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In Calabria si vive a lungo come in Giappone
In tutta la regione oltre 500 i centenari

Calabria

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8 minuti 54 secondi

 

di ROSITA GANGI
COSENZA - Vivere bene e a lungo. Se l'elisir dell'immortalità non esiste, esiste però una certa predisposizione che porta i calabresi a detenere un record in tema di longevità. I fattori che ne determinano il successo sono oggetto di studi da parte di alcuni docenti e ricercatori del dipartimento di Biologia, Ecologia e Scienze della terra dell'Università della Calabria. A capo di questo team c'è il professor Giuseppe Passarino al quale abbiamo chiesto se esiste un gene della longevità.
«Lavoriamo da oltre 12 anni su questo tema  insieme alla professoressa De Benedictis. Abbiamo innanzitutto cercato di mettere ordine nel metodo di studio, dato che fino ad allora la ricerca prevedeva la ricerca genetica su organismi modello (vermi, mosche e topi), mentre nell'uomo la ricerca era principalmente indirizzata sugli aspetti ambientali (dieta, cure mediche), ma si dava poca importanza alla genetica. E' bene dirlo subito: il gene della longevità molto probabilmente non esiste. La genetica è un fattore importante nella longevità dell'uomo, ma incide per un 25%, per il resto dipende da fattori ambientali e dal caso».
E il caso quanto incide?
«Del restante 75%, metà dipende dal caso e metà dall'ambiente. Per fare un esempio un uomo di 107 anni di Molochio ci ha raccontato che all'epoca in cui era militare si ruppe una gamba e non potè partire in missione. Ebbene in quella missione il suo plotone fu sterminato. Quello è un “caso”, ma nelle nostre ricerche non è solo questo il significato di questa incognita. Esiste un altro tipo di “caso” in negativo, come ad esempio quello di nascere con un organismo predisposto verso qualcosa ma trovarsi in un ambiente opposto». 
Ma è vero che la Calabria ha un primato in tema di longevità?
«Certo. Innanzitutto come distribuzione della longevità. Un primato è sicuramente il fatto che i maschi vivono più a lungo che nel resto d'Italia e nel resto d'Europa. Solo in Giappone, sull'isola di Okinawa, esiste tale primato». 
E cosa hanno i calabresi in comune con gli abitanti dell'isola di Okinawa?
«Gli studi hanno dimostrato che l'alimentazione povera è un tratto comune di queste due realtà. Ma entrano in gioco altri fattori, di tipo genetico. Per esempio la zona intorno a Platì è uno dei posti dove i maschi vivono più a lungo e siccome lì c'è una maggiore omozigosità, il fattore genetico ha un aspetto di rilievo. Altri fattori riguardano il comportamento di alcuni geni, che tutti possediamo, ma che in ognuno di noi sviluppano delle varianti che possono dare o togliere un vantaggio».
Genetica a parte, quanto incide il fattore umano sulla longevità dei calabresi?
«Nei nostri studi facciamo un'azione di monitoraggio delle condizioni degli ultracentenari in Calabria. La fotografia di questa realtà ci dice che i maschi vivono più a lungo rispetto al resto Europa e che le donne sono nella media, cosa che porta a un rapporto più basso rispetto al resto d'Italia: in Lombardia c'è un maschio ogni cinque femmine centenarie, in Calabria uno ogni tre. I centenari calabresi, poi, hanno una minore propensione verso le malattie cardiovascolari, mentre nelle centenarie donne è stata registrata una prevalenza di depressione pronunciata rispetto ai maschi».
C'è un'altra caratteristiche che differenzia gli ultracentenari calabresi dal resto d'Europa?
«Sì, il fatto che la maggioranza di loro non vive nelle case di riposo ma in famiglia. Anzi, proprio nei giorni scorsi, parlando con alcuni giornalisti del National Geographic tv, che verranno a realizzare un reportage su questo tema, si sono meravigliati che la maggior parte degli anziani che andremo a visitare vivono a casa loro. Nel resto d'Europa sono quasi tutti nelle case di riposo».
Un senso della famiglia molto radicato o sfiducia verso questi istituti?
«Penso dipenda soprattutto dal senso della famiglia tipico dei calabresi, una tradizione che temo però cambierà in futuro»
Quanti sono i calabresi over 100?
«Quasi 500, di cui 200 maschi e 300 femmine. Sono comunque più le femmine perché, in generale, sono più longeve. In Calabria il dato è meno squilibrato (1 maschio ogni 3 femmine, rispetto alla media italiana di 5 femmine ogni maschio), ma restano numericamente sempre più numerose le centenarie».
E che condizioni di vita hanno?
«Le donne stanno peggio dei maschi. Statisticamente gli uomini stanno bene fino a una certa età e poi se si ammalano muoiono, le femmine invece anche se stanno male continuano a vivere. Insomma, se il maschio arriva a quel traguardo ci arriva bene, o non ci arriva affatto».
Quali sono i fattori che influiscono principalmente sull'aspettativa di vita?
«Uno dei fattori è la riproduzione, ma in senso negativo. Avere figli diminuisce la probabilità di essere longevi».
Una brutta notizia per le mamme ....
«Non lo so. Basterebbe chiedere a qualunque donna: "Preferiresti vivere oltre i cento anni o avere la gioia di un figlio?" Certo il dato va preso con le pinze, in quanto è veramente ad un livello molto sperimentale. Nel senso che avere figli è come comunicare al nostro organismo che ha raggiunto il suo obiettivo biologico, e quindi c'è una sorta di rilassamento del meccanismo. Questo è un fatto antico, esistente in tutti gli esseri viventi. Alcuni organismi, se non si riproducono, possono vivere per un tempo estremamente lungo, come se aspettassero di compiere la loro "missione". E' evidente che nel caso dell'uomo ci sono anche tanti altri aspetti che entrano in gioco, come la soddisfazione, la preoccupazione per i figli che fa sì che li si voglia accompagnare il più a lungo possibile nel loro percorso di vita. Cosa che attiva una nuova tensione nell'organismo. Quindi nell'uomo la riduzione di aspettativa di vita dopo la riproduzione è bilanciata da una serie di altri aspetti, culturali, di motivazione che la rende meno incisiva».
Ma quindi tra caso, genetica, ambiente non c'è nulla che si può fare, in maniera cosciente, per allungare la propria aspettativa di vita?
«Sicuramente una buona dieta. Poi mantenersi in attività soprattutto dal punto di vista mentale. Secondo le nostre ricerche appare chiaro che superata una certa età c'è un decadimento dell'organismo sia a livello muscolare che neurologico. Quello che si può fare è tentare di fermare questo processo con il movimento, ma ancora di più con l'attività cerebrale: leggere, non isolarsi, tenersi aggiornati. Cosa che non significa, per un anziano, andare su internet, ma anche interessarsi ai fatti attuali del paese in cui si vive, senza rimanere chiusi nel passato».
C'è un centenario che l'ha colpita durante le sue visite?
«Sì, un signore di 102 anni della provincia di Catanzaro che cercava moglie. Un buon esempio di come tenersi attivo anche mentalmente»
Il calabrese più anziano?
«Quel signore di Molochio che ora va per i 108 anni. Per le donne, invece, è venuta a mancare da poco invece una signora di Filandari che ne aveva 110. Il record mi sembra sia passato ora ad una donna di Cropalati che ne ha 105».
Felice di essere nato in Calabria?
«Senza dubbio»

COSENZA - Vivere bene e a lungo. Se l'elisir dell'immortalità non esiste, esiste però una certa predisposizione che porta i calabresi a detenere un record in tema di longevità. I fattori che ne determinano il successo sono oggetto di studi da parte di alcuni docenti e ricercatori del dipartimento di Biologia, Ecologia e Scienze della terra dell'Università della Calabria. A capo di questo team c'è il professor Giuseppe Passarino al quale abbiamo chiesto se esiste un gene della longevità.«Lavoriamo da oltre 12 anni su questo tema insieme alla professoressa De Benedictis. Abbiamo innanzitutto cercato di mettere ordine nel metodo di studio, dato che fino ad allora la ricerca prevedeva la ricerca genetica su organismi modello (vermi, mosche e topi), mentre nell'uomo la ricerca era principalmente indirizzata sugli aspetti ambientali (dieta, cure mediche), ma si dava poca importanza alla genetica. E' bene dirlo subito: il gene della longevità molto probabilmente non esiste. La genetica è un fattore importante nella longevità dell'uomo, ma incide per un 25%, per il resto dipende da fattori ambientali e dal caso».E il caso quanto incide?«Del restante 75%, metà dipende dal caso e metà dall'ambiente. Per fare un esempio un uomo di 107 anni di Molochio ci ha raccontato che all'epoca in cui era militare si ruppe una gamba e non potè partire in missione. Ebbene in quella missione il suo plotone fu sterminato. Quello è un “caso”, ma nelle nostre ricerche non è solo questo il significato di questa incognita. Esiste un altro tipo di “caso” in negativo, come ad esempio quello di nascere con un organismo predisposto verso qualcosa ma trovarsi in un ambiente opposto». Ma è vero che la Calabria ha un primato in tema di longevità? «Certo. Innanzitutto come distribuzione della longevità. Un primato è sicuramente il fatto che i maschi vivono più a lungo che nel resto d'Italia e nel resto d'Europa. Solo in Giappone, sull'isola di Okinawa, esiste tale primato». E cosa hanno i calabresi in comune con gli abitanti dell'isola di Okinawa?«Gli studi hanno dimostrato che l'alimentazione povera è un tratto comune di queste due realtà. Ma entrano in gioco altri fattori, di tipo genetico. Per esempio la zona intorno a Platì è uno dei posti dove i maschi vivono più a lungo e siccome lì c'è una maggiore omozigosità, il fattore genetico ha un aspetto di rilievo. Altri fattori riguardano il comportamento di alcuni geni, che tutti possediamo, ma che in ognuno di noi sviluppano delle varianti che possono dare o togliere un vantaggio».Genetica a parte, quanto incide il fattore umano sulla longevità dei calabresi?«Nei nostri studi facciamo un'azione di monitoraggio delle condizioni degli ultracentenari in Calabria. La fotografia di questa realtà ci dice che i maschi vivono più a lungo rispetto al resto Europa e che le donne sono nella media, cosa che porta a un rapporto più basso rispetto al resto d'Italia: in Lombardia c'è un maschio ogni cinque femmine centenarie, in Calabria uno ogni tre. I centenari calabresi, poi, hanno una minore propensione verso le malattie cardiovascolari, mentre nelle centenarie donne è stata registrata una prevalenza di depressione pronunciata rispetto ai maschi».

 

 

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