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E noi che città vogliamo?
Il dibattito aperto a Potenza

Basilicata

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L’AUTOCANDIDATURA del sindaco Vito Santarsiero ha riacceso gli animi dei potentini. E come se, improvvisamente, quell’annuncio li avesse risvegliati dal torpore quotidiano. Fatto di routine, di una crisi lunga come non ce ne sono mai state.

E siccome da noi il “piove governo ladro” è sempre attuale, la colpa del decadimento della città, della sua attuale assenza di prospettiva e futuro è di chi ci amministra. E di chi aspira a farlo ancora, anche se da diversa postazione. Ne è una prova l’intervento che pubblichiamo in questa pagina a firma di Sergio Mauro. Ma la verità è che diverse telefonate (ovviamente tutte anonime come nella migliore della nostra tradizione), hanno raccontato di una città scontenta. Una città vissuta male, in cui si sente l’assenza di tutto quello che servirebbe per essere soddisfatti. I giovani lamentano l’assenza di politiche giovanili, gli anziani quella di un’adeguata assistenza, di trasporti non soddisfacenti. Tutti, più in generale, lamentano l’assenza di una politica di sostegno alle attività economiche, cosa che sta impoverendo la città a livelli sempre più preoccupanti.

E se è vero da un lato che lo sport preferito dei potentini è quello di lamentarsi senza poi lavorare concretamente per cambiare lo stato delle cose, è altrettanto vero che qualcosa è mancata in questi ultimi dieci anni. E chiudere gli occhi davanti all’attuale situazione non porta da nessuna parte. Così come non migliora la situazione continuare a trincerarsi dietro il debito storico: quello c’è ora e c’era dieci anni fa.

La sfida era proprio quella di inventarsi un’idea vincente che cambiasse radicalmente la città. La vera sfida era quella di portare “Potenza 2014” a qualcosa che fosse altro da quello che già era. In Germania amministratori illuminati e capaci di trasformare anche i punti deboli in punti di forza, hanno trasformato una fabbrica chiusa in un enorme museo contemporaneo che richiama turisti da tutto il mondo. Lì gli operai non hanno perso il lavoro e tutta la città ne ha beneficiato. Un’idea vincente, capace di cambiare un destino che sembra segnato. Ed è quello che ci manca ora. Qualcuno capace di guardare al di là, costringendo poi tutti gli altri tecnici e amministratori a muoversi di conseguenza. Perché se il presidente dell’Anas sapesse che a Potenza ogni giorno devono arrivare centinaia di persone, forse anche i lavori sul raccordo procederebbero più veloci.

Questo solo per dire che a Santarsiero non si chiedeva di fare il buon amministratore dell’esistente. Quello effettivamente è stato fatto. In una fase tremenda di crisi il debito non è cresciuto e, nonostante i tagli, una base minima di servizi è stata sempre garantita. Ma può bastare?

Questa città, a conti fatti, aveva bisogno di un salto di qualità, non di un bravo contabile.

E cambiare porta sempre tanti insoddisfatti. Ma cambiare e poi tornare indietro, come per esempio è stato fatto con la vicenda degli oneri di urbanizzazione, produce ancora più malcontento. E non perché sia sbagliato abbassare una tassa che obiettivamente era stata alzata in maniera spropositata. Ma perché si dà l’immagine di un cambio di linea continuo. Per arrivare a quelle determinazioni, per esempio, sono stati fatti centinaia di incontri. Discussioni nelle commissioni, discussioni in consiglio.

Quello stesso consiglio comunale ha poi votato all’unanimità l’aumento degli oneri di urbanizzazione. Verrebbe da chiedersi (dopo tutto quello che è stato detto dopo): ma che ci andate a fare in consiglio se poi il giorno dopo, quando arriva la valanga di critiche alla decisione presa, tutti fanno dietrofront? E la decisione, a pochi mesi dalla fine del mandato, di abbassare le tariffe non dà forse l’idea che qui si agisce senza aver ben chiaro un percorso, facendosi un po’ guidare da questo o quel gruppo di possibili elettori?

«Non è così - replica l’assessore all’Urbanistica Pietro Campagna - perché la modifica riguarda solo l’importo: resta invariata tutta la logica che c’era dietro. Teniamo presente che parliamo di una determinazione di due anni fa, votatata all’unanimità poi dall’intero consiglio comunale. Quindi anche questo a dimostrazione che il ragionamento fatto dall’amministrazione era chiaro e coerente. Come tuttora è».

Quindi cosa è cambiato ora?

«E’ sopraggiunta questa crisi profonda dell’edilizia. E noi abbiamo il dovere di tentare tutte le vie possibili. Ci sono stati incontri continui con sindacati, cittadini, costruttori. E abbiamo deciso allora di tentare tutte le vie, tra queste anche la riduzione differenziata per i diversi ambiti territoriali. E’ una revisione parziale, ma è fuori da ogni discussione che la linea è sempre la stessa».

Il principio doveva essere quello di preservare il territorio. Cioè, partendo dal fatto che Potenza è una città piena di case, brutta urbanisticamente parlando, si doveva smettere di costruire. Invece non è andata proprio così. In via del Gallitello ancora si costruisce e si costruirà ancora anche nelle campagne. Eppure in centro storico molte abitazioni sono vuote, mentre restano invendute molte delle nuove case. E se si smettesse di aggiungere dove non serve?

«Mi risulta, è vero, un forte invenduto per il direzionale, ma non mi risulta per il residenziale. Anzi, il fatto che a Macchia Giocoli ci siano delle cooperative, significa che il fabbisogno c’è. E poi comunque si deve considerare la crisi più complessiva del settore edilizio. A cui si aggiunge l’indisponibilità delle banche per quanto riguarda il credito».

Ma chi stabilisce il fabbisogno abitativo? Come decidete di quante case c’è bisogno in città?

«Il fabbisogno viene deciso in base alla popolazione. C’è il censimento e si fa una previsione di crescita della popolazione. Tenga conto che nell’attuale Regolamento urbanistico abbiamo dovuto procedere a un forte contenimento di quanto previsto in precedenza. Noi partivamo con la Variante del 1989 che aveva una ottimistica previsione di crescita: si parlava di 100.000 abitanti. Abbiamo rivisto notevolmente quelle cifre e quindi congelato alcune aree, le cosiddette Zone C».

La crescita demografica non c’è stata, anzi. In più, da quello che sappiamo, circa un terzo delle case del centro sono vuote e un’altra abbondante parte è abitata da anziani. Perché non provare allora a recuperare quel patrimonio?

«Quello abbiamo già cercato di farlo. Del resto le normative nazionali impongono il contenimento del consumo del suolo. E comunque il centro è ancora una delle aree più popolose della città. Certo lo sforzo che ora dovremmo fare è quello di rivitalizzarlo magari utilizzando vecchi locali da destinare ad attività artigianali».

E’ un po’ tardi ora...

«Questi sono processi che richiedono tempo. E poi il Piano particolareggiato è scaduto solo l’anno scorso. Noi abbiamo dettato un indirizzo, ma poi servono deroghe all’altezza dei locali, per esempio. Ci vuole del tempo. E comunque noi stiamo provando a ridar fiato al settore edilizio: più di quello che stiamo facendo davvero non possiamo fare. Sono partiti interventi per diversi milioni di euro. E se ci sono tante gru in città forse dipende anche da questo».

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