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Rappoccio mirava al Parlamento
per questo avrebbe reiterato il reato

Calabria

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REGGIO CALABRIA - «Il consigliere regionale della Calabria Antonio Rappoccio, del Partito repubblicano, è stato arrestato perchè c'è il rischio di una reiterazione dei reati». È quanto scrive il gip di Reggio Calabria Vincenzo Pedone nelle 29 pagine dell’ordinanza di custodia cautelare in carcere eseguita oggi dalla Guardia di finanza. L’ordinanza è stata emessa per il solo reato di associazione per delinquere, così come chiesto dalla Procura generale che ha avocato le indagini. «Sussiste – scrive il gip – il concreto pericolo di reiterazione dei reati atteso che le acquisite emergenze probatorie dimostrano senza alcuna possibilità di dubbio che l'indagato, se lasciato in libertà, continuerebbe ad utilizzare la struttura associativa creata per commettere quegli stessi reati che gli hanno consentito di essere eletto al Consiglio regionale nel marzo 2010 e di avere fatto ottenere ben 439 voti di preferenza a Elisa Campolo in occasione delle elezioni per il rinnovo del Consiglio comunale di Reggio Calabria nel maggio 2011». Nella sua ordinanza il gip evidenzia anche altre otto circostanze che indicherebbero il pericolo di una recidiva in quanto «l'indagato aspira a diventare membro del parlamento nazionale; la prosecuzione del'attività criminosa pur in presenza di numerose esplicite e pubbliche denunce da parte della stampa locale; della piena operatività, ancora oggi, della società Sceleris della quale l'indagato si avvale per il perseguimento dei suoi fini illeciti; dalla elevata capacità a delinquere dimostrata nel mimetizzare le iniziative delittuose; della circostanza che pur a conoscenza di indagini a suo carico per corruzione elettorale non demorde; dalla particolare callidità dimostrata nel tessere, pazientemente ed astutamente, sin dal dicembre 2007, quanto meno, la trama delle sue delittuose iniziative; dalla protervia di cui ha dato prova illudendo centinaia di giovani e le rispettive famiglie; dalla gravità delle condotte addebitate che evidenzia la spiccata pericolosità dell’indagato». In relazione al pericolo di reiterare il reato il gip Pedone precisa che sostanzialmente Rappoccio mirava ad un seggio nel parlamento nazionale: «Che le mire di Rappoccio andassero ben oltre la carica di consigliere regionale emerge anche dalle parole di un soggetto molto addentro alle 'segrete cose' dell’onorevole, la persona di sua fiducia che sostituisce Surace allorchè alla cooperativa Alicante subentra, nella gestione delle selezioni truffa, la società Iride Solare. Trattasi di Pasquale Tommasini, il quale, interrogato dalla polizia giudiziaria, riferisce delle intenzioni del Rappoccio di candidarsi alle elezioni per il rinnovo del Parlamento nazionale ("una volta eletto al Consiglio regionale il sig. Rappoccio parlando con me mai ha fatto mistero di aspirare ad un posto nel Parlamento nazionale")». Tommasini, prima legato a Rappoccio, è poi entrato in conflitto con lo stesso, e le sue dichiarazioni costituiscono adesso uno degli elementi su cui si poggia l’accusa. Ma non il solo. «Non sono soltanto di natura dichiarativa – è scritto nell’ordinanza – gli elementi di prova relativi all’esistenza di una stabile ed efficiente struttura organizzativa che per lungo tempo ha collaborato con Rappoccio, consentendogli di conseguire i risultati cui ambiva, nonchè di preparargli il terreno per il raggiungimento di ulteriori prestigiosi traguardi: ve ne sono anche di natura documentale dai quali non soltanto è possibile trarre conferma di quanto aliunde emerso, ma altresì di individuare i soggetti che, a fianco di Rappoccio, avevano compiti di maggiore rilievo». Nell’ordinanza c'è anche un elogio alla stampa che «questa volta aveva fatto il proprio dovere. Non c'erano stati 'coni d’ombra'. Eppure nessuno si sarebbe accorto del successo elettorale di chi senza ricorrere a manifesti elettorali o 'santini' aveva raccolto ben 3.814 voti. Se non fosse intervenuto l’esposto dell’avv. Aurelio Chizzoniti, Rappoccio avrebbe potuto continuare, indisturbato, a delinque, con buona pace dell’art 112 della Costituzione». In conclusione la vicenda da cui scaturisce l’arresto di Rappoccio «costituisce un esempio paradigmatico dello scadimento, sul piano dei valori etici e civici, di una certa parte della classe politica». Una certa parte della classe politica che, prosegue il magistrato, «con cinica determinazione, specula sui bisogni e le aspettative di tanti giovani in cerca di un approdo sicuro che solo un lavoro stabile può fornire per costruirsi un futuro in una terra, come quella calabrese, connotata da endemici problemi di sviluppo sociale ed economico in quanto afflitta da una invadente e pervasiva criminalità organizzata di stampo mafioso che incide pesantemente sull'esercizio dei diritti fondamentali, ivi compreso quello elettorale, condizionando il voto di una cospicua parte degli elettori. Ed è proprio questo – afferma il gip – il terreno che vede come indiscusso protagonista l’indagato Antonio Rappoccio che, nel tempo, ha costruito la sua carriera politica illudendo centinaia e centinaia di giovani elettori, ivi compresi i loro familiari, parenti ed amici, attraverso l’illecita pratica del voto di scambio, a fronte dell’ingannevole speranza di conseguire per tale via un posto di lavoro e così fuoriuscire dalla massa informe dei disoccupati. Il rodato e subdolo meccanismo di raccolta del consenso elettorale, ideato da Rappoccio e dai suoi sodali, che nell’arco di un lustro, e non in via occasionale ed episodica, per come puntualmente evidenziato dal requirente, ha operato ed opera attraverso l'attività di strumentali società che, con l’apparente fine di selezionare aspiranti lavoratori da inserire in fantomatici circuiti produttivi, ne captava e canalizzava il voto, va ricondotto indubbiamente al paradigma normativo di cui all’art.416 del codice penale».

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