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Lo sviluppo di Potenza
Come un materano vede il capoluogo

Basilicata

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TONIO Acito è un architetto di Matera con uno sguardo al mondo. Sarebbe stato scontato chiedere a un potentino cosa ne pensa della sua città. Così abbiamo scelto di “scavalcare le montagne”, come ci suggeriva qualche giorno fa Carlotta Vitale di Gommalacca teatro. E siamo arrivati a Matera.

Ma un materano come la vede Potenza?

«Non la conosco benissimo in realtà, però ho sempre visto Potenza come la città del potere politico. Meglio: la città dell’esercizio del potere. E ci riflettevo proprio in questi giorni su questa immagine di Potenza. Perché ho incontrato proprio qui a Matera i ragazzi della Luna al guinzaglio. Hanno presentato qui le loro “Patamacchine” e ho percepito in questi ragazzi una forte energia, si capisce la volontà di relazionarsi. E ho dovuto un po’ rivedere anche l’immagine di questa città solo come centro di potere politico, perché ci sono persone capaci di grande energia e grande creatività».

Quali sono i limiti, secondo lei, di questa città?

«Posso dire, per esempio, che l’Università è certamente stata un’occasione sprecata. Ci sono più metri quadri che studenti. E poi c’è una cosa nella comunicazione stessa della città che mi fa sorridere e allontanare: la ricerca continua del primato in ogni cosa. “Abbiamo le scale mobili più lunghe d’Europa” e poi quando esci dalle scale mobili hai la percezione che la comunicazione è stata enfatizzata. Ancora: sono venuto a Potenza per l’inaugurazione di piazza Prefettura e sentir dire che “questa piazza ha la tecnologia più avanzata del mondo sotto la pavimentazione” mi fa ridere. Ma perchè enfatizzare sempre, perché inseguire sempre il primato. Per un cittadino di Potenza magari è già una conquista il fatto che ora quella piazza sia pedonabile. Così come mi è sembrato un peccato mortificare il lavoro di un tecnico come Maroscia, sbandierando che quella piazza è l’ultimo lavoro di Gae Aulenti. Tra l’altro non è così, ma si è scelto di mostrare la grandezza umiliando il lavoro di chi davvero ci aveva lavorato. Bene o male, ma poi si valuterà in base a come quella piazza verrà vissuta».

Posso dirle che i ragazzini ci giocano a calcio, usando i pali tanto contestati come fossero una porta e molti si siedono sulle panchine...

«E vi pare poco? Che i ragazzi ci giochino a calcio o ci vadano in bici è straordinario: significa che la piazza ha avuto successo. Una piazza è fatta di facciata non di pavimentazione. E comunque dà un grande senso di civiltà l’idea di togliere le macchine dalla piazza».

E oltre alla piazza cosa c’è di positivo nella città?

«Ho trovato gradevole la passeggiata lungo via Pretoria. Ma poi già i palazzi della Regione sono dei classici “non luoghi”».

E qui a Potenza ce ne sono molti...

«Sì, ce ne sono molti. Ma in realtà è così dovunque. Si è dimenticato il passato, mentre la ricetta vera è rimettere a valore le cose che fanno parte della nostra storia, che formano la nostra identità. Ed è questo che Potenza ha perso: l’identità. A Matera controbilanciamo perché c’è una cultura millenaria a sorreggerci. C’è una cultura forte. E ora, senza voler fare alcun tipo di campanilismo, ma si può controbilanciare mettendo sul piatto via Pretoria? Con tutto il rispetto no. La politica non ha mai prodotto molto di positivo».

E a Potenza, però, la politica ha sempre recitato la parte principale...

«E’ così. E i potentini non hanno preferito far fare ad altri, non hanno partecipato e così non hanno difeso la loro identità».

Non è il primo ad affrontare il tema dell’assenza di identità e di comunità: ci sono scambi con tante persone di grandi qualità, ma si tratta di scambi individuali.

«Ci sono persone con tanta energia e quello che va fatto è creare uno scambio tra le persone. Ma il confronto deve essere tenendo ben salde le rispettive identità. Perché giocare sullo stesso campo non ha senso. Siamo in una regione piccola e francamente quando penso alla cultura non penso a Potenza. Quando io qui mi affaccio vedo i Sassi, la Murgia. E’ chiaro che la cultura ha qui una sua culla naturale. Potenza allora quale carta potrebbe giocarsi? Per esempio quella dell’innovazione e della modernità. Sembrerà strano, ma a me l’archietttura del Serpentone, per esempio, non mi dispiace per nulla. E invece che enfatizzare cose che non esistono, perché non andarsi allora a giocare le proprie potenzialità? Io sono arrivato a Serpentone perché ho trovato la tanto criticata “Nave” su una rivista di architettura: e allora perché non raccontare questo ai cittadini di Serpentone, perché non rileggere in chiave positiva anche cose che non ci piacciono? I cittadini di Serpentone dovrebbero sentirsi orgogliosi di stare lì».

E invece sono disperati. Bisogna, insomma, ribaltare i punti di vista?

«Esiste qualcosa che accetto o no. Ma partecipo, rifletto. La nostra città è la nostra casa, ma magari io non riesco più a vedere cosa di brutto c’è a casa mia. E’ per questo che bisognerebbe provare a immaginare di aprirsi e, in questo senso, ancora più forte si avverte come l’Università sia un’occasione mancata».

E’ vero anche visivamente: quell’enorme Campus è staccato completamente dal resto della città. Un corpo a parte che, infatti, non si è mai riuscito a integrare. In altre città anche l’economia gira attorno all’Università. Che, però, è collacata al centro della città.

«Io non so come sia andata all’inizio, a chi facesse comodo. Vogliamo fare l’Università: ma cosa facciamo per renderla attrattiva? Chi sono i docenti e che abbiamo fatto per renderla grande? Nulla. Io avevo un amico che era docente a Potenza ed è stato poi trasferito a Matera. E mi diceva che non era uscito una sera a Potenza. Capite? Non c’è alcuna relazione. Ma queste riflessioni evidentemente la politica non le ha fatte. Così come non le ha fatte la comunità».

Forse perché manca quel senso di comunità di cui si parlava prima...

«Già, e ora ricucire la comunità è la cosa più difficile. Oggi si parla di generazione urbana e questo deve essere anche per Potenza un’occasione. Ma bisogna far rientrare le tante intelligenze perse in giro e quelle devono servire alla politica per ragionare su questi temi. Ma stavolta la poltica dovrebbe ascoltarle davvero queste giovani forze piene di energia e capacità».

a.giacummo@luedi.it

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