’ex sindaco di Firenze potesse rappresentare una grande speranza anche per noi calabresi».

Scopriamo quindi un Loiero renziano?

«No. Ancorché invitato, non mi sono mai presentato sotto il palco ad applaudire le volte che Renzi è venuto in Calabria. Ho creduto all’energia quasi rivoluzionaria che sprigionava l’ex sindaco di Firenze come ad un toccasana per il nostro Paese, che presto si sarebbe irradiato sull’intero Mezzogiorno. Oggi confesso la mia delusione. Naturalmente anche in passato, non tutto quello che Renzi predicava mi sembrava giusto e l’ho scritto nell’ampio profilo che ne ho tracciato in un libro “Lorsignori di ieri e di oggi” edito da Rubbettino, un paio di anni or sono». Cosa non la convinceva di Renzi? «Il rinnovamento della politica era di sicuro un’operazione positiva in quell’Italia malmessa di qualche anno fa. La rottamazione invece mi sembrava e mi sembra una maniera brutale e priva di senso di affrontare il legittimo ricambio della classe dirigente. L’idea che la giovinezza debba necessariamente rappresentare una componente indispensabile della leadership è una cosa comica».

Comica? Eppure su questo Renzi ha costruito gran parte del suo consenso..

«Questo non significa che sia saggio rottamare le persone, come fossero macchine. Se guardiamo indietro a tutti i grandi del secolo scorso, ci rendiamo conto che hanno dato il meglio negli anni della maturità, talvolta della vecchiaia, penso Churchill, a De Gaulle, al nostro De Gasperi, a Mitterand… la maturità, la cultura aiutano a comprendere meglio l’estrema complessità del mondo e le sue contraddizioni. Oggi il mondo è più complesso di ieri».

Perché?

«Alla fine della seconda guerra mondiale si contrapponevano due blocchi che (semplificando forse eccessivamente) possiamo definire del mondo libero e di quello, come dire, giusto. Ognuno si collocava nella società di cui faceva parte secondo la propria sensibilità culturale. La scelta era dunque ideologica. Oggi irrompono sulla scena politica altri fattori che stravolgono gli antichi codici d’appartenenza. Ambientalismo, disoccupazione senza rimedio, diritti dei lavoratori superstiti, standard sanitari, protezione delle minoranze, anche sessuali ed etniche, diritti dei migranti sono temi che non puoi incasellare ideologicamente. Vuole un esempio? Macron sul tema dei diritti dei migranti ha una posizione che contraddice la storia del suo Paese».

Lei è uno dei pochi al quale non piace il nuovo Presidente francese.

«Nei suoi confronti avverto a pelle una sensazione di rigetto. Un uomo che riapre Versailles alla ricerca di una polverosa grandeur, oggi anacronistica. Un uomo che divide i migranti in rifugiati che scappano dalla guerra dalle persone che scappano dalla fame non è il leader che ci si aspetta da un Paese come la Francia».

Per la verità anche in Italia aumenta l’avversione all’arrivo dei migranti.

«Il vecchio slogan leghista che sentiamo di nuovo echeggiare in forma più vasta: “Padroni a casa nostra” è ormai privo di senso. Peccato che molte persone non lo capiscono. Anche in Calabria. Non esiste una casa nostra. Il mondo è di tutti. Queste disuguaglianze così accentuate tra pochissimi uomini ricchissimi ed un numero infinito di uomini poverissimi, tempo 20-30 anni saranno travolte. E il trauma sarà grande. Aprirsi a questi mondi dolenti, non è solo giusto ma anche conveniente per l’Occidente, che deve ovviamente governare certi processi».

Torniamo a Renzi.

«Renzi al suo primo apparire ha scosso l’Italia dando l’impressione di voler cambiare nel profondo la palude italiana. Forse lì per lì non ce ne siamo accorti, ma ha appagato con i suoi modi spicci il bisogno d’illusione che ciclicamente appare all’orizzonte del nostro Paese. Un fenomeno avvenuto all’inizio degli anni venti con Mussolini, all’inizio degli anni novanta con Berlusconi e, appunto, in questi ultimi anni con Renzi. Certo, detto questo, poi bisogna riconoscere che il personaggio è vittima di un certo carattere che, quando c’è, è sempre brutto e difficile da governare. Anche in famiglia, figuriamoci in un paese che conserva nella sua psicologia la tentazione della rissa fratricida, del rancore che cova nell’ombra. Prenda le ultime mosse politiche di Renzi. Prima ha bruscamente stroncato in direzione il dissenso provocato dalla sconfitta alle amministrative. Una cosa assurda in una formazione politica che porta nel logo l’aggettivo democratico. Successivamente ha dato, nel momento più difficile della sua vita politica, ai giornali le anticipazioni del suo libro, in cui menava fendenti a destra e a manca facendo lievitare il numero dei suoi nemici. Politicamente, un disastro».

Veniamo alla nostra Calabria. Anche qui le cose sembrano andare malissimo.

«Non so se in Calabria ci sia una grande differenza tra la realtà vera e quella percepita. So che quella percepita presenta toni drammatici. Le persone che incontro si lamentano di tale situazione. Lamentano un fermo che, da quel che sembrerebbe, riguarderebbe tutti i settori. Dall’agricoltura alla sanità. In quest’ultimo comparto si registra un fatto curioso: sullo sfondo di un’insopportabile polemica tra commissario e Presidente si abbassa il livello di assistenza, aumenta l’esodo sanitario, le liste d’attesa diventano tra le più lunghe d’Europa».

Ma perché siamo arrivati a questo punto?

«La Calabria ha problemi antichi che oggi sono diventati acutissimi. Non lo dico io, ma i numeri. Qualche giorno fa Natale Mazzuca, il Presidente di Unindustria, denunciava che il Pil calabrese a fine 2016 risultava inferiore di ben 13 punti rispetto a quello del 2007. Questi numeri svelano la dimensione reale della nostra crisi».

Va bene, ma che fare?

«Intanto la Regione dovrebbe tentare di superare la condizione di grande solitudine in cui sembra annaspare. È di venerdì la notizia che una folta delegazione di parlamentari guidata dal Presidente della Regione, presentatasi nella sede del governo centrale, è stata ricevuta non dal Presidente del Consiglio, ma da un alto dirigente di Palazzo Chigi. L’immagine che ne scaturisce è impietosa. Il territorio avrebbe dovuto insorgere. Per quanto possano sembrare odiosi certi raffronti, Romano Prodi, diversamente da Gentiloni, nei due anni 2006-2008 in cui ha guidato il suo secondo governo di centrosinistra, su mia richiesta, ha costruito a Palazzo Chigi un tavolo permanente per la sola Calabria. Tra le proteste di alcuni Presidenti delle regioni meridionali. A tale tavolo, oltre a Prodi, partecipavano i ministri a seconda dei problemi che la giunta che presiedevo riteneva più urgenti. Da quel tempo e da quel clima sembra essere passato un secolo. Il Sud e in particolare la Calabria sembra non far parte più dell’Italia e all’orizzonte appaiono i due referendum di Lombardia e Veneto, di cui nessuno parla e che avranno un peso enorme sul destino dei meridionali».

Le rifaccio la domanda: che fare di fronte ad una situazione cosi difficile?

«Una volta la leva più importante sia nei confronti del governo, sia del partito di maggioranza era, oltre alla situazione socioeconomica del territorio, il suo consenso che aveva il suo peso negli equilibri politici della Capitale. Ora Roma sembra indifferente a tali richiami. In Calabria il Pd ha perso in tutte le più grandi città calabresi in una forma che definire umiliante è poco (si è salvata Reggio Calabria perché ha votato prima, quando ancora il Paese era in luna di miele con l’ex sindaco di Firenze) ma Roma non ha battuto ciglio. Forse è convinta che al momento delle politiche interverrà il carisma magico di Renzi a mettere le cose a posto. Illusione. Al Sud, specie in alcune Regioni, purtroppo è saltato il legame culturale e affettivo tra il partito e la sua base. Di qui l’astensionismo. In quest’ultima tornata amministrativa ha votato meno del 50% degli aventi diritto. Non era mai capitato prima. Alle prossime politiche, spero di sbagliarmi, si registrerà un fenomeno nuovo, in parte già apparso anche in quest’ultima tornata amministrativa, in larga parte legato all’antropologia calabrese: il voto a dispetto. Restando cosi le cose, nel segreto dell’urna una parte consistente del Pd voterà il partito che può fare più male al Pd.

Infatti la Destra in Calabria, subito dopo il voto di Catanzaro, sta cercando con anticipo il suo candidato Presidente per scalare la Regione...

«La destra del dopo Scopelliti sembrava tramortita per sempre, ma in politica il vuoto, prima o poi, si riempie. Fra l’altro in Calabria, ha sempre vinto il candidato Presidente partito prima del suo avversario. Da Chiaravalloti a Oliverio. Anche in questo caso esistono motivazioni legate alla nostra antropologia, al bisogno di protezione che si traduce in un’offerta di fiducia al primo conquistatore che irrompe sulla scena. Un elemento costante della storia calabrese».

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