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Le mille madri lucane
E sì, è questione di welfare

Basilicata

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DA molti giorni tante donne e gruppi di donne hanno espresso il dissenso sul disegno di legge “misure di sostegno sociale alla maternità e natalità”. 

Fin dal primo momento la proposta di legge non mi è piaciuta.

Il lavoro quotidiano di difesa delle donne e la storia personale non mi consentivano di accettare che il contributo fosse erogato a quelle madri che decidessero di  “recedere” dall’interruzione di gravidanza.

Ho aspettato a comunicare il mio pensiero. Ho riflettuto, letto, cercato dati, studiato.

Sento di poter dire che questa proposta di legge conferma la realtà di un Consiglio Regionale totalmente maschile ma soprattutto è ideologica, iniqua e inefficace.

Nella relazione si sostiene che gli aborti in Basilicata sono aumentati e che il calo demografico sia in parte dovuto alla scelta delle donne di non portare avanti la gravidanza, anche e soprattutto per ragioni di natura economica.

Non è così. Se si leggono con attenzione i dati diffusi dal Ministero della Salute nel settembre del 2013, si nota che negli ultimi dieci anni il numero delle Interruzioni Volontarie di Gravidanza nella nostra Regione è sostanzialmente stabile, come stabile è il dato preoccupate dei medici obiettori di coscienza.

Ho analizzando con cura, articolo per articolo, questa proposta di legge e rilevato molte storture.

La finalità della norma, infatti, sembra essere il sostegno alla maternità. Fin dal primo articolo, invece, si sottolinea la tutela, la valorizzazione ed il sostengo al “ruolo della famiglia come riconosciuta dalla nostra Costituzione”; vengono incentivate economicamente quelle madri che, avendo già intrapreso il percorso per l’interruzione di gravidanza, scelgono di recedervi; si lega il contributo economico ad un “progetto personalizzato” nel quale sono descritti i diversi interventi per aiutare la mamma, il bambino e la famiglia ad “acquisire un adeguato livello di autonomia e stabilità affettiva e relazionale” e si prevede che il contributo economico sia sospeso in caso di mancato rispetto da parte della madre degli impegni concordati nel progetto personalizzato.

Dove sono le madri single? Non hanno forse diritto ad un più forte sostegno, anche economico, da parte delle istituzioni?

Dove sono quelle donne che per scelte personali, etiche o religiose non scelgono la strada dell’aborto?

Non si era dichiarato che questa proposta di legge interviene per rimuovere gli ostacoli di natura economica che impediscono ad una madre di portare a termine la gravidanza? Perché, allora, prevedere un progetto che imponga alla donna regole (assunte come condivise e universali) che deve rispettare ? Quali saranno queste regole?

E mi chiedo, ancora, basteranno solo i centomila euro individuati dalla proposta di legge per aiutare con duecentocinquanta euro al mese le tante madri in difficoltà?

Sono solo ventidue le donne con disagi economici nella nostra Regione?

I dati Istat mostrano come nel 2011 “l’incidenza di povertà relativa familiare” in Basilicata è pari al 23,3% . Se proviamo a mettere in relazione il dato con il numero dei bambini nati nello stesso anno, 4.301 (di cui circa 400 nati da madri nubili), si ottiene che nel 2011 circa 1.000 bambini sono nati in famiglie al di sotto della soglia di povertà. Il calcolo naturalmente, è un “calcolo minimo conservativo”.

Pertanto, anche alla luce di questi dati il disegno di legge in discussione, a mio parere, non servirà ad aiutare la natalità.

Sarà necessario immaginare una nuova proposta di legge e impegnare  risorse economiche più consistenti, in base alle statistiche Istat, almeno nove milioni di euro.

Se realmente l’intento del Consiglio Regionale è quello di incentivare e sostenere la maternità, si dovranno considerare le mille mamme lucane con difficoltà economiche.  Sarà necessario mettere in campo misure ben più efficaci, un sostengo sganciato dalla scelta di abortire, da progetti personalizzati e centri di aiuto alla vita. Un contributo economico in grado di sostenere  la nascita e la crescita di un bambino almeno fino al terzo anno di età,  contribuire alla retta degli asili nido per permettere alle madri di rientrare al lavoro, incentivare la realizzazione di asili nelle aziende ed enti pubblici.

Solo così lo sguardo di genere entrerà nelle nostre istituzioni.

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