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Non facciamo i reduci
prima di aver perso

Basilicata

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Ho letto con molto interesse un articolo dello scrittore Paolo Di Paolo uscito sulla prima pagina de L’Unità: articolo intitolato “Avevo sperato in Renzi ma ora sono deluso”. Personalmente stimo molto, e da tempo, il lavoro giornalistico e letterario del giovane Di Paolo, ma da un punto di vista politico vorrei provare a fornirgli alcuni spunti di riflessione più avanzati e meno impulsivi.

Partiamo da un dato preliminare: oggi la nostra generazione – quella dei nati negli anni ’70 e ’80 – sta andando al Governo, e questo non può essere liquidato con obiezioni procedurali o con malinconie di chi non vede l’ora di fare il deluso o il reduce di sogni naufragati. E non si tratta, com’è ovvio, di essere supinamente renziani, di posizionarsi – come fanno tanti arrivisti, in specie negli enti pubblici e nelle aziende di Stato – sulla linea oggi conveniente del renzismo; no, si tratta più responsabilmente di cogliere questa nuova opportunità storica per contribuire a riempirla di contenuti, di cultura, di classi dirigenti nuove, di una diversa filosofia della governance. Renzi, senza questo contributo di tutti – anche di coloro che hanno riserve su alcune “forme” del sue potere, del suo linguaggio e della sua cultura politica – non andrebbe da nessuna parte, perché ovviamente non è un Uomo della Provvidenza.

Oggi che il potere di Renzi è fragile ed è esposto alle mille incognite a cui espone l’“accelerazione” di un processo politico che avrebbe richiesto più tempo, è normale che a stringersi intorno a lui siano i “fedelissimi”, quelli che, con brutta locuzione settaria, vengono definiti “renziani della prima ora”. Ma domani, quando la nave sarà varata, Renzi dovrà riempire di contenuti e di sostanza la sua “rivoluzione”, e dunque avrà bisogno di una pluralità di culture politiche, sociali, manageriali, purché, io spero, finalmente depurate di ataviche malattie italiane quali clientelismo, improvvisazione, privilegi insostenibili, corruzione, cultura del clan, giustizialismo alimentato dalla crescente attitudine alla delazione, disprezzo per quel che si fa (quanti manager di Stato di tutto parlano fuorché del prodotto o della “mission” del proprio lavoro?).

Caro Paolo, non facciamo i reduci ancor prima di aver perso, ancor prima di aver sperimentato il senso di responsabilità della nostra generazione; proviamo a dare credito a un processo politico che potrebbe risanare il nostro Paese dai parassitismi del sottogoverno, da irresponsabilità debitorie, da fiscalità suicide (per le imprese), da rancori, egoismi e cinismi che hanno fatto a pezzi culture, storie, linguaggi. Ma tutto dobbiamo fare fuorché dichiaraci renziani per zelo e per interesse personale, perché questo sì – e spero che Renzi avrà la forza necessaria per evitarci questo spettacolo – ci renderebbe uguali a ieri, quando troppe banderuole si definivano pateticamente e spudoratamente ora berlusconiane, ora dalemiane, ora casiniane, ora prodiane, ora veltroniane a seconda degli indici del potere. Di tutto ha bisogno, Renzi, fuorché di lacchè; pure, mi auguro che a breve saprà allargare – non appena sarà più consolidato – il cerchio dei suoi collaboratori, de-fiorentinizzare la sua squadra, considerare e tener presente in ogni suo atto la complessità geografica, storica e culturale del nostro Paese, perché è evidente, per esempio, che sul Mezzogiorno Renzi è carente, scarsamente incisivo, poco pratico di problemi e risorse, attese, storie e potenzialità.

Si parla in questi giorni delle grandi nomine: Enel, Finmeccanica, Poste, Eni, Rai. Giustamente Renzi sapeva bene, all’indomani della sua elezione a Segretario del Pd, che non essere protagonista di queste scelte gli avrebbe tolto molti strumenti di intervento concreto. Ma Renzi non deve solo nominare “fedelissimi”, ma valorizzare manager e dirigenti che sappiano finalmente riportare rinnovato entusiasmo, voglia di progettare insieme, di sperimentare, di trovare nuove strade per aziende importanti che troppo spesso sono gestiti come costosi carrozzoni spartiti a sorte da abili surfisti del Palazzo, da cinici fiutatori dell’aria che tira e da questuanti di lusso. Saprà farlo, oppure cederà alla vanità del codazzo e dei “cerchi magici”?

Non dobbiamo pensare a quel che Renzi ci potrà dare, ma a quel che tutti noi possiamo dare a Renzi, che senza il contributo di noi tutti – critici e diffidenti compresi – sarà solo l’ennesimo potente da blandire e poi da scaricare non appena la sua luce diventerà opaca. Il momento è troppo drammatico per poterci ancora permettere questo cinismo, oppure questo aventinismo malinconico. Perché il Paese – e questo non lo si dice per scaramanzia o per terrore – rischia davvero di non farcela.

Noi, caro Paolo, dobbiamo essere pronti per questa sfida. Solo fra qualche anno potremo dirci delusi – e lo diremo, anche con rabbia, se dovesse accadere. Ma oggi no: oggi non possiamo proprio permettercelo. A maggior ragione tu, che sei una delle intelligenze vive della nostra generazione. 

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