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IL PAESE DEL SILENZIO

Basilicata

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di MARIOLINA VENEZIA
Della Basilicata mi ha sempre colpita il silenzio. Un silenzio tangibile, di una consistenza che immagino simile a quella dell’acqua. Fiumi di silenzio scorrono fra i solchi delle colline aride, nelle spaccature dell’argilla
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Della Basilicata mi ha sempre colpita il silenzio. Un silenzio tangibile, di una consistenza che immagino simile a quella dell’acqua. Fiumi di silenzio scorrono fra i solchi delle colline aride, nelle spaccature dell’argilla costeggiano le rotabili, immergono i paesini sui cucuzzoli nella stessa invisibile sostanza. O forse, come se col tempo si condensasse e diventasse materia, il silenzio è proprio ciò di cui sono fatti i calanchi di Craco, le colline che costeggiano il Bradano e il Basento, il tufo dei Sassi di Matera, le rocce delle dolomiti lucane. Tutta la Basilicata mi sembra fatta di questa sostanza immateriale, e forse è il motivo per cui  guardandola dai finestrini di una macchina o di un treno non ho mai avuto dubbi: mi trovavo in un paesaggio interiore, uno specchio di ciò che avevo dentro, che nello stesso tempo mi conteneva. 

Per anni sono arrivata in Basilicata da Bari, col trenino delle calabrolucane. Venivo in genere da un lungo viaggio, che dal luogo dove avevo scelto di abitare mi riportava nella mia terra di origine. La calabrolucana era lentissima. Ci metteva circa due ore per percorrere i cento chilometri che separano Matera da Bari. Era una specie di trenino del far west, che si fermava in stazioni deserte dove non saliva e non scendeva nessuno. Dopo un po’ che ero lì sopra il paesaggio pugliese iniziava a spogliarsi, a diventare più essenziale, la terra cambiava colore, finché verso Altamura mostrava le sue ossa. Pietre disposte in forme antropomorfe affioravano nelle ondulazioni dei campi. Antichi ripari di pastori o villaggi preistorici, ricordo di vicinanze ormai incomprensibili fra l’uomo e la natura. 

Avanzando, si entrava nella leggenda. 

Il tragitto della calabrolucana era per me una specie di percorso iniziatico, che mi permetteva di lasciarmi alle spalle il tempo concitato da cui venivo per quello della Basilicata, così lento da diventare ingannevole. Un po’ sovrappensiero per le emozioni del ritorno e la stanchezza del viaggio, non mi sarei meravigliata di veder spuntare gli apaches. Perché in quel rallentamento sembravano poter coesistere i dinosauri, gli sceriffi degli spaghetti western e visioni venute dal futuro.

Stretta fra la nostalgia, l’ansia e la stanchezza, nascevano lì quasi tutte le mie storie. 

Vecchie strutture mitiche ridiventavano attuali tracciando dei drammi piccolo borghese. L’immagine di una vecchia masseria persa nel nulla, sullo sfondo delle linee precise e ondulate dei campi, diventava il punto di partenza di una storia di fantascienza in cui non si parla di marziani ma di sentimenti. Un paese lontano mi faceva pensare a una Giocasta venditrice di corredi. Sono i  miei film non realizzati, quelli rimasti nel cassetto, in un luogo sospeso fra l’antica Grecia e l’America. Perché non potevo vedere una pompa di benzina in mezzo al grano senza pensare a uno di quegli stati americani dal nome esotico, Texas o Wyoming, e a qualche storia di sesso torrido, oppure un paese arroccato senza immaginarlo abitato da antiche dinastie di re pastori, coi loro drammi passionali. Il paesaggio spoglio della Basilicata permette di sognare, i suoi spazi vuoti reclamano l’inventiva.

Più tardi mi sono trasferita a Roma, e ho comprato una macchina, così la Basilicata ho iniziato ad approcciarla dall’altra parte. Provenendo dalla Campania, dalla strada che da Sicignano va verso Potenza, e poi di lì attraverso la basentana fino a Matera.

Ho visto il cielo diventare azzurro come i colori a matita dei bambini, mentre attraversavo le dolomiti lucane. Ho visto volare uccelli che supponevo essere falchi. Ho immaginato i briganti che scendevano dalle foreste. Ho fantasticato sul nome di un paesino, Savoia di Lucania, immaginando le truppe di re Vittorio Emanuele inerpicate sulle colline. Altre storie, altre fantasie venivano a farmi compagnia durante il viaggio.

L’eleganza del paesaggio, certi giorni, mi ha suggerito sfilate immaginarie. Vestiti di oro opaco come il grano maturo. Accostamenti più audaci e raffinati, col marrone bruciato della terra e l’azzurro leggero del cielo. Stoffe impreziosite dal grigio delle pietre sul verde scuro dei licheni. I mille colori dei fiori sui prati primaverili. Mai una caduta di gusto, un eccesso, una nota stonata.

La Basilicata è un luogo dove non si arriva mai. Sta tutta nel viaggio, nelle sue proiezioni e nei suoi ricordi, nelle luci lontane di un pozzo di petrolio nella notte, nei colori uniformi del grano. Attraversarla vuol dire immergersi nei sentimenti, lasciarsene penetrare, perdersi, ritrovarsi.

 

 

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