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Acquedotto, il dg Marotta "scarica" il Cda
I retroscena della riunione dedicata all'inchiesta

Basilicata

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POTENZA - Soltanto un mero esecutore di delibere del Consiglio d’amministrazione della società, a parte un caso motivato da ragioni particolari. Si è presentato così mercoledì sera il direttore generale di Acquedotto lucano durante la seduta dello stesso Consiglio d’amministrazione ma in formazione rinnovata dedicata all’inchiesta dei pm di Potenza.

Ci sono stati anche momenti di tensione durante gabinetto di crisi convocato in fretta e furia per approntare una strategia comunicativa rispetto all’esplosione dello scandalo su nipoti, affini e quant’altro chiamati a lavorare in barba alle leggi sui criteri per la selezione del personale nelle spa di proprietà al 100% pubblica.

Infatti quella del direttore generale Gerardo Marotta più che una semplice difesa è apparsa una chiamata in causa per il vecchio vertice dell’azienda. Tant’è che la nota diffusa al termine della riunione è finita per sembrare persino un’excusatio non petita con la netta presa di distanze dei “nuovi” rispetto ai “vecchi”, incedendo su date e precisazioni di chi era in carica e quando, fino all’offerta di «piena collaborazione» con gli inquirenti. 

Probabile che il dg insista sulla stessa tesi anche davanti agli investigatori che lo attendono lunedì prossimo. E non è nemmeno da escludere che scelga una linea difensiva simile il direttore del personale Pasquale Ronga convocato a sua volta in Questura a Potenza.

Per entrambi l’ipotesi d’accusa dei pm Sergio Marotta e Francesco Basentini è di abuso d’ufficio per aver agevolato, tra il 2008 e il 2011, alcuni contratti di lavoro “a chiamata diretta”.

Al centro dell’inchiesta condotta dagli agenti della sezione pubblica amministrazione della Squadra mobile di Potenza ci sono 11 nominativi per altrettanti impiegati a tempo determinato con la multiutility dell’acqua lucana. Tra questi anche la nipote del consigliere regionale Pd Erminio Restaino, quella dell’ex consigliere dei Popolari Uniti Gaetano Fierro, un affine del consigliere comunale Pdl Antonio Imbesi più il coniuge di un dirigente della stessa società.

Secondo l’accusa il loro reclutamento sarebbe avvenuto contrariamente alle procedure stabilite dalla legge 133 del 2008, più nota come decreto “semplificazioni”, che ha provato a evitare che la costituzione di società di diritto privato per la gestione di servizi pubblici, con un capitale sociale proprio e organi all’apparenza autonomi, fosse nient’altro che un escamotage per aggirare le regole più di prima e meglio di prima. Sia per quanto riguarda il regime di assunzioni che per la gestione delle commesse, in deroga alle norme su appalti e concorsi, dato che il controllo restava saldamente in mano pubblica.

Da qui la scelta del legislatore che è intervenuto nel 2008 imponendo alle «società che gestiscono servizi pubblici locali a totale partecipazione pubblica» di adottare per la selezione del personale criteri di «adeguata pubblicità della selezione e modalità di svolgimento che garantiscano l’imparzialità e assicurino economicità e celerità», «meccanismi oggettivi e trasparenti, idonei a verificare il possesso dei requisiti attitudinali e professionali richiesti in relazione alla posizione da ricoprire»; e il «rispetto delle pari opportunità tra lavoratrici e lavoratori».

Così però non sarebbe andata in Acquedotto lucano prima e dopo l’approvazione della legge in questione. Perciò l’ipotesi di abuso d’ufficio per  Marotta e Ronga che sono accusati  di aver continuato a selezionare personale per progetti a tempo determinato più o meno qualificato secondo le esigenze invece di portare a termine concorsi con tutti i crismi per coprire eventuali carenze d’organico.

Sono stati solo esecutori di decisioni prese più in alto? Se è come dicono in effetti la loro posizione potrebbe ridimensionarsi, ma resterebbe da capire chi ha proposto quelle delibere e chi le ha istruite. Possibile che abbia fatto tutto il Consiglio d’amministrazione guidato prima dal compianto Egidio Mitidieri e poi da Antonio Anatrone, vicepresidente il consigliere regionale FdI Mario Venezia e consiglieri Domenico Amenta e Antonio Lauria, fino al rinnovo avvenuto nel 2011? E chi aveva il compito di controllare la regolarità di quegli atti possibile che non conoscesse il testo del decreto “semplificazioni”? Un’eventualità davvero difficile da accettare.

l.amato@luedi.it

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