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Dall'Unical un aiuto contro la resistenza agli antibiotici

La ricerca apparsa su Nature individua la proteina bersaglio 

Calabria
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L'Unical di Rende
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COSENZA – Entro il 2050 la resistenza agli antibiotici potrebbe diventare una causa di morte più comune del cancro. È l’allarme lanciato di recente dal commissario europeo alla Salute, Vytenis Andriukaitis, che fa il paio con le stime preoccupanti dell’Organizzazione mondiale della sanità, che calcolano in oltre mezzo milione i casi di infezione da batteri antibioticoresistenti. Progettare farmaci di nuova generazione in grado di avere la meglio sui super batteri è quindi un obiettivo della comunità scientifica e delle agenzie sovranazionali che si occupano di salute. Una buona notizia, su questo fronte, arriva dai ricercatori dell’Università della Calabria, coautori di uno studio internazionale apparso poche settimane fa su Nature Communications (GUARDA LO STUDIO).

Il gruppo di ricerca del professor Cesare Indiveri, ordinario di Biochimica e direttore del dipartimento di Biologia dell’ateneo calabrese, ha individuato e descritto il funzionamento della proteina che permette al Proteus Mirabilis di nutrirsi, crescere e colonizzare i tessuti che infetta. Si tratta di un batterio piuttosto insidioso, perché è tra quelli che ha sviluppato una maggiore resistenza agli antibiotici. Alla ricerca hanno partecipato ricercatori svedesi, statunitensi, inglesi, neozelandesi e australiani. Del gruppo Unical fanno parte, insieme al professor Indiveri, le ricercatrici Mariafrancesca Scalise e Lorena Pochini.

LA RICERCA – Il Proteus Mirabilis colonizza in genere le zone in cui sono inseriti cateteri o cannule e prolifera soprattutto a contatto con il sangue. Il batterio cresce, “nutrendosi” di acido sialico: un materiale di scarto dell’uomo, che si trova nelle ferite e nel materiale purulento. Il Proteus usa l’acido sialico per costruire il proprio involucro e ricavare energia. Ma come fa a importarlo? I ricercatori si sono messi sulle tracce della proteina che aiuta il batterio nell’approvvigionamento di acido sialico, per individuare un bersaglio utile da colpire e su cui modellare nuovi e più potenti farmaci. La forma della proteina è stata definita grazie al contribuito dei ricercatori statunitensi, che hanno eseguito parte della cristallografia a raggi X grazie ai loro potenti ciclotroni.

IL CONTRIBUTO DELL’UNICAL – I biologi dell’Università della Calabria hanno messo a disposizione tutta la loro riconosciuta esperienza per studiare e definire il funzionamento della proteina-bersaglio. «Per semplificare, possiamo dire che il sistema “imita” quello della nostra emoglobina. Abbiamo anche verificato che più aumenta l’acido sialico, più il batterio è in grado di crescere. Un po’ come avviene nel rapporto tra emoglobina e ossigeno» spiega il professor Indiveri. La collaborazione con la Svezia, capofila in questo progetto, parte da lontano. «Un nostro dottore di ricerca ha trascorso un anno lì, durante il dottorato, avviando una serie di collaborazioni. Finito il dottorato, è rimasto a lavorare in Svezia, come post-doc, con ottime prospettive. L’università svedese ha fatto di tutto per tenerlo con sé» racconta Indiveri. Anche Lorena Pochini, una delle autrici della ricerca apparsa su Nature, è stata in Svezia, per un periodo di studio, grazie a un (piccolo) cofinanziamento dell’Unical. «Da qui siamo stati poi coinvolti nel programma di ricerca sulla resistenza antibiotica» spiega ancora Indiveri.

LE PROSPETTIVE – Il passaggio successivo sarà la costruzione, prima con modelli informatici, di una molecola in grado di adattarsi alla forma della proteina bersaglio. Bisognerà poi verificare se la nuova molecola è in grado di interrompere l’approvvigionamento di acido sialico ed escludere il rischio che risulti tossica per l’uomo. «È un processo che ripercorre quello della penicillina – dice Indiveri – ma in questo caso interveniamo a monte. La penicillina blocca la costruzione dell’involucro, noi impediamo al batterio di importare acido sialico: da qui non può difendersi». Il lavoro di ricerca non si ferma qui. Il gruppo ha riscontrato infatti che il sistema di “funzionamento” del Proteus mirabilis è molto simile a quello dello Staphylococcus aureus (stafilococco), uno dei batteri più resistenti, pericolosi e diffusi.

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