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Il problema non è morire pittelliani
ma eccedere in moralismo sociologico

Basilicata

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L’amico Nino D’Agostino, persona che conosco da quarant’anni cultore di quella materia subliminale che è il lavoro con le sue promesse, suggestioni e derive, compagno di strada nelle mie reiterate esperienze di governo in Basilicata, mi consentirà di dirgli che il pericolo che si para di fronte a noi non è di morire “pittelliani” (che non può essere ovviamente una forma di suicidio assistito) ma di morire punto e basta. E di morire anche per effetto di qualche provincialismo con il quale guardiamo alle volute della politica regionale osservandola dalle finestre di un vissuto di contrada o magari di gruppo catecumenale portatore di qualche istanza laica di salvezza.

Chi ha attraversato le vicende della nostra storia recente, portandone addosso le ustioni e subendo le inaudite stupidità delle polemiche di accatto, non potrebbe condividere valutazioni così trancianti e definitive, aggravate da qualche moralismo sociologico, peraltro molto al di sotto dell’intelligenza (che conosco e che apprezzo) di D’Agostino.

Non credo si possa definire la realtà politica lucana in forza di categorie semplificatrici che dispongono il bene e il male separandole con la linea del pregiudizio antropologico e sopratutto ignorando che ogni valutazione politica va immersa in un’analisi ampia, complessa, problematica, carica di dubbi e di prudenze, perciò onesta, come D’Agostino certamente sa per lascito culturale e professionale.

La vicenda dei Pittella appartiene al racconto delle tante saghe familiari che hanno fatto la storia della politica regionale e nazionale. Aggiungo che essa non difetta di intelligenze e di sperimentate abilità . Può suscitare qualche apprensione (ed è naturale per chi vive la politica come competizione) ma non dovrebbe eccitare valutazioni così manifestamente militanti. Soprattutto se si considerano le condizioni della politica regionale, quelle che hanno condotto alle primarie e al successo di una candidatura data per “eroica” e perdente eppoi manifestatasi più forte di ogni aspettativa (e non per magheggi o per incursioni extraterrestri).

L a verità è che è emersa una domanda di cambiamento (come quella che poi avrebbe accompagnato la cavalcata di Renzi) non difficile da decodificare con il senno di poi.

Leggevo sul “Corriere” la riflessione di un politico che apprezzo molto, Emanuele Macaluso. Sono sue le parole tranquillamente applicabili all’universo del pd lucano:un partito che qui, come altrove, agisce “in un sistema politico in cui il soggetto non è più il partito ma le persone forti di consensi popolari,cordate e gruppi di potere locali in grado di governare le istituzioni e collegarsi con le forze politiche nazionali”.

Perfetto. Non è così? Ma è davvero Pittella la pietra dello scandalo, l’orizzonte mortuario al quale D’Agostino si rifiuta, o non è invece quella complessa orditura del niente(e del tutto) nel quale il pd è ridotto anche per nostre (mie non escluse) responsabilità? Ed è utile gettare la pietra e ritirare la mano quando il mondo nel quale come ombre ci muoviamo si arrovella intorno a competizioni personali dietro le quali c’è una vana e inquietante sensazione di vuoto, un’assenza insieme leggera e tragica?.

Queste sono le domande pur se l’eta e l’esperienza mi suggerirebbero di fermarmi anche per non espormi a legittime osservazioni. Tuttavia nella vita è giusto difendere scelte e convinzioni, quelle alle quali sono liberamente pervenuto, sciogliendo collaudati sodalizi e votando Pittella, consapevole che talvolta è meglio rischiare scegliendo l’imponderabile (talvolta l’impossibile)che perdere condividendo costumi e convenienze già sperimentati.

Il mio sommesso invito perciò è a tornare a guardare dentro i processi reali e a coltivare il seme di quel poco di utopia che ancora è possibile sognare.

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