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Basilicata: Pietre e Petrolio
per raccontare com'è

Basilicata

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10 minuti 37 secondi

CARO Direttore, è stimolante il dibattito degli autori lucani sulla nostra terra, ospitato in questi giorni sul suo giornale; ho pubblicato solo un paio di romanzi, due raccolte di poesie e otto testi teatrali, alla Siae sono infatti iscritto come autore di teatro,  sono dunque autore ma di teatro, e la mia produzione è stata oggetto di una tesi di laurea al Dams dell’università di Bologna con il prof. Guccini, uno dei maggiori esperti di drammaturgia, infine ho ottenuto qualche modesto riconoscimento e un ottimo riscontro di pubblico.Nel dibattito vorrei inserirmi, se me lo consente, con un monologo, sulla nostra terra, di un personaggio di un mio testo teatrale in elaborazione: Pietre e Petrolio. Egli parla di pancia, ispirato, non ha ricette, ma si pone interrogativi e svela contraddizioni che sono di tutti i lucani.

 

Abbiamo attraversato dirupi/calpestato pianure/attraversato torrenti/ci siamo ristorati all’ombra di querce abbiamo udito nel vento/il silenzio che ci parlava di Dio.

Ci siamo poi involati/ come stormi d’uccelli/sparsi nel mondo/o siamo rimasti/inchiodati/a vecchi istinti d’inerzia/e il calore fluente della vita/scorreva nell’estasi calda/di un mutismo irreale.

E tu pietra immobile/declami angosciata il volgere del tempo/antecedente alla polvere

La tua memoria aspira aurore eterne e ansia di sangue e promesse di fiori e il fuoco spento/di antichi eroi/di celati dei/che rivivono nelle sillabe stellari/nelle  virtù atroci/

nell’angoscia dei tuoi mari/negli eccelsi splendori/nelle tenebre dei corpi/negli alberi al vento/nel fuoco spento/nell’urlo dei templi rovinati al suolo/nella musica sparsa che si tace/rappresa.

Una indistruttibile ansia di ritorno/ nella tenacia del respiro/ ci lega/a questa terra di intervalli celesti e la voluttà del mistero/ci unisce al suo stesso sangue/di pietra e di argille e di sabbia e di roccia.

Siamo intessuti alle sue viscere/ con palpiti di tempo/ carne ed ossa e terra e polvere/

dentro le miniere di cantici compiuti.

In noi si consuma/ lo spirito degli avi/ nella coralità senza fine/ di generazioni mattutine.

Il tempo si alimenta/ di spazi intrisi di promesse lente/ d’ansia di sangue e novelle promesse di fiori.

Ogni respiro pensa e riposa nella tua parola e tra le colline assolate di grano o nei meriggi roventi che alitano sussulti d’eterno.

Il consumo fatale di ogni vita/ forma strane figure di notte e l’alba è incisa nel riflesso/dell’indistruttibile anelito di riscatto/ che a volte si sgretola/

nell’arido abbandono ai giorni/che si rincorrono vuoti e risalgono in linfe velate di cielo/ nella terrestre magia del nulla.

La tua memoria dilata poi la luce/in veemenze calme di porose maree

e si cristallizza in grovigli di speranze ed in riposi estatici di abbandoni.

Ma il mio amore per te, per questa nostra terra,

risale verso i solchi e le fratture dei monti e mi beo dei tuoi astri insonni e delle tue aurore eterne/ dove fermenta e riecheggia il germe dei tuoi risvegli

e della tua natura violata.

Qui il silenzio è pienezza il frastuono è il nulla. Le città sono il vuoto, i deserti il tutto. Svuotate le menti, aprite i cuori, dilatate le anime, innalzate gli spiriti, lasciatevi ammaliare dal gioco dell’irrealtà. La vita è finzione, solo in questi luoghi antichi  le emozioni si fissano, ci incantano, ci sorprendono. Vuoto, silenzio, pause abissali nell’incanto del ritmo del tempo, tra stagioni avvinghiate per mano e nei secoli distese in amplessi infiniti. Ossimori? Anacoluti? O solo anelito di verità? Purezza che cerca la strada nell’immondezzaio della storia. Nella ragione sprofonda la realtà, nel delirio si libera la  vita. Lasciatevi trascinare in questo gioco assurdo. Riscoprite il piacere delle cose inutili e dei sorrisi innocenti.

Come in quel un tempo di sacra follia quando i muli scavavano solchi e cantavano miseria sulle aie assolate. Ora l’orrore del presente è l’incubo ricorrente delle mie notti. Ma è impossibile fuggire. Siamo trascinati, avvolti, inebriati, sedotti dalle sirene della modernità.  Si..si..tutti attori … o meglio comparse sul palcoscenico del mondo. La lealtà? … Solo una vuota parola … L’onestà? Per gli ingenui … La puntualità? Cancellata dal vocabolario … Gli ideali? Per gli allocchi … L’attenzione per gli ultimi?...Solo quando é spettacolo … La cultura critica? Puro kitsch… chiacchiera …

Eppure stasera il cielo è una semina di stelle/

caldo è il vento che corre tra calanchi e sabbia/

ancora rovente .

Il sole si è inabissato dietro monti antichi/ e nel buio attende il tempo che non passa.

La sua luce traspare nella luna/ in un inno di eterna poesia/ traspare nei corpi e nell’iride densa/ tra le membra raggianti scaldati da onde/

azzurre come il cielo, quando la vita riassume ogni canto/

 nell’alba che ripete il verbo nativo e il cuore felice ripiega nell’ansia di un impossibile amore.

Sugli orli di ogni paese/di questa nostra terra senza confini/

si scioglie lo spazio dal suolo/ e le zolle sudano sonori orizzonti turchesi.

Irrompe la pace in fulgori dirotti e sfrangia il segreto dei fiumi dipinti d’argento/

 in corolle di giorni e di notti sempre uguali.

Fulgori chiusi in noi/ non mai svelati se non come barlume ed apparenza/

gelosi del mistero in cui siamo nati/ cantiamo nello sciame dei silenzi/

questa terra dispersa in vegetali vampe d’universo/nel nativo gemito dei sensi.

 Il sole, il mare, la luna, le zolle di questa nostra terra!!!

Solo sussulti dell’anima, abbaglianti miraggi dello spirito che rutta aneliti poetici, insulsa retorica impotente che neanche graffia la realtà violata in ogni atomo di tempo.

Questa terra, questa nostra terra,  snocciola come in un rosario versi e canti, è un inno antico alla vita che palpita con affanno dall’una all’altra sponda dove le onde cullano i gorgoglii dell’arcaica rabbia del suo ventre. 

Ma se poso i piedi per terra, ritrovo l’aderenza alle cose e vedo le mie gote gonfiarsi di sangue, i miei occhi perdere ogni innocenza, la mia voce roca aprirsi ad un urlo senza fine contro ogni bestiale violenza consumata negli anfratti del quotidiano volgere dei giorni, tra i risvolti amorevoli di ogni diritto pietito ad occhi bassi e concesso con paterno, benevolo, carezzevolo, ammiccante, vile ricatto.

Covo in solitudine emozioni rosse di rabbia impotente e osservo in ogni fessura gli ossequiosi abbandoni al potere di un popolo svuotato, esausto, abbandonato, prostrato, senza speranza, incredulo, condannato all’eterno dominio delle satrapie profittevoli che come sciacalli affamati si scagliano sulla preda a svuotarne le viscere, a succhiarne il sangue, a non lasciare che vuote carcasse prive di vita.

Sciacalli continuatori di un dominio susseguitosi senza sosta dai greci, ai romani, ai longobardi, dai saraceni, ai bizantini, ai normanni, agli spagnoli, ai piemontesi ed ora ai vampiri che  succhiano il sangue nero di questa terra.

Non mi rimane altro da fare che o il vile piegarmi al corso perverso degli eventi, ed entrare nel fiume della  storia con i miei abiti sporchi e fradici di sangue  e sudore e lottare tra rami secchi e alghe melmose e serpenti velenosi nella corrente che tutto travolge  o  volgere altrove lo sguardo, verso la struggente nostalgia e salpare con navi carichi di rimorsi, di attese inappagate, di radici recise o inabissate nei fondali dei ricordi, salpare verso terre ignote ad ingrassare i miraggi e le illusioni di una vita sradicata da ogni autentico odore di terra.

Misero mi crogiolo in romantiche beatitudini terreni, mi lascio sedurre dai tronchi secolari d’ulivo, dalle betulle in fiore, dai bianchi aironi, dai falchi grillai e non vedo che mi attendono lacrime e dolore bruciante, e non ascolto l’urlo che germina da ogni abbandono, da ogni distacco, da ogni partenza come esulo lontano.

Se non lego la mia anima al fantasma della mente, sirena di una felicità che come freccia trafigge i cuori e sconvolge la storia, se non guardo il giardino fiorito, se non sguaino la spada dell’amore e consegno al sole il nostro futuro, batto i tamburi nel cielo e faccio brillare la rabbia su assetati deserti, sui luoghi dell’inganno senza assopirmi al chiaro di luna.

Già dalle prime luci dell’alba trasparenze di cristallo giacciono sotto coltri di fuoco, ed io divengo menestrello divino assetato di giustizia.

Se il mio cuore è in tumulto, se nelle mie vene scorrono odio e rancore, se ho liberato le catene della sete di riscatto: con scudo d’eroe tendo nell’anima la corda dell’arco e divengo ambasciatore del sordo silenzio e cavaliere di celate verità.

Ebbro, folle, assetato, in questa terra di orrori costruisco una culla di parole sotto la volta azzurra del cielo.

Lascio che l’onda del tempo si arresti e corro dietro al gioco insensato della finzione, a castelli d’amore, a sogni d’eroi sulla piana ampia d’eterno.

Non inseguo prede già morte su queste distese del nulla, ma fermo questo delirio o forse non vi è più nulla da dire quando la follia annienta la parola.

Ogni silenzio, ogni tremito, ogni morte sprofondano nell’ultimo cielo, senza luce, senza amore, senza melodia, senza nulla; abisso senza fondo che precipita, affonda lì dove spazia il nulla nell’esilio di ogni speranza.

Questa follia della parola che gioca con se stessa è l’ultima soglia dell’anima, nell’infinità vacuità del presente, l’ultimo anello a cui consegnare il filo tenue di un amore struggente per le assolate pianure, i dolci declivi, le aspre solitudini dei monti, gli inesplorati calanchi.

Su questa soglia, appeso come farfalla al tempo fragile della vita,  sono giunto dopo un naufragio di stelle.

E solo rido nel canto che sbocca in silenzio, solo vedo la folgore che illumina, che brucia, che incenerisce la terra; solo ritrovo la gioia che vince ogni dolore, l’incanto che annienta ogni pena.

Ed ora odo stillare il vento, goccia a goccia sul tempo che ferma la vita e sugge l’eterno che in sé tutto dissolve.

Non più urla, né sordi rimorsi, non più braccia tese o pugni al vento, ma mari che si alzano al cielo e abissi pieni di luce.

La vita nonostante tutto germoglia come fiore nelle parole inesauribili del destino e lieti annunci cadono dalle labbra divine dello spirito.

Su rive lontane l’oscuro calice è celato tra scogli e abissi, lontano da occhio umano risplende nelle tenebre, riluce nell’ombra, si illumina nel dorato sole del giorno.

Il tempo scorrerà consunto in pene amare e mi rivedrà incerto come onda del mare infinito, senza più ancore, né stelle splendenti ad indicare la rotta.

Io sarò ancora lì nel solitario sconforto degli occhi, a ridere dell’ansia struggente del caduco tempo, della sete ardente mai placata, della nostra notte profonda.

Trarrò la gioia di vivere dalle sorgenti divine che giacciono sepolte dalle miserie dei giorni.

Conserverò nell’anima la freschezza della rugiada del primo mattina.

Non mi atterra lo sconforto per le cose del mondo.

Se l’acqua salata non salisse dal mare al cielo come vivrebbe vita nuova il giardino con pioggia e ruscelli?

Sceglierò di viaggiare in me stesso, solo,  tutto diverrà purissimo oro, abbandonerò amarezza e acredine e mi condurrò verso dolcezza: anche da un suolo amaro e salato nascono mille specie di piante.

Se corpi straziati, vite spezzate, giacciono miseramente aggrappate all’ultimo cielo, ad un sogno di riscatto, al futuro immolato da nuovi barbari, se sorrisi e feste denudano le sagrestie del potere e spezzano le catene delle idee, se i morti sono degli ex-vivi ed i vivi dei futuri morti con croci  incisi nel corpo con inchiostro indelebile, se una babele di voci scava distanze siderali dell’anima, se gli uni sono protesi verso improbabili orizzonti e gli altri avvinghiati sui solidi arbusti del passato, io lascio ogni ipocrisia, abbandono ogni astuzia, lancio nel vento ogni malizia, lavo il mio petto con acqua purissima, mi libero del tempo ed a te terra antica di antichi dolori dedico l’ebbrezza di questo canto.

 

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