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Prodi spinge le trivelle. Altolà da Lacorazza
Vanno bene le estrazioni, ma a quali costi?

Basilicata

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L’ITALIA, ha detto Romano Prodi, «non è povera di petrolio e di metano, ma assurdamente, preferisce importarli piuttosto che aumentare la produzione interna». Il punto fermato dall’ex presidente del consiglio in un articolo pubblicato sul Messaggero è generale, ma inevitabilmente scuote il dibattito interno di una Regione che fornisce buona parte del fabbisogno energetico del Paese.

«Come i governi precedenti anche l’attuale governo non sa dove trovare i soldi per fare fronte ai suoi molteplici impegni. Eppure una parte modesta ma non trascurabile di questi soldi la può semplicemente trovare scavando – non scherzo – sotto terra». Il paradosso tutto italiano denunciato da Prodi conta sul primato dell’essere al primo  posto per riserve di petrolio in Europa. Anche sul fronte del gas non va male con una quarta posizione «per riserve e solo in sesta per produzione». Sono risorse, dice ancora Prodi, non sfruttate. E senza una ragione, aggiunge.

Ma da queste parti la posizione non è del tutto condivisa. «Qualche volta può capitare di non essere d’accordo con Romano Prodi», dice Piero Lacorazza, primo tra i lucani delle istituzioni a intravedere tra quelle righe l’urgenza di una risposta. La voce del presidente del consiglio regionale arriva dalla pagina Facebook personale. «Meno male che lo stesso Prodi, dopo aver sottolineato che a suo parere occorre sfruttare tutte le risorse petrolifere disponibili, sostiene che “il principio di precauzione ha la precedenza su tutto”».

Perché in Basilicata il dibattito sta tutto lì: quantità e qualità delle trivellazioni, estrazioni e territorio, compensazioni economiche e salute della comunità. In un equilibrio così precario da saltare di frequente, ad ogni fiammata anomala che spaventa le popolazioni dell’area degli impianti, ad ogni dichiarazione del Governo che spinge per la gestione centralizzata di risorse simili.

Dice Prodi: «Nonostante l’attività di esplorazione delle nuove riserve sia ormai bloccata da un decennio, con un numero di metri perforati inferiori a un decimo di quelli del dopoguerra, l’Italia potrebbe, sulla base dei progetti già individuati, almeno raddoppiare la sua produzione di idrocarburi (petrolio e metano) a circa 22 milioni di tonnellate equivalenti petrolio entro il 2020».

Ecco perchè, risponde a distanza Lacorazza, bisogna riguardarsi di tanto in tanto i dati. «Voglio ricordare a me stesso, prima ancora che a Prodi, che con le risorse petrolifere la Basilicata contribuisce già quasi al 10 per cento del fabbisogno energetico dell’Italia, e il completamento del programma dell’Eni, così come l’entrata in produzione del giacimento della Total, faranno lievitare ad oltre il 15 per cento il nostro contributo».

La Basilicata «che ha già dato e sta dando» ha bisogno del ripristino di «uno spirito di collaborazione fra istituzioni che proprio Prodi - ricorda l’ex presidente della Provincia potentina - mostrò di avere a cuore con gli accordi del 1998. Serve verificare cosa non ha funzionato in questi anni e cosa possiamo fare di più (e meglio) innanzitutto per tutelare l’ambiente e la salute dei cittadini».

«Ci vuole una nuova intesa istituzionale fra Governo e Regione, lo Stato deve realizzare infrastrutture fondamentali e le compagnie petrolifere (non mi stancherò mai di sottolinearlo) devono fare in Basilicata investimenti produttivi veri», aggiunge. Tema ricorrente in questi giorni, in cui sotto il fuoco incrociato dei sindacati ci sono le compagnie petrolifere, Total in particolare, per un investimento in forza lavoro che soddisfa le parti sociali locali.

«Lavoro e sviluppo, ambiente e salute non possono essere solo parole da pronunciare in qualche convegno. Devono essere l’architrave della nuova intesa». Lacorazza lo ripete a poche ore da un nuovo incontro tra il Governo regionale e il ministero dello Sviluppo economico atteso per mercoledì. Alla Basilicata toccherà (si spera) chiedere conto.

s.lorusso@luedi.it

 

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