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«Condividevamo un'impotenza di calabresi»

Calabria

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Ho conosciuto Andrea Frezza dieci anni fa per motivi di lavoro. Stava effettuando un sopralluogo per un film – uno dei suoi vitali progetti cinematografici, che non aveva mai smesso di portare avanti in Calabria, nonostante le difficoltà del settore, già gravi in tutto il Paese, dalla nostre parti ne facessero un terreno quasi off limits anche per un maestro come lui. All’epoca avevo pubblicato un piccolo libro, il mio primo libro, un saggio dedicato al cinema calabrese, e Frezza lo aveva letto. Così quando lo chiamai per un’intervista, lui, con semplicità, spostò l’attenzione su di me congratulandosi per il mio lavoro. Ne era entusiasta, disse, soprattutto perché lo aveva scritto una giovane calabrese che era rimasta qui, e qui stava tentando di costruire il suo futuro professionale. Ecco, vorrei precisare che il mio saggio, di cui ero orgogliosa come chiunque veda per la prima volta il proprio nome sulla copertina di un libro, era un piccolo esperimento generato dalla mia passione per il cinema, qualcosa che poi non ho ripetuto spostando il mio interesse sulla narrativa. Anche per questo mi colpirono le poche, sincere parole di Andrea Frezza. Pensai subito che è questa la cifra dei grandi uomini: sono coloro che non assumono pose, non innalzano distanze e non vantano arroganti superiorità sebbene potrebbero, per la loro caratura intellettuale, farlo. I grandi uomini sono umili e sanno parlare al professore e al bambino con lo stesso autentico rispetto. Così era Andrea Frezza. 

E’ nato così, quel pomeriggio al telefono quello che non ho mai avuto dubbi nel definire un legame speciale. Cementato dalla mia stima per le sue opere di regista e scrittore, che poi, in un’illuminata osmosi, divenne reciproca per la mia scrittura. E’ stato Andrea Frezza a presentare il mio esordio narrativo a Roma durante una serata in cui seppe pronunciare brevi e incisive considerazioni, e al termine ammonì la mia ingenuità di autrice imberbe consigliandomi di diffidare dei relatori che parlano troppo (come altri avevano fatto quella sera…). «Perché, vedi – spiegò – loro hanno parlato di sé e non del tuo lavoro». Da allora Andrea Frezza era il primo a cui inviavo un nuovo libro, aspettando la sua opinione. Lui mi rimproverava con affetto: «Gli scrittori non devono regalarsi libri tra loro, devono comprarli». Però poi, appena pubblicati, mi mandava tutti i suoi romanzi e so che teneva in ugual misura al mio parere. Quando tornò in Calabria lasciando la sua bellissima casa romana del Pantheon, una casa piena di libri e fotografie di amori (uno solo quello, l’amore della vita come nel suo ultimo romanzo “Così viviamo per dire sempre addio”) e ricordi di cinema, con un balcone panoramico che catturava la curva irregolare e languida dei tetti della Capitale, era bello pensare che c’era un antidoto ai chilometri dissestati della nostra regione che scoraggiano gli amici dal viaggiare e incontrarsi spesso. Un antidoto all’immobilismo imposto negli ultimi anni dalla sua malattia. Era bello pensare che leggendoci a vicenda, potevamo stringere due capi di un lungo filo e farlo vibrare tirando ognuno dal proprio lato, quasi a dire “Ci sei? Io ci sono”. 

Parlavamo di letteratura e cinema, molto. E condividevamo un’impotenza di calabresi. Andrea mi confidava la sua delusione per lo stato culturale della Calabria, nella quale continuava a credere rammaricandosi della sua stessa caparbietà, perché poi erano troppi i dialoghi interrotti a metà con istituzioni ottuse, troppi i progetti rimasti sospesi. «Non capiscono niente», ripeteva, e a fargli più male – lui che aveva un figlio americano, lontano da qui – era il destino dei giovani della sua terra, ancorati alla pesantezza di questo suolo, che però non smetteva di pungolare, e amare. Della malattia, della morte, parlava senza metafore. Si opponeva al trapianto di midollo con razionale amore paterno: «Dovrei infliggere a mio figlio una sofferenza? E per cosa? Per qualche mese di vita in più?». Mi aveva insegnato ad evitare il “come stai?” in avvio di conversazione. Stava male, è ovvio, dunque perché obbligarlo con certi convenevoli a certificare la sua salute? Dopo l’estate avevo più volte stabilito di vincere la pigrizia e spostarmi con armi, bagagli e bambini per una visita a Vibo. Ma avrei dovuto farlo prima. L’ultima schioppettata del male non ha concesso dilazioni. Negli ultimi mesi, attraverso i sensibili aggiornamenti di Eduardo Meligrana, che gli era molto stato vicino, abbiamo sperato in una impossibile ripresa, che poi c’è stata. Invece poi aveva avuto ragione Andrea a confessare, in agosto, di essere stanco. Persino del cinema e della scrittura. E ormai guardava a viso aperto nell’umana paura della fine. Ho iniziato a sentire la sua mancanza già quando non è stato più possibile parlargli, adesso riprenderò a farlo. Se hanno sentito sussurrare l’orizzonte lieve e potente di quel filo, anche gli atei come me possono credere nell’anima, in un oltre, dopo la vita. 

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