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La rivoluzione democratica
parta dall'innovazione

Basilicata

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ORMAI lo sanno tutti (e ne parlano tutti): con la nomina della Giunta, è finita la lunga stagione elettorale lucana ed è finalmente iniziata quella del Governo regionale del presidente Pittella. La scelta di nominare assessori esterni e “forestieri” rappresenta sicuramente un segnale di discontinuità rispetto al passato ma – come abbiamo scritto su queste pagine all’indomani della vittoria elettorale – non basterà se poi non sarà seguita da una radicale innovazione del metodo e degli strumenti di governo.

È impensabile uscire dalla crisi di credibilità, fiducia e funzionalità in cui versa la Regione (dimostrata dall’elevato astensionismo del 17 e 18 novembre) senza una radicale azione innovatrice che non guardi solo “all’Europa”, ma al futuro. Non parlo soltanto di un’innovazione tecnologica (nonostante sia persuaso della necessità che la Regione Basilicata debba guidare il processo di digitalizzazione tanto del settore pubblico quanto di quello privato), ma anche – e forse soprattutto – del bisogno di superare lo schema della tradizionale democrazia rappresentativa, evolvendo verso quello della democrazia collaborativa.

Qualche anno fa, nel 2010, con uno sforzo di intelligenza collettiva scrivemmo in Rete un Manifesto dell’Open Government che condensava in dieci punti le sfide della democrazia.

È passato qualche tempo, ma sono questi i nodi irrisolti da cui, alle soglie del 2014, Governi e amministrazioni locali devono ripartire: da queste sfide, infatti, passa la legittimazione dell’intero processo decisionale, oltre che la capacità di prendere le decisioni adeguate in tutti i settori (dall’ambiente al turismo, dalle infrastrutture alla sanità).

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1) Governare con le persone

Per riavvicinare i cittadini alle istituzioni è necessario creare le condizioni organizzative, culturali e politiche affinché la partecipazione civica alle decisioni (e non solo quella elettorale) venga finalmente percepita come un diritto-dovere di ogni lucano.

2) Governare con la rete

Il nuovo Governo regionale deve far riferimento a un nuovo modello organizzativo che abbandoni la logica burocratica verticale di gestione della cosa pubblica, a favore di una logica orizzontale, in grado di coinvolgere i diversi attori pubblici, privati e del non profit, nel raggiungimento di un obiettivo comune. Tale obiettivo può essere perseguito attraverso un efficace uso del Web, non inteso come rete di computer bensì di persone.

3) Creare un nuovo modello di trasparenza

L’amministrazione deve agire in modo da garantire sempre la più completa trasparenza dell’attività di governo e la pubblicità di tutto ciò che è relativo al settore pubblico, in modo da consentire un controllo diffuso sulle attività di governo e sulla gestione della cosa pubblica. In questo modo non solo si combatterà il malaffare, laddove esistente, ma si riuscirà a ricostruire la delicatissima tela della fiducia tra i lucani e i propri amministratori.

4) Trattare l’informazione come infrastruttura

I dati della Regione devono essere accessibili a tutti sul Web in formato aperto, gratuitamente ove possibile, e – in ogni caso – con licenze idonee a consentire la più ampia e libera utilizzazione. La disponibilità di dati aperti è, di fatto, l’infrastruttura digitale sulla quale sviluppare l’economia immateriale. Sarebbe un bel segnale se, nei primi 100 giorni, venisse lanciato un portale regionale dei dati aperti (e, magari, venisse approvata una legge regionale in materia, come già fatto in altre “Regioni illuminate”).

5) Liberare i dati pubblici per lo sviluppo economico

La pubblicazione dei dati delle amministrazioni regionali offrirebbe nuove opportunità a chi investe nella Rete, incentivando la crescita di nuovi distretti dell’economia immateriale che rappresenterebbero un nuovo modello di produzione da affiancare a quello tradizionale oggi in crisi e, probabilmente, potrebbero aiutare a combattere la “fuga dei cervelli” lucani.

6) Informare, coinvolgere, partecipare per valorizzare l’intelligenza collettiva

La rete moltiplica il potenziale delle intelligenze coinvolte e aumenta l’efficacia dell’azione amministrativa. Le dinamiche organizzative e i procedimenti della Pubblica Amministrazione vanno ripensati per migliorare la qualità dei processi di informazione, facilitare il coinvolgimento e la partecipazione di tutti i cittadini, anche attraverso i social media e le tecnologie dell’informazione e della comunicazione.

7) Educare alla partecipazione

È responsabilità di chi governa promuovere la partecipazione di tutti i cittadini alla gestione della cosa pubblica anche attraverso il ricorso alle tecnologie dell’informazione, eliminando ogni discriminazione culturale, sociale, economica, infrastrutturale o geografica ed educando alla partecipazione come diritto e dovere civico di ogni cittadino.

8) Promuovere l’accesso alla rete

La tecnologia, ed in particolare internet e gli strumenti di accesso alla rete, sono elementi abilitanti ai processi di partecipazione. Per questo motivo, bisogna consentire a tutti i cittadini di accedervi e promuoverne la cultura d’uso (combattendo efficacemente il digital divide).

9) Costruire la fiducia e aumentare la credibilità della PA

La conoscenza e la partecipazione ai processi decisionali sono strumenti di costruzione della fiducia in un rapporto tra pari che coinvolgendo amministrazione e cittadini contribuisce ad accrescere la credibilità dell’amministrazione, consentendo la condivisione degli obiettivi dell’azione di governo.

10) Promuovere l’innovazione permanente nella pubblica amministrazione

La costruzione di servizi deve essere sempre realizzata in modo condiviso e va sviluppata pensando l’utente al centro del sistema. Un’innovazione permanente per garantire una revisione continua, nelle forme di utilizzo, negli adeguamenti tecnici, funzionali ed organizzativi sempre in linea con l’evoluzione dei paradigmi della rete. Sono queste le sfide, difficili non v’è dubbio, della “rivoluzione democratica”. Ma solo affrontando questi nodi si potrà smentire Nicolás Gómez Dávila il quale sosteneva che, alla fine, le rivoluzioni «sono perfette incubatrici di burocrati».

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