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La non violenza nello statuto regionale
La proposta all’avvio del protocollo lucano

Basilicata

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ACCADE che alle due di notte arrivi al Pronto soccorso una donna terrorizzata. Con segni evidenti di violenza fisica oltre che psicologica. Accade che porti con sè un figlio, un altro ce l’ha nel ventre. Accade che ci sia una squadra specializzata che capisce al volo che si tratta di una vittima di violenze. E che quella squadra sappia che il pronto soccorso non è il luogo deputato a salvarla da quelle violenze.

Parte da lì, da uno spazio speciale all’interno dell’ospedale, il Codice rosa. Parte da un luogo silenzioso e riservato dove chiunque abbia subito violenza possa sentirsi al sicuro. Dove chiunque si senta braccato e senza aiuto possa ritrovare lo Stato, quello che difende i suoi cittadini più deboli.

Il protocollo è stato ufficialmente firmato nel luglio scorso, ma ora si parte concretamente: il San Carlo ha sistemato i locali necessari, la task force c’è ed è stata formata. Serve un ultimo tassello: «il sostegno della società civile». Così ieri pomeriggio il direttore generale del San Carlo, Giancarlo Maruggi, ha chiamato a raccolta tutto il mondo del volontariato e delle istituzioni, perchè «servono alloggi, sostegno materiale, patrocinio legale e supporto psicologico». Si parte, ma servirà l’aiuto di tutti se si vorranno sostenere concretamente le persone che chiedono aiuto, quanti chiedono di potersi liberare da una vita fatta di violenza. E non parliamo solo di donne (che restano comunque la maggioranza): ci sono anche bambini e anziani spesso vittime di figli o nuore.

E il mondo del volontariato ha risposto in massa, riempiendo l’Auditorium del San Carlo e mostrando la concreta volontà di voler far funzionare un protocollo, il Codice rosa appunto, che in Italia è stato avviato in pochi casi. Quello che si avvia qui in Basilicata è il primo in tutto il Sud Italia «e noi dobbiamo andarne fieri - sottolinea Maruggi - dobbiamo coltivare questo modello positivo».

A formare la task force lucana - composta da medici e paramedici, ma anche da forze dell’ordine, magistrati, psicologi, avvocati - la pioniera del Codice rosa in Italia, Vittoria Doretti. E’ lei a raccontare di quella madre che, incinta, entra in ospedale alle due di notte di un Capodanno piena di lividi e con segni di violenza sessuale. E racconta come proprio grazie a una squadra deputata proprio a quello scopo, quella donna insieme al suo bambino sia stata poi allontanata dal marito violento - arrestato qualche giorno dopo - e aiutata a trovare un’altra sistemazione. «Un’altra vita che ha consentito alla sua bambina di nascere libera».

E’ importante che ci sia uno spazio dedicato pronto ad accogliere subito una vittima di violenza. Lo è anche a livello giudiziario: «tante volte - ha spiegato Anna Gloria Piccininni - non riusciamo a far condannare un marito violento perchè le prove non sono subito state raccolte in maniera adeguata. E poi quando la vittima è spaventata serve attorno silenzio. A me è capitato di dover parlare con una ragazza che aveva subito violenza con il suo aggressore dietro la porta. Lei era ancora lì con la sua camicia da notte, spaventata e con lo sguardo di quell’uomo piantato addosso. E io non avevo nulla per poter raccogliere adeguatamente la sua testimonianza. E raccogliere al meglio le prove immediatamente è il primo passo da fare per evitare un’ulteriore violenza dopo la violenza».

Se decidi di denunciare devi avere una rete attorno. E siccome «la violenza contro le donne - dice l’assessore alla Sanità Flavia Franconi - è anche un problema di salute pubblica», anche le istituzioni devono fare la loro parte. Così l’assessore, così come il presidente del consiglio Piero Lacorazza e i consiglieri Vito Santarsiero e Luigi Bradascio assicurano aiuti economici concreti. E si spingono anche oltre: perchè non inserire la battaglia contro la violenza anche nello Statuto regionale? Sarebbe anche un modo - dice Lacorazza - «per recuperare su questo imbarazzante vuoto di rappresentanza femminile in consiglio».

Certo c’è ancora molto da fare per cambiare la cultura di chi pensa «che le donne debbano anche sopportare i mariti», ma un primo passo concreto è stato fatto. E la strada futura va fatta facendo rete.

a.giacummo@luedi.it

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