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Narrare una terra limbo. Con fascino
La via tra nuove voci e moderni paesaggi

Basilicata

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di ANTONIO CALBI
QUALCHE mese fa ho suggerito a quella amazzone della cultura che è Elisabetta Sgarbi di dedicare uno dei “Viaggi” del suo bel festival La Milanesiana alla terra dove sono nato, 
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Qualche mese fa ho suggerito a quella amazzone della cultura che è Elisabetta Sgarbi di dedicare uno dei “Viaggi” del suo bel festival La Milanesiana alla terra dove sono nato, la Basilicata.  Guidata dalla sua intelligenza intuitiva,  Elisabetta ha subito detto sì ela ringrazio, così come ringrazio gli autori e gli artisti che hanno accolto il nostro invito, la Regione Basilicata e l’Apt per il sostegno.

 

Ne è nata una piccola maratona di autori, nella quale non mi sono limitato a cercare il “genius loci” della scrittura,  poetica o narrativa che sia, e neppure ad abbozzare il ritratto di una geografia d’ambiente o dell’anima: ho provato, soprattutto, a far riaffiorare i fili che tengono legata questa terra al resto della penisola, a indagare se la Basilicata (o Lucania, unica regione ad avere due nomi), è ancora fuori dal tempo e dalla storia, come l’ha evocata Carlo Levi nel suo Cristo si è fermato a Eboli.  

Terra lontana, perduta, depredata di futuro e di genti, ecco perché è stata scelta come terra di confino, per Levi e molti altri esiliati politici. 

Vi racconto un dato biografico personale: invece di lucano, potevo nascere mezzo friulano! Ebbene sì, qualche anno dopo Levi, viene allontanata da Trieste Maria Russignan, per noi Nunnù, una comunista della città carsica, ed esiliata proprio a San Mauro Forte, il paese dove ho vissuto fino a tredici anni. Una “pasionaria” pura, che finita la guerra non ha mai rotto i fili con questa terra, simile per certi versi proprio al suo Friuli, e come questo spopolata dalla migrazione verso le Americhe. 

Nunnù ha cresciuto mia madre Anna, rimasta orfana da bambina, e quando s’è fatta signorina se l’è portata nella sua città. Sul lungomare di Trieste, un giorno, la mia futura mamma viene corteggiata. Da un friulano? Da un viennese? No, si fidanza con il mio futuro papà Mauro, che a Trieste fa il militare, nato anche lui proprio nello stesso paese nel cuore della Lucania. 

E così, seppure lontano mille e più chilometri,  le basi della mia famiglia vengono messe in Friuli, ma nasco e cresco in Basilicata da lucani doc. Stravaganze del destino.

Torniamo alla nostra Milanesiana lucana. L’andamento di questo “viaggio” pensato il festival milanese  è anch’esso di andata e ritorno – lo sguardo da lontano fa bene a volte – o se vogliamo circolare, e attraversa l’intera nazione, con un particolare legame con Milano.

È la scrittura evocativa e insieme meticolosa di Leonardo Sinisgalli, poeta, saggista, intellettuale di grande levatura e colpevolmente poco conosciuto, ad aprire il nostro viaggio. L’attrice Sabrina Colle leggerà alcune pagine di questo autore, nato a Montemurro ma protagonista di fasi dense della nostra storia. Struggente è la sua “Introduzione a Milano”, del 1933, quasi pasoliniana nel piglio e nello stile, così come il ritratto preciso e lucido della città lombarda osservata tre anni più tardi. Milano vista da un forestiero del Sud come incipit mentre una sua poesia dedicata alla terra di origine, “Lucania”, sarà il sigillo della maratonina di scritture, prima del concerto di Arisa a cui seguirà “Rocco e i suoi fratelli”. 

L’attrice milanese Carla Chiarelli leggerà invece liriche di Alfonso Guida, giovane autore che è un tutt’uno con la poesia: un lavoro quotidiano alla maniera dei contadini di una volta, occupato dall’alba a riempire quaderni di versi fitti fitti senza neppure gli spazi fra le parole, in una fertilità quasi ossessiva, in un flusso di pensieri e versi che non contempla, appunto, interruzioni. 

Dopo questo prologo lirico, si susseguono gli autori con i loro scritti per Milanesiana e da loro letti.

Raffaele Nigro, colui che ha iniziato tanti di noi alla narrazione di questi luoghi (il magnifico “I fuochi del Basento” o “La baronessa dell’Olivento”, che ho sempre sognato di veder tradotti in paesaggi teatrali o in opere di cinema). Nigro, che è scrittore assai speciale e prolifico, festeggiato giustamente da una collezione di premi, ci dirà qui cos’è per lui il segreto – “una confidenza poggiata sul cuore”, annota.  

Mariolina Venezia tratta, con tocco lieve, del silenzio di queste terre, e il silenzio è parente stretto del segreto. Visionaria più che mai, Mariolina: la scena dell’olio che scivola gonfiandosi sui ciottoli di un paesino senza tempo nel suo romanzo Premio Campiello “Sono mille anni che sto qui” è da antologia. È narrazione, pittura, visione, è già cinema, anche questo fra i suoi amori, perché la Basilicata, con il suo variegato catalogo di geografie e epoche, è cinema vivente.

L’avvocato,  intellettuale militante Raffaello De Ruggieri ci racconterà il furto di affreschi da cripte votive millenarie: Raffaello è un emblema della militanza culturale in terra lucana e nel Sud in generale, tanto da essere l’unico esempio citato in uno degli ultimi libelli di Salvatore Settis. Fra i primi a ritornare nei Sassi dopo il loro coatto spopolamento, a inventare una associazione che ancora oggi fa scuola – anche di indipendenza dalle combriccole politiche –, a immaginare e costruire il primo museo della scultura della nazione, nella città scolpita per antonomasia, quale Matera è. Qui impegnato a ricostruire una brutta storia: quella di affreschi antichi rubati, sotto gli occhi di tutti, quando ancora la Lucania non aveva alcuna consapevolezza e tutela del proprio patrimonio.

Gaetano Cappelli (Premio John Fante e Premio Hemingway) si diverte a sbertucciare localismo e la seriosità di certa letteratura;  condividendo con altri ospiti di questo “Viaggio in Basilicata” la voglia di scrollarsi di dosso le etichette che Levi, suo malgrado, ha fissato a questa terra. Confessandoci un proprio segreto. E mi piace che cita Mordecai Richler, perché serve a introdurre l’unico straniero del programma, anch’egli canadese.

Allo storico sociale e scrittore Anthony Majanlahti,  stregato dalla Lucania – e vi svelo un mezzo segreto, Majanlahti è discendente di Hans Christian Andersen – ho chiesto di rivelarci la nobiltà di questa terra: quanti sanno che le casate di mezza Italia hanno avuto e hanno qui i propri feudi? 

Gli Sforza, i Ludovisi, i Colonna, i Doria…, ma anche di introdurci alle nobiltà locali, vere o finte esse siano.

Autrice, attrice, regista, Egidia Bruno è di Latronico, appollaiato sul Pollino, ma milanese d’adozione, e qui rievocherà il suo rapporto con Enzo Jannacci. Nato a un provino e consumato, se così possiamo dire, nella costruzione dello spettacolo “La Mascula”, che sollecitai a Egidia per l’edizione 2004 di Teatri dello Sport. 

Nobiltà e arti: proprio un paio di estati fa scopro che a San Teodoro si stende una tenuta dei Visconti, con tanto di albero geneaologico ad accogliere gli ospiti, compreso Luchino,  che a questa terra ha dedicato uno dei suoi film capolavoro, “Rocco e i suoi fratelli”, del 1960, che la nipote Anna Gastel ci introdurrà, qui nella sua versione originale, insieme ad Alberto Pezzotta. E prima l’attore Domenico Fortunato ripercorrerà il viaggio di Visconti in regione, nel 1959, per la preparazione della sceneggiatura,  tratta da un racconto del milanese Giovanni Testori. Prima di Pasolini, che girò il suo “Vangelo” a Matera nel 1964.

Finita la passerella degli scrittori, la cantante Arisa, con la sua voce dolcissima e sorprendente, e i bei testi che mette in musica, ci regalerà alcune sue canzoni. Premiata a Sanremo 2009 per la canzone Sincerità, Arisa è artista vibratile, curiosa di scrittura, cinema, televisione, oltre che di musica e canzoni.  

Milanesiana è anche visione. Ci lasceremo trasportare insieme da un fiume di immagini,  e anche in questo caso ho voluto scegliere, fra i molti, un maestro e un artista fresco di scoperta. 

Mario Cresci ha avuto un rapporto speciale con la Basilicata e Matera. Artista dell’immagine fotografica, instancabile sperimentatore, i suoi viaggi con la camera ci hanno regalato racconti d’arte in bianco e nero, unici, in cui la fotografia supera se stessa, non accontentandosi di rubare il reale, ecco perché l’arte di Cresci sfugge alle classificazioni e alle appartenze e noi l’amiamo particolarmente. 

Di recente Matera l’ha omaggiato a Palazzo Lanfranchi, il bel museo di arte che si fa sempre più aperto e vivace, con una personale di sue opere non soltanto fotografiche, di dialogo fra antico e presente, grazie a Marta Ragozzino, sovrintendente per i beni storici, artistici e etnoantropologici della Basilicata, che è partita all’alba da Matera per essere qui con noi, e che molto sta facendo per recuperare i decenni perduti e ridare dignità a un patrimonio affatto secondario e tutto da scoprire e valorizzare. 

Accanto a lui ho voluto il giovane Mimmo Centonze, anche lui figlio della Città dei Sassi, le cui pitture fiammeggianti di colore, luce, materia, ma anche i suoi dipinti figurativi, in particolare ritratti, accompagneranno l’ascolto dei testi di Sinisgalli, in special modo la recente serie dei “Capannoni”, che abbiamo scelto come immagini della prossima stagione teatrale regionale di Teatri Uniti di Basilicata e che in autunno avranno dignità di mostra, proprio all’interno di un capannone per il deposito e il restauro di opere antiche, sempre a Matera, e che ha meritato l’anno scorso una personale a Palazzo delle Esposizioni di Roma.

Permettetemi ora qualche digressione personale sul segreto, il tema di Milanesiana 2013, e la Basilicata. I segreti sono le verità più profonde, nascoste, pure. Le più intime e personali. Lucania terra di segreti, di popoli che si sono succeduti e sovrapposti: enotri e greci, romani e normanni, spagnoli, napoletani e piemontesi... I segreti dei riti secolari: transumanze di uomini e animali, riti arborei, distruzioni di carri di cartapesta, tarante, fascinature, magie, come ci ha svelato Ernesto De Martino. I segreti della terra, della roccia dura – e sì, abbiamo anche le Dolomiti Lucane – e dei calanchi d’argilla secca.

Terra africana, di deserto e oasi, mari e fiumi, con il più grande lago artificiale d’Europa, notti rese giorno da stellate impressionanti, processioni notturne di morti – io e mia sorella bambini siamo convinti di averle viste –, mezze signore di torri normanne, il monacello – neonato nato morto – che ha toccato il piede di mio padre una notte, le grotte scavate nel ventre segreto di colline di tufo, Matera città viscerale, coi suoi cunicoli, habitat vascolare, città corpo unico, organico, disteso nel paesaggio, natura che si fa città grazie all’opera dell’uomo. 

I fossili di mare che affiorano dai blocchi di tufo che compongono palazzi, case, chiese. 

Gesualdo e Tramontano, Pitagora a Metaponto e Orazio a Venosa. “Ad Argo c’era un tale, seduto nel teatro vuoto ad applaudire, pensando di vedere mirabili tragedie…”. Cito a memoria. E Matera è un doppio teatro naturale, il più antico di tutti, con il costruito che dialoga con il paesaggio dall’altra parte della gravina.  

Fra colline e calanchi, con Anthony Majanlahti, abbiamo visto in Lucania il miracolo di due arcobaleni ciclopici incrociati. Terra di cose mai viste. Terra del sacro e profano ancora non divorziati.

Ed è qui che c’è il più grande telescopio d’Europa, e sotto, il più grande lago di petrolio del continente, da cui il soprannome di Lucania Saudita, ma lasciata povera. 

Riuscirà Matera da Cenerentola della storia a trasformarsi in principessa e partecipare al ballo delle città che ambiscono alla corona di capitale della cultura? Riuscirà a diventare regina facendosi ancora più seduttiva senza tradire la sua naturale, singolare, millenaria bellezza? 

Sento più che mai l’Italia Unita, unita nello stesso destino. Non c’è più un Sud addormentato, incapace, parassita e fuori dalla storia. C’è una nazione spappolata, disorientata, da rifare daccapo. 

L’ultimo dei costituenti della Repubblica se n’è appena andato, Emilio Colombo. Lucano pure lui. E proprio pensando a lui, nel bene e nel male, oggi mi interrogo ancora di più su cosa fare per dare nuova dignità alla nostra regione. Che deve uscire dalla stasi. Sento la Basilicata come una terra limbo: o si fa ancora più deserto, di cui i calanchi sono un monito di inquietante bellezza, o sboccia rigogliosa al pari di un’oasi, un giardino primordiale, biblico. 

Sono stato fra i primi a credere nella candidatura di Matera, e dunque dell’intera regione, e dunque dell’intero Sud, a Capitale Europea della Cultura per il 2019. Ci stiamo lavorando, con il consueto ansimare a zig zag. Ma ce la faremo. Essì che ce la faremo. Superando incedere incerti, resistenze, fragilità. Ce la faremo perché è la stessa terra che lo reclama, a dispetto di una parte degli uomini che la abitano. 

Il “futuro ha un cuore antico”, annotava Levi in uno dei suoi scritti, e Futuro Remoto è il motto che ci sta guidando.

E qualcosa già si muove. È appena nata, fra le ultime regioni a dotarsene, seppure terra di set numerosi e celebri, una Film Commission, diretta da Paride Leporace. Così come anche Matera ha un prezioso festival dedicato alla scrittura al femminile, il Women’s Fiction Festival di Mariateresa Cascino, che ha contribuito a lanciare, tra le altre, Giuseppina Torregrossa, che proprio qui a Milanesiana, l’altra sera, ci ha regalato una lezione sulla seduzione.

Nello studiolo di Raffaello De Ruggieri è appeso un cartiglio che recita: “Abbiamo il patrimonio culturale più bello del mondo ma è un peccato che sia finito nel paese sbagliato!”. 

La sfida, oggi, ci obbliga a creare nuove prospettive di sviluppo in questo territorio,  dove la resilienza è sovrana (che altro sono i Sassi di Matera, passati dall’essere emblema di vergogna a modello dell’abitare con i loro trenta mila anni di continuità abitativa, più di Atene, più di Roma!). Nuove prospettive che non possono che partire dalla cultura, intesa nel senso più puro, profondo, lontano dal consumismo e dall’effimero.  

Eco perché, cara Elisabetta, così come Milanesiana ci ha abituati e ha dimostrato, è necessario trovare e ritrovare i fili di una identità, di costruire nuova trame, grazie anche alle forme della scrittura e del pensiero. E mai come in questo caso, il dilemma è, mutando una certezza di Dostoevsky: “riuscirà la bellezza a salvare questa terra?”.  

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