Salta al contenuto principale

Matera, non si tocca una madre

Basilicata

Tempo di lettura: 
9 minuti 25 secondi

NON HO la cultura sterminata di Andrea Di Consoli, il prestigio e la storia di Buccico e De Ruggieri. Ma sento di dover dare anch’io il mio piccolo contributo a questo dibattito.

Sento di doverlo fare perché sono materano e perché sono figlio di quegli ex-operai e di quegli impiegatucci chiamati in causa senza che possano rispondere.

Conosco Andrea da poco, ma lo conosco abbastanza da sapere che quello che dice non è una “provocazione utile”, lo pensa davvero. Stiamo lavorando assieme a un documentario proprio su Matera. Anzi, è stato lui a scegliermi come sceneggiatore, a seguito della segnalazione di Paride Leporace, appena eletto alla guida del Film Commission.

Le domande che Andrea si pone nell’articolo «Dov’è l’anima di Matera?» ce le siamo poste decine di volte nelle riunioni di scrittura del documentario. Se devo riportare stralci di quelle riunioni sceglierei un’immagine: siamo a casa sua, a Roma, fra i suoi mille libri, Andrea che riporta appassionato la storia miseramente gloriosa della città — la conosce meglio di me, meglio di tantissimi materani — con voce ferma e graffiante, come ce l’ha lui che fuma troppe sigarette, e la mano protesa verso l’alto, come un declamatore. Quest’immagine poi muta mano a mano che il racconto si avvicina ai giorni nostri: la voce di Andrea si incupisce, la mano si abbassa; la Matera di oggi non gli piace. Fa così ogni volta, prima esplode di entusiasmo e poi implode di rabbia. E io, ogni volta, ci sto male. Così come sono stato male oggi quando ho letto il suo articolo. Solo che questa volta ho messo a fuoco alcuni punti della questione che a voce mi sfuggivano.

Ci sto male per molti motivi, alcuni tribali, altri razionali. Proverò a dirli tutti.

Il primo è un sentimento di territorio, quindi antico. È il fatto che la propria città finisce per essere una donna, un’amante, una madre: posso dire tutto di mia madre, ma non voglio che le si dica niente. Nemmeno da parte di chi mi è cugino, come Andrea che viene da Rotonda.

È banale, stupido e poco signorile, ma è così quando si ama. Naturalmente posso superare questo sentimento barbarico per instaurare un dibattito civile, ma non posso ignorarlo quando parlo, viene fuori come una materia magmatica senza che io lo voglia. Chiedo scusa in anticipo.

Il secondo motivo di dispiacere è che una parte consistente della città viene cancellata dal racconto di Andrea, e anche di chi lo ha commentato. Quelle classi subalterne che hanno costruito la meraviglia dei Sassi e che vengono nostalgicamente rimpiante non sono sparite, cancellate dalla «deportazione» nei borghi nuovi. Sono, appunto, nei borghi nuovi. Sono a Piccianello, a La Martella, ma forse oggi ancora di più sono a San Giacomo, ad Agna Le Piane, ad Acquarium, ad Arco, al Circo: operatori di call-center, i braccianti dell’era contemporanea, sono mischiati a operai o ex-operai, a pensionati che non riescono a vivere senza andare ogni giorno a guardare il proprio fazzoletto di terra in campagna.

Non sono più contadini, non almeno come professione, ma di quel mondo conservano le idee e i valori, il rispetto sacro e brutale per la vita. Sono loro i veri protagonisti di Matera: non è la borghesia, piccola o media che sia, che qui non ha mai avuto ruolo, ha ragione Andrea. Lo dimostra l’appena passato 2 luglio: una città borghese, oggi non permetterebbe mai una festa del genere che era e resterà festa di rabbia e di rancore popolare, festa in cui il popolo si riappropria dei simboli del potere, come accadeva a Roma con la distruzione del trono papale, subito dopo l’elezione. Infatti molti dei borghesi, il 2 luglio, se ne vanno al mare e questa festa la disprezzano.

La povertà, la subalternità culturale non è bella né affascinante agli occhi dei borghesi, dei ricchi e degli intellettuali: a un intellettuale un programma di Maria De Filippi fa schifo, a uno del popolo piace assai. Forse un giorno Maria De Filippi sarà amata dagli intellettuali: del resto non è stato forse questo il destino della lirica, prima spettacolo del popolo e della borghesia, che in teatro mangiava, scopava e giocava a carte e oggi è l’emblema di una élite? Forse, con gli occhi di allora, anche i Sassi, quando erano vivi, non ci sarebbero piaciuti. Non sono piaciuti alla sorella di Carlo Levi che ne è rimasta atterrita, così come si può rimanere atterriti di fronte al sublime kantiano.

Allora, la mia domanda è: siamo sicuri che rimpiangiamo quella civilità che non c’è più? Perché se la rimpiangiamo, dobbiamo amare già oggi San Giacomo, Agna, Arco, dobbiamo amare Cassano e Maria De Filippi,  dobbiamo andare in quartieri e dobbiamo raccontare tutto questo come un fatto epico, come ha fatto Walter Siti. E alla domanda segue una certezza: non si può amare Matera se non si ama il popolo.

Certo, a questo popolo è stata sottratta la terra. È stato commesso un reato. Sappiamo che i Sassi non dovevano essere del tutto svuotati, ma, appunto, “risanati”. Una parte delle abitazioni doveva essere ristrutturata per poter essere abitata a condizioni migliori. Invece, le cose sono andate diversamente. Se non fossero andate così, forse noi oggi avremmo i Sassi ancora vivi. Avremmo qualcosa che assomiglierebbe molto alla Città Vecchia di Taranto: un centro storico bellissimo, e ancora vivo, ma misero e pericoloso. È una domanda, non retorica, corollario di quelle precedenti: ci piace? Ci piace quel senso di insicurezza e di minaccia che si prova perdendosi nei vicoletti attorno al duomo di Taranto? Ci piacciono quei volti abbrutiti dalla fatica della vita che ti guardano attraverso le zanzariere delle porte che danno direttamente sulla strada?

Certo, provo ancora una volta un sentimento di proprietà tribale quando sento che un architetto torinese, uno Sgarbi qualsiasi che non sa niente del nostro dolore si compra una casa nei Sassi e io no, io che da piccolo andavo dai miei zii “ou cidder” a fare le conserve di salsa e io e mio cugino arrivavamo a piedi fino alla fontana più vicina per raccogliere l’acqua e tutto questo appartiene all’immaginario che mi tiene in vita. Una volta un fotografo che veniva dal Nord, ci fotografò così come eravamo, come un fenomeno esotico, con le mani fra i pomodori e le magliette sporche di salsa, e poi la foto di mio zio uscì su un giornale senza che nessuno gli avesse chiesto il permesso. Erano i primi anni ’90 ed eravamo soprattutto noi a essere intimoriti e a vedere i turisti come strani animali di pianeti lontani, se ne vedevano ancora pochissimi.

Il terzo motivo di dispiacere è che su un punto Andrea ha ragione. Se Matera riuscisse a diventare pienamente una città turistica sarebbe morta. Come è morto il centro storico di Firenze, ridotto a Disneyland di se stesso. È un destino inevitabile per chi intraprende il sentiero del turismo. È stato così a Lucca, per la bellissima piazza Anfiteatro: prima luogo del popolo inaccesibile e pericoloso, ma vivo; ora scenografia per botteghe e ristoranti. È stato così a Pisa, per ragioni diversi dal solo turismo: da essere una città con degli studenti, è diventata una città per gli studenti e i pisani sono scappati nei paesi circostanti.  

Dico però anche un’altra cosa che non si dice sul turismo. Che i turisti non sono solo cavallette che invadono apocalitticamente una città e la sfiniscono. Sono anche un’opportunità di crescita e scambio per i cittadini, soprattutto per i materani che sono lontani geograficamente dai grandi centri. È un’occasione di scambio e confronto, quella di essere visti con gli occhi degli altri. Racconto brevemente una storia, quella di due persone che conosco: da operai nei salottifici, prima cassintegrati, poi licenziati, si sono reinventati come gestori di un bed & breakfast. L’opportunità non è stata solamente di sopravvivenza economica, ma soprattutto di crescita personale. Li ho visti prima, li vedo adesso: sono cambiati. Sono più felici. Mi raccontano di amici che hanno in tutto il mondo e che hanno conosciuto grazie a questo lavoro e con i quali ancora si sentono. Mi dicono che sono orgogliosi di essere apprezzati per il lavoro che fanno, mentre prima, in fabbrica, non sapevano nemmeno che cosa fosse un complimento. Prima, in fabbrica, per tutto il giorno compivano una gamma di tre, quattro gesti, sempre gli stessi, e non potevano parlare con nessuno. Quando Andrea dice che la Matera di oggi non gli piace, io gli dico che mi piace di più. Che il sorriso che hanno oggi queste persone è più bello di quello che avevano ieri.

La quarta e ultima considerazione: Matera non è pronta per la cultura. Lo dimostra la scarsa quantità di cinema, librerie, teatri e, in alcuni casi, il loro stato. Lo ha dimostrato l’evento che in qualche modo ha battezzato in maniera ufficiale la stagione di Matera 2019, il concerto di Franco Battiato: ce ne siamo tornati a casa con un bel “bocciato”. Di chiunque siano state le responsabilità iniziali di quell'incomprensione - il Maestro era convinto di venire qui a portare la lirica, noi ci aspettavamo, perché qualcuno ce lo aveva detto, le canzonette - è stato un fatto grave. Le attività culturali non solo bisogna volerle fare, ma anche saperle fare.

Più spesso nella mia regione che non in altre, mi è capitato di fare delle presentazioni di libri e di invitare, imprudentemente, anche personaggi di rilievo del mondo della cultura ad accompagnarmi e ritrovarmi nella più sperduta disorganizzazione, approssimazione, cialtroneria.

Matera non è pronta per la cultura non solo per questi motivi, ma anche perché ai materani la cultura non interessa, al popolo come ai borghesi. Non è un fatto di per sé spiacevole: si può vivere benissimo anche ignorando chi sia Telesio. È una città fatta così. Questo, però, non deve farci leggere la candidatura a capitale europea della cultura come qualcosa di inappropriato. Deve essere anzi un’occasione di crescita. La mia speranza è che, alla fine di questo percorso, qualunque sia l’esito della candidatura, Matera abbia preso un po’ più di confidenza con la cultura e non sia stata solo usata come una scenografia muta a degli eventi belli da vedere per chi viene da fuori.

In questo senso, va anche bene che non ci sia ancora un disegno unitario, come lamenta Buccico: favorisce le candidature spontanee di progetti anche da parte dei cittadini. Vanno bene anche i cortometraggi che tanto inquietano Andrea, va bene tutto purché la città si muova. Il disegno e la selezione verrà fuori poi, anche dopo un confronto con lo spirito della città. Non siamo pronti, magari lo saremo.

*sceneggiatore

Ti sei ricordato di condividerlo con i tuoi amici?